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    Home»Chiesa e Diocesi»Commento al Vangelo della Santissima Trinità: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”
    Chiesa e Diocesi

    Commento al Vangelo della Santissima Trinità: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”

    Redazione24 Maggio 2024Nessun commento

    di Padre Gianpiero Tavolaro
    Comunità Monastica di Ruviano (Clicca)

    Santissima Trinità – Anno B
    Dt 4, 32-34.39-40; Sal 32; Rm 8, 14-17; Mt 28, 16-20

    Le feste cristiane – non diversamente da quelle ebraiche – fanno sempre riferimento a eventi di salvezza accaduti nella storia e puntualmente collocabili in un tempo e in un luogo ben precisi, dall’Annunciazione alla Natività del Signore, dalla sua Pasqua di croce e risurrezione (questa addirittura sottolineata, nei simboli di fede, con un lapidario “sotto Ponzio Pilato”, allo scopo di collocarla dentro la storia degli uomini) alla Pentecoste, passando per l’Ascensione del Signore. A questo orizzonte “storico” proprio della celebrazione cristiana non è estranea, in realtà, neppure la festa della Trinità: anche se in essa, infatti, non vi è celebrazione di un particolare evento di salvezza, essa si propone tuttavia come contemplazione della fonte stessa di tutti gli eventi di salvezza e questa fonte della storia è nella storia e attraverso la storia che si dà a conoscere.

    Albrecht Dürer, Adorazione della Santissima Trinità, olio su tavola, 1511, Kunsthistorisches Museum, Vienna

    È all’interno di quel secolare dialogo, che si è solti indicare con in nome di “storia della salvezza”, infatti – un dialogo che la predicazione profetica non ha esitato a descrivere facendo spesso appello a immagini e categorie tratte dal linguaggio “amoroso” (si pensi alla ricorrenza delle metafore del fidanzamento o delle nozze) –, che il Dio di Gesù Cristo si rivela all’uomo come un Dio in relazione, eterna circolarità di vita e di amore, eterno abbraccio di un Padre che sempre inizia ad amare, di un Figlio che dall’eternità si lascia generare e amare, di uno Spirito che è l’Amore spirato dal Padre e che il Figlio gli ridona in una reciprocità che dice l’eternità dell’unità nella distinzione. Il Dio di Gesù non è riducibile a un essere chiuso nella solitudine della propria perfezione assoluta: in Lui la relazione, l’apertura all’altro, è originaria non meno che il suo essere sussistente, tanto che la sua natura profonda è proprio il suo essere in relazione: «Dio è amore» (1Gv 4,16).

    Il volto trinitario di Dio è la grande rivelazione che in Gesù è stata donata all’uomo: è stato Gesù, il Figlio di Dio, a “narrare” Dio e i suoi discepoli, a loro volta, sono chiamati a fare lo stesso, a partire dal loro essere resi figli nel Figlio mediante il battesimo. Come suggerisce la “finale” del vangelo di Matteo, tutto deve essere toccato dal vangelo di Gesù e i discepoli, radunati sul monte in Galilea, sono inviati ad annunziare il volto del Dio trino, “immergendovi” tutte le genti. Dopo la Pentecoste, l’annunzio del “volto” di Dio è ormai affidato al “volto” della Chiesa, della quale, però, il vangelo non può fare a meno di riconoscere la costitutiva fragilità: «Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono».

    La comunità dei discepoli del Signore è una comunità adorante, ma resta attraversata dall’ombra del dubbio; la fede, sulla quale essa si fonda, è così: sempre “vespertina” – come dicevano i Padri della Chiesa – o forse “aurorale”, perché già orientata all’irruzione di una luce che deve arrivare e di cui essa già gode, in qualche modo… in ogni caso, la fede dei discepoli resta piena di luci e di ombre. Fidandosi della loro fede, Gesù invia gli Undici e affida loro una quadruplice azione: andare (perché animati da una santa inquietudine, cerchino l’uomo ovunque l’uomo sia); ammaestrare (perché sappiano sempre trasmettere più che un insegnamento dottrinale: una testimonianza di vita, capace di mostrare un modo “altro”, non mondano, di stare tra gli uomini nella storia); battezzare (perché permettano a tutte le genti di essere immerse in quell’amore trinitario, che è la destinazione di ogni uomo); insegnare (perché accompagnino ogni uomo a fare ciò che Gesù ha comandato).

    A sostenere la missione vi è però una promessa: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». E così l’evangelo di Matteo si chiude esattamente come si era aperto, vale a dire con la promessa della vicinanza di Dio («Ecco, la vergine concepirà e partorirà un Figlio, che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi», 1,23). Questa presenza è l’unica forza che la Chiesa deve avere: l’unica sulla quale dover e poter contare! Solo chi crede a questa promessa sarà in grado di far brillare sul proprio volto un riflesso del Dio-amore… perché è dell’amore fidarsi e attendere.

    bibbia chiesa cattolica Commento al Vangelo Parola di Dio Sacra Scrittura santissima trinità

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