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    Home»Chiesa e Diocesi»Commento al Vangelo domenica 12 maggio, Solennità dell’Ascensione del Signore
    Chiesa e Diocesi

    Commento al Vangelo domenica 12 maggio, Solennità dell’Ascensione del Signore

    Redazione10 Maggio 2024Nessun commento

    di Padre Gianpiero Tavolaro
    Comunità Monastica di Ruviano (Clicca)

    Ascensione del Signore – Anno B
    At 1,1-11; Sal 46; Ef 4,1-13; Mc 16,15-2

    Pietro Perugino, Ascensione di Cristo, Olio su tavola, 1496-1500 ca, Musée des Beaux-Arts, Lione

    Gli Atti degli Apostoli presentano l’Ascensione del Signore come una vera e propria “teofania”, una manifestazione di Dio, che avviene, paradossalmente, con il celarsi di Gesù: Dio si manifesta, cioè, sottraendo la visibilità del Risorto ai discepoli, ma questa assenza subito si riempie di una parola che viene da Dio: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». A parlare sono «due uomini», come due erano gli uomini che le donne avevano visto al sepolcro (cf. 24,4): anche se la tradizione ha voluto vedere in essi due angeli, sembra più probabile che si tratti di Mosè e di Elia – già apparsi nella scena della Trasfigurazione e anch’essi definiti da Luca come «due uomini» (cf. 9,30) –, venuti come testimoni all’appuntamento del “compimento” dell’esodo.

    Se la passione è stata il tempo del deserto, l’Ascensione segna l’ingresso di tutta l’umanità nella “terra promessa” attraverso la carne di Gesù! La scena descritta da Luca richiama, per certi versi, il racconto della Trasfigurazione: vi è la nube, segno della gloria del Signore, che in essa si cela e si rivela; vi sono i due uomini, che invitano i discepoli disorientati (come già al momento della Trasfigurazione: cf. 9,34) a non rimanere fissi con gli occhi al cielo, perché c’è da attendere un ritorno; e poi vi è la consegna di una parola alla quale fare obbedienza… una parola che nella Trasfigurazione proviene dalla nube (cioè, da Dio stesso), ma che ora, al momento dell’Ascensione, è affidata ai discepoli dai due uomini, che diventano segno di quella tradizione che è ormai chiamata a essere, nella storia, il “luogo” dell’incontro con Lui. Obbedire a Dio è obbedire a quella parola che, codificata nella tradizione significata da Mosé e da Elia, è affidata ai discepoli del Signore, perché la facciano correre per le strade del mondo. Per questo ai discepoli è chiesto di tornare alla storia: per essere, nella storia, segno e via di quell’esodo, che, vissuto pienamente e primariamente da Gesù, tutti sono chiamati a realizzare. La comunità dei discepoli del Signore resta nella storia, allora, per essere seme del compimento iniziato in Gesù… un compimento che può avvenire solo in un modo: narrando Gesù!

    È per questo che la Chiesa riceverà lo Spirito: per essere serva di questo compimento. Anche la finale dell’ evangelo di Marco è attenta a questo “passaggio di testimone” che avviene, alla fine della vicenda terrena di Gesù, tra Lui e i suoi discepoli: qui i discepoli, nonostante la loro fragilità – sono ormai gli Undici, non più i Dodici, perché anche tra loro si sono insinuati il tradimento e la morte – sono inviati dal Risorto a evangelizzare «tutta la creazione»: sembra, addirittura, che l’evangelo, attraverso la parola e la testimonianza degli Apostoli, abbia il potere di permeare tutto il creato per trasfigurarlo, tanto è vero che gli stessi segni, che essi sono chiamati a compiere, implicano un toccare le cose create in modo da liberarle dal male da cui sono abitate («nel mio nome scacceranno demoni… prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche il veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno»), fino a superare la separazione tra gli uomini di cui sono un segno le lingue diverse («parleranno lingue nuove»).

    Con l’Ascensione, allora, inizia un tempo nuovo, nel quale il seme che Cristo ha piantato nella storia inizia a giungere a pienezza attraverso la comunità dei discepoli che egli ha radunato intorno a sé: è questo un tempo di “assenza” (se lo si guarda dal punto di vista della presenza “fisica” del Signore), ma subito quell’assenza è avvertita come presenza “altra” e permanente… una presenza che esige la mediazione di chi è pronto a rispondere alla sua parola con tutta la propria vita. A Cristo, che un giorno tornerà, la Chiesa è chiamata a consegnare questo mondo… il mondo in cui essa è stata lasciata, per amarlo del suo amore e per trasfigurarlo mediante la sua parola di salvezza… un amore e una parola che la Chiesa annuncia con la sua vita tutta fatta dono, come quella del suo Signore.

    ascensione bibbia chiesa cattolica Commento al Vangelo Parola di Dio Sacra Scrittura

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