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Commento al Vangelo di Pasqua. La Risurrezione invito ad uscire dalla paralisi delle proprie paure

Commento al Vangelo della Veglia Pasquale e della Domenica di Pasqua

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Bartolomeo Schedoni, Marie al Sepolcro, olio su tela 1613–1614

di Padre Gianpiero Tavolaro
Comunità Monastica di Ruviano (Clicca)

Pasqua di Risurrezione

Veglia
Gen 1,1-2,2; Gen 22,1-18; Es 14,15-15,1; Is 54,5-14;Is 55,1-11; Bar 3,9-15.32-4,4; Ez 36,16-28; Rm 6,3-11; Mc 16,1-8

Messa del giorno
At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 (opp.1Cor5,6b-8); Gv 20,1-9 (sera Lc 24,13-35)

Al cuore dell’evangelo di questa notte vi è la paura: le donne si spaventano, una volta entrate nel sepolcro, nel vedere il giovane seduto sulla destra (v. 5); costui le invita a non essere spaventate (v. 6); infine, lasciato il sepolcro, in fretta perché “fuori di sé”, non dicono a nessuno ciò che hanno visto e udito, per paura (v. 8). L’Evangelo di Marco terminava, in origine, con il versetto 8 e, dunque, con questo zoom sulla paura delle donne (solo in seguito, ormai lo si sa, vennero aggiunti i versetti 9-20 per uniformare il secondo vangelo agli altri e fornire la sua narrazione della Pasqua di brevi racconti delle apparizioni, che, però, snaturano una finale di straordinaria efficacia). La paura è ciò che le donne portano con sé nel lasciare il sepolcro… È con la paura delle donne che il lettore deve fare i conti.

L’evangelista alterna con molta sapienza due registri linguistici (tipici del linguaggio “religioso”) per dire cosa si muove dentro le donne: il registro della paura, phobos (termine che esprime la reazione a una minaccia reale o presunta di pericolo), e quello dello spavento, thambos (che indica la paura “stupita” di fronte a qualcosa di inatteso e di straordinario e che significa anche il timore sacro di fronte al numinoso).

Ma che nesso può mai esserci tra la Pasqua di Cristo e la paura dell’uomo?
Il tema della paura è, in realtà, un tema centrale della dimensione religiosa dell’uomo: la paura contraddistingue la relazione con il divino, perché il divino è percepito come “ambivalente”, come elargitore di vita, ma anche come dispensatore di castigo e di morte.

La paura dice proprio la percezione del divino come un “pericolo”: questo sentire di fronte al divino, però, può essere connotato in maniera più positiva come “timore”, quando ci si riferisce al “potere” divino considerato nella sua “sproporzione” rispetto all’uomo, piuttosto che nella sua capacità di distruggere: il timore è, in tal senso, il sentimento dell’eccedenza divina rispetto all’uomo e si differenzia dalla paura verso Dio, che è il sentimento del potere distruttivo che Egli può usare contro l’uomo. Sembra che, alla luce della rivelazione biblica, al Dio di Israele sia da riservare più il timore che la paura: anche se l’uomo biblico, come ogni uomo religioso, si accosta a Dio ritenendolo responsabile della vita e della morte, ogni volta che Dio interviene nella storia degli uomini li invita a non avere paura di Lui e delle sue richieste. Egli non costituisce un pericolo per l’uomo… mai!

Per questo, l’invito a non temere, che a volte riguarda una certa azione da compiere (per cui Dio chiede di non aver paura di fare o non fare qualcosa), in alcuni casi ha un valore assoluto! Il Dio della Bibbia invita a superare il modo “ambivalente” del nostro relazionarci a Lui, per riconoscerlo come il Dio della vita!

In Dio l’onnipotenza non è che l’altro nome del suo amore e dunque l’uomo deve imparare a scoprire che l’ambivalenza del potere attribuito a Dio non è che una proiezione del proprio modo umano di percepire il potere: in Dio, però, non è così. Mai, infatti, il suo potere è posto al servizio della morte: egli è sempre per la vita!

Il giovane che appare alle donne, anch’egli, dichiara che il crocifisso è risorto.
E allora, da dove la paura delle donne giunte al sepolcro?

Di certo, esse si trovano dinanzi a qualcosa di improvviso: anche se l’Evangelo ha presentato, in precedenza, tre annunci della passione, morte e resurrezione di Gesù, lo spavento di queste donne dice che i discepoli, in realtà, non ne hanno compreso affatto il significato profondo.

Per questo, l’annuncio del giovane alle donne mira a spezzare la paralisi prodotta dallo spavento, restituendo le donne alla vita (visto che lo spavento blocca la vita): questo “ritorno alla vita” avviene attraverso una parola (che è un vero e proprio kerygma) che è parola di vita, in quanto 1) annuncia la vita (il crocifisso è risorto, è vivente), 2) aiuta a interpretare il presente (è quella parola che dona significato della tomba vuota: non è la tomba vuota a produrre da sé il suo significato), 3) apre al futuro: «Vi precede in Galilea» (v. 7).

Il recupero di contatto con la vita, però, richiede la disponibilità a riprendere il movimento, proiettandosi in avanti: «Là lo vedrete» significa non solo che c’è un luogo e un tempo nel quale lo si incontra vivente, ma anche che perché ciò avvenga occorre uscire dalla paralisi delle proprie paure.

È interessante notare che per Marco il sepolcro vuoto non è il luogo dell’incontro con il Risorto: questo incontro avviene altrove e richiede che ci si fidi ancora della sua parola… la fiducia precede per Marco l’esperienza dell’incontro e la prepara! In tal modo, l’evangelista sembra dirci che la resurrezione è un fatto “scomodo” per l’uomo: non è una soluzione “a buon mercato”!

Subito dopo, troviamo le donne in fuga, fuori di sé e piene di paura. Esse hanno accolto l’invito di quell’uomo o sono tornate alle loro cose, chiudendosi nelle proprie paure? Se prescindiamo dall’attuale prosieguo narrativo dell’evangelo, Marco intende così interpellare i suoi lettori, che devono chiedersi se sono disposti ad abbandonare le proprie paure, in nome di una parola che diviene la condizione per vederlo… se sono disposti a fidarsi prima ancora di vedere, perché fidandosi possano cominciare a vedere…

Fa paura, infatti, accogliere e “reggere” una parola di vita, per ogni uomo che, in fin dei conti, sta bene nelle proprie dimensioni di morte e non crede davvero alla possibilità della vita. Fa paura accogliere una parola di vita per chi non è disposto a sganciarsi da un presente che, per quanto imprigionante, resta pur sempre una certezza, l’unica di cui si dispone… una certezza alla quale piace rimanere aggrappati. Fa paura accogliere una parola di vita perché essa chiede un’apertura al futuro che significa movimento, fiducia, attesa. Fa paura, in altri termini, accogliere la vita come dono e come dinamismo, che sempre sfugge alla nostra presa, che noi possiamo abitare e perfino tradire, ma che mai possiamo possedere,  ma questo è ciò che ha fatto Gesù: egli ha potuto deporre la sua vita perché sentiva che quella vita non era sua e avendola deposta nelle mani di colui che gliel’aveva donata da quelle stesse mani l’ha ricevuta, perché il dono non è mai ritirato, se è vero dono.

La resurrezione di Gesù altro non è che il ridonare ciò che era stato donato e che altri avevano rapito (ed è forse questo il contenuto probabile degli annunci della passione, che, nella forma attuale, sono certamente frutto di una rielaborazione teologica post-pasquale) … E se in Gesù all’uomo è data la possibilità di vincere la paura della morte, ancor più gli è data la possibilità di vincere la paura della vita.

La paura di quelle donne, allora, ci aiuta a cogliere il senso profondo della Pasqua per me: le donne hanno compreso bene che, se Pasqua è vera, se cioè Gesù è veramente risorto, allora anch’esse sono chiamate a vivere un esodo per vivere veramente.
Vivere è fidarsi… vivere è camminare… vivere è attendere… vivere è l’arte sottile di tenere insieme “precarietà” e “stabilità”; nulla nella vita “resta”, se non ciò che si è vissuto nell’amore, in Dio. È qui che il destino del credente si incontra con quello del non credente… tutti salvati dall’unico e nell’unico amore, tutti chiamati a pagare con la propria vita il prezzo della vita! La paura delle donne è anche la nostra paura… e, come loro, anche noi non abbiamo garanzia di riuscita.

Certo è che vede Dio chi ascolta la sua parola e la fa anche senza comprenderla. Prima la fiducia, poi la visione… Ma la paura di quelle donne dice anche il rischio che si resti prigionieri della paura, non disposti a credere nel potere dell’amore più che in quello della morte. Eppure, come ricorda la Prima lettera di Giovanni, solo «l’amore (e Dio è amore!) scaccia la paura» (cf. 1Gv 4,18).

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