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Commento al Vangelo di Pentecoste. Fidarsi dello Spirito per riceverne il dono e con Lui cambiare la Storia

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di Padre Gianpiero Tavolaro
Comunità Monastica di Ruviano (Clicca)

Pentecoste – Anno A
At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7;12-13; Gv 20, 9-23

È nella Pentecoste che la Pasqua di Gesù giunge alla sua pienezza, dal momento la Croce e la Risurrezione puntano a donare all’uomo la vita nuova, che è vita nello Spirito. Gesù, infatti, è venuto tra gli uomini per raccontare il Padre e per donare lo Spirito: solo nel suo compiersi a Pentecoste, la Pasqua (l’opera di salvezza che essa compie) raggiunge gli uomini “dall’interno”: «L’amore di Dio è stato versato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato!» (cf. Rm 5,5). L’amore versato nei cuori dei credenti diviene così principio di interiorizzazione dell’opera di salvezza realizzata da Gesù, alla quale l’uomo può finalmente (cor)rispondere in maniera libera, ma nello spazio della grazia che gli è donata.

La Pentecoste non è, allora, un mistero che invita a fare qualcosa e interpretarla semplicemente come l’avvio dell’“uscita” missionaria degli apostoli è riduttivo: essa è anzitutto un mistero che invita a ricevere un dono, anzi il Dono per eccellenza, che è lo Spirito. La Pentecoste ha, in tal senso, un solo bisogno: la recettività dell’uomo. D’altro canto, sia la Pentecoste lucana nella celebre pagina degli Atti degli Apostoli, sia la Pentecoste giovannea (che il Quarto evangelo pone nella sera stessa della Risurrezione) mostrano gli apostoli in una posizione del tutto passiva, recettiva: per Luca, è una recettività preparata dall’attesa, dalla preghiera; per Giovanni è una recettività generata dalla tenerezza del Risorto, che mostra le ferite dell’amore e che soffia, come nel giorno della creazione dell’Adam nel giardino dell’in-principio, lo Spirito che vivifica!

Quello che conta è essere disposti a ricevere il Dono dall’alto, lasciando spazio a Dio nella propria vita. Se la comunità credente aprisse davvero le sue porte allo Spirito, nel coraggio della verità, nell’accoglienza di Uno che viene anche a sconvolgere gli ordini “religiosi” apparentemente rassicuranti e incrollabili, allora tra i discepoli del Signore aleggerebbe meno aria di mediocrità e tra essi non ci sarebbe quel pessimismo mortifero che nulla ha a che vedere con la gloria del Risorto; se i credenti si aprissero allo Spirito, non ci sarebbe tra essi quel buonismo che non vede o, peggio, che cerca di occultare il reale e che li rende immobili e raggelati in situazioni senza via d’uscita; se davvero si aprissero allo Spirito e al suo fuoco, ci sarebbero tra essi meno manie di protagonismo e di esteriorità, mentre prevarrebbe la “febbre” per il vangelo e la passione per Dio e per il suo Regno; se lo Spirito avesse mano libera sulla storia dei credenti, la Chiesa sarebbe più misericordiosa, meno attenta ai peccati degli altri e pronta a dimenticare o a coprire i propri; se lo Spirito, estremo dono del Crocifisso Risorto, trovasse la libertà dei credenti spalancata a lui e alla sua azione, porterebbe il suo frutto straordinario, vale a dire la santità, capace di comporre quell’armonia che l’umanità non conosce, anche se, nel profondo, vi anela.

Lo Spirito è dato, infatti, per la remissione dei peccati, per creare un’umanità nuova, riconciliata e riconciliante e questo non avviene “meccanicamente” nel mondo, ma inizia ad “avvenire” nelle vite dei credenti e nelle piccole comunità cristiane che si aprono all’evangelo. Solo chi è disposto a vivere sotto l’azione dello Spirito potrà iniziare quest’opera nuova e sarà capace di lottare contro la mediocrità, contro il pessimismo, contro il buonismo, contro l’esteriorità, contro ogni dito puntato senza misericordia. Chi vuole vivere sotto l’azione dello Spirito permette allo Spirito di lavare ciò che è sordido, di bagnare ciò che è arido, di sanare ciò che sanguina, di piegare ciò che è rigido, di scaldare ciò che è gelido, di raddrizzare ciò che è sviato (come recita la Sequenza allo Spirito Santo)! Fidarsi dell’azione dello Spirito è, in fin dei conti, farsi condurre da lui anche dove non si vorrebbe (cf. Gv 21,18).
Chi si fida dello Spirito cambia con Lui la faccia della terra non con azioni prodigiose e straordinarie: con la pazienza dei santi che sanno attendere con un’ “attiva passività” l’opera di Dio.

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