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    Home»Chiesa e Diocesi»Commento al Vangelo di domenica 3 novembre. “Amerai il tuo prossimo come te stesso”
    Chiesa e Diocesi

    Commento al Vangelo di domenica 3 novembre. “Amerai il tuo prossimo come te stesso”

    Redazione1 Novembre 2024Nessun commento

    di Padre Gianpiero Tavolato
    Comunità Monastica di Ruviano (Clicca)

    XXXI domenica del Tempo Ordinario – Anno B
    Dt 6, 2-6; Sal 17; Eb 7, 23-28; Mc 12, 28-34

    La domanda sul «primo di tutti i comandamenti» intende andare al cuore della fede, cercando di cogliere ciò che è davvero essenziale nella relazione con Dio.

    E questa domanda appare tanto più significativa quanto più si fa dipendere tale relazione da un insieme ben codificato di norme e dal loro adempimento: è questa, d’altra parte, la condizione nella quale si trova lo scriba, protagonista del vangelo odierno, che tenta di districarsi nella selva dei ben seicentotredici precetti individuati nella Torah dalla tradizione rabbinica (trecentossessantacinque divieti – tanti quanti i giorni di un anno – e duecentoquarantotto precetti positivi – quante le membra del corpo umano secondo le concezioni del tempo).

    Già Davide – secondo la tradizione – aveva ridotto a undici il numero dei precetti (cf. Sal 15,2-5), Isaia a sei (cf. Is 33,15), Michea a tre (cf. Mi 6,8), Amos a due (cf. Am 5,4) e, infine, Abacuc a uno (cfr Ab 2,4): Gesù intende porsi esattamente nella medesima linea profetica, mirante a una radicale essenzializzazione della Legge.

    Come Abacuc, anche Gesù riduce a uno il numero dei comandamenti, ma anziché fermarla sulla fede, egli sposta l’attenzione sulla condizione a partire dalla quale la fede diviene possibile: l’ascolto (cf. Rm 10,17: «la fede viene dall’ascolto»)!

    Gesù cita, infatti, lo Shemà, al quale unifica il comandamento dell’amore per il prossimo contenuto nel Levitico (19,18): in tal modo, l’ascolto – che è il fondamento della relazione con Dio – diviene la condizione a partire dalla quale è possibile l’incontro con l’altro (il prossimo), colto come “altro”, nella sua alterità.

    Amare l’altro (sia Dio, che il prossimo) significa farlo esistere all’interno del proprio orizzonte di vita e di questo “diritto di esistenza” da accordare all’altro, la prima espressione è l’ascolto, mediante il quale ci si dispone a lasciarsi incontrare dall’altro… prima ancora che uno si decida per l’amore, è l’altro che in qualche modo gli viene incontro con il suo esserci e quando questo altro è Dio, il suo venire ha il sapore dell’amore che interpella, chiedendo amore.

    L’amore che Dio chiede non è mai “disincarnato”: è, piuttosto, un amore che coinvolge l’uomo nella sua integralità: tutto il suo cuore, tutta la sua mente e tutta la sua forza (e forza è da intendere come le sue capacità, le sue sostanze, dunque come tutto ciò che si possiede).

    L’ascolto richiesto da Gesù, insomma, è in grado di condurre alla fede, ossia all’abbandono intelligente e volontario all’amore preveniente di Dio: è solo a partire da questa fede – nella quale si esprime una resa all’amore per Dio – che diviene possibile l’amore per gli uomini.

    Non è discepolo di Cristo chi pretende di amare Dio senza l’orizzonte compromettente degli altri uomini e non è discepolo di Cristo chi pretende di esaurire nell’amore e nell’impegno per gli altri (siano anche i poveri più poveri) l’amore per Dio!

    Non è discepolo di Cristo l’uomo “religioso” disincarnato; ma non lo è neppure chi vive una filantropia tutta dedita al fare, ma dimentica di Dio! Gesù dichiara che c’è un primo comandamento (l’amore per Dio) e che ve ne è un secondo (l’amore per il prossimo): ma “primo” e “secondo” non significano qui l’importanza maggiore o minore da accordare loro.

    “Primo” e “secondo” stanno piuttosto a indicare che l’amore di Dio non “supera” l’amore del prossimo, ma lo rende possibile.

    Anche se il testo di Marco non lo dice in modo esplicito, è di Gesù che si parla: egli è colui che ha saputo amare Dio con tutto il cuore, tutta l’anima e tutte le forze e ha amato l’uomo «fino all’estremo» (Gv 13,19), condividendo la sua vita e la sua morte. Il primo comandamento non è, dunque, una legge scritta, un precetto codificato, ma è l’uomo Gesù! Ci si avvicina al Regno quando si imbocca questa strada, che è Gesù!

    Lo scriba non è lontano dal Regno, ma dovrà imparare a riconoscere che il Regno lo è andato a cercare nella ricerca di Gesù che gli si è fatto prossimo… solo se saprà capire questo, lo scriba potrà entrare davvero nel Regno!

    Ascolta Israele Domenica gesù insegna Sacra Scrittura scribi sinagoga Vangelo

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