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    Home»Chiesa e Diocesi»Commento al Vangelo nella Solennità di Pentecoste. L’inizio di un tempo “nuovo” di libertà e amore
    Chiesa e Diocesi

    Commento al Vangelo nella Solennità di Pentecoste. L’inizio di un tempo “nuovo” di libertà e amore

    Redazione17 Maggio 2024Nessun commento

    di Padre Gianpiero Tavolaro
    Comunità Monastica di Ruviano (Clicca)

    Pentecoste del Signore – Anno B
    At 2,1-11; Sal 103; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16, 12-15

    Se l’Ascensione significa il “già” della salvezza che, in Cristo, è stato pienamente rivelato all’uomo, la Pentecoste apre all’umanità tutta la possibilità del “non ancora”: il compimento del “già” non è ancora la fine dei tempi, ma apre a un tempo nuovo, in cui l’umanità avrà bisogno di essere innervata dalla “potenza amorevole” di Dio, per giungere, nella piena libertà, a quella Terra promessa di cui Cristo Gesù è la caparra certa! È in questo senso che la Pentecoste compie la Pasqua: essa è memoria e promessa del venire all’uomo dello Spirito, dono estremo del Risorto, che anima i credenti e li rende Chiesa, comunità dei discepoli del Signore.

    Tiziano Vecellio: “Discesa dello Spirito Santo” (1545-1546 circa) – Basilica di Santa Maria della Salute, Venezia

    Pentecoste, dunque, è l’ora in cui lo Spirito inizia ad abitare la storia per trasfigurarla in storia di amore, attraverso l’ingresso dei credenti nella dinamica pasquale. Perché ciò avvenga, occorre essere docili all’azione silenziosa, discreta, ma efficace dello Spirito: perché sia davvero tale – al di là di ogni affermazione identitaria proveniente dalla professione “formale” di una medesima formula di fede e dalla ripetizione “tradizionale” ed esteriore di un medesimo apparato di riti –, la Chiesa deve essere disposta a lasciarsi invadere dalla potenza imprevedibile e sovranamente libera dello Spirito. Solo una Chiesa così fortemente “pneumatica” saprà essere una Chiesa veramente “incarnata” e nella prossimità a ogni uomo sarà capace, come il suo Signore, di annunciare con franchezza il vangelo, senza paure o limiti, senza calcoli di convenienze o di tempi.

    La Pentecoste è per ogni uomo l’inizio di una possibilità di vita nuova: una possibilità che si dà nello spazio di quella lotta che ciascuno è chiamato ad assumere per generare in sé l’uomo nuovo, frutto della Pasqua di Gesù; una possibilità aperta all’uomo dall’irruzione definitiva di Dio al cuore dell’umanità. È lo Spirito versato nei cuori dei credenti (cf. Rm 5,5), che li abilita a entrare in quella relazione di “figliolanza” che fa gridare loro – non diversamente da Gesù – “Abbà” (cf. Rm 8,15). In tal senso, mentre ha tutti i tratti del compimento, la Pentecoste si presenta anche come il rilancio della promessa: è compimento, nel suo consentire l’accesso all’amore di Dio nel cuore dell’uomo, ma è rilancio, perché dal dono nasce la lotta della libertà, che di continuo deve aprirsi, in ogni credente, al dono di Dio.

    Nel celebrare l’effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa e su ogni carne, la Pentecoste invita a cogliere il dono-segno supremo dell’unità: d’altra parte, il racconto lucano degli Atti degli Apostoli pone l’accento proprio sulla compossibilità di diversità e unità: diversità e unità diventano, dunque, le parole-chiave per cogliere nel profondo la missione dello Spirito nella storia. Nel racconto di Luca, infatti, i diversi, radunati a Gerusalemme nel giorno del compiersi della Pentecoste, sono capaci di ravvisarsi stretti in un’unità di comprensione attorno a una parola che tutti possono comprendere.

    L’unica parola pronunciata da Pietro è udita e accolta dalle diverse lingue: «Li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». A Pentecoste viene capovolto il processo di disgregazione e di divisione iniziato a Babele (cf. Gen 11,1-9): cessa, infatti, la confusione delle lingue, perché Cristo, l’uomo nuovo, si è sottratto alla tentazione di elevare torri superbe – segno del delirio di un potere imperialistico e mortifero – e, lasciandosi inchiodare, liberamente e per amore, al legno della croce, è divenuto canale di grazia e di riconciliazione per ogni altro uomo. Nello Spirito che il Risorto ha promesso e donato, i diversi sono ricondotti all’unità, nel rispetto della reciproca alterità: lo Spirito, infatti, è principio di unità, non di uniformità… il suo è un amore che unifica, non un amore fusionale per il quale l’uno si perde nell’altro smarrendo il proprio volto. Lo Spirito plasma, così, la comunione ecclesiale a immagine della comunione trinitaria, consegnando alla Chiesa la profezia di questa via possibile di unità nell’alterità: l’unica via che, nell’amore, può fare di questa umanità un’umanità nuova.

     

    bibbia chiesa cattolica Commento al Vangelo Parola di Dio Sacra Scrittura

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