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Memoria dei morti in Cristo, un giorno di pietà ma anche di grande speranza. Commento al Vangelo del 2 novembre

Commento al Vangelo nella commemorazione di tutti i fedeli defunti

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di Padre Fabrizio Cristarella Orestano
Comunità Monastica di Ruviano

Memoria dei morti in Cristo 
Gb 19,1.23-27a; Sal 26; Rm 5,5-11; Gv 6,37-40
Is 25,6a.7-9; Sal 25; Rm 8,14-23; Mt 25,31-46
Sap 3,1-9; Sal 41; Ap 21,15a.6b-7, Mt 5,1-12a

La memoria dei morti in Cristo quest’anno cade di domenica e quindi la celebriamo nel giorno della Risurrezione e con più forza del solito proclamiamo che va celebrata non come giorno di tristezza, ma come giorno di risurrezione; un giorno certo segnato da nostalgia per coloro che abbiamo amato e ci hanno amato e che ora sono sottratti ai nostri sguardi e alla nostra prossimità tangibile, ma anche giorno in cui si deve dilatare il nostro affetto e la nostra speranza verso tutti quelli che sono morti; certo, ci sono i fratelli cristiani, quelli che chiamiamo fedeli defunti o meglio morti in Cristo (cf. Ap 14,13), ma lo sguardo del cuore oggi dovrebbe ancor più dilatarsi a tutti gli uomini, nostri fratelli, che sono passati per questa storia e che ora sono oltre la storia, anch’essi accolti da quel Dio che in Gesù si è rivelato a noi, senza alcun nostro merito, e che essi non hanno avuto la gioia di conoscere… quanti uomini sono passati per questa nostra terra! Quanti hanno amato, sofferto, gioito, peccato, generato, sperato, pianto lacrime nascoste, quanti hanno gridato al cielo, quanti hanno odiato, disperato; tanti sono morti circondati dai loro affetti, amati e pianti da coloro che amavano e che li amavano, ma quanti sono stati schiacciati dall’ingiustizia, dai poteri perversi, quanti hanno languito nella povertà, nella fame, nella nudità; quanti sono stati privati della libertà e della gioia di costruirsi una vita degnamente umana… quanti! Giusti, ingiusti, vittime e assassini, stolti e sapienti… giustiziati da altri uomini che si credevano padroni della vita, stolti e sapienti… quanti non sono neanche riusciti a nascere… quanti sono morti disperati… quanti gettati in battaglia come carne da macello, quanti affogati nei mari o perduti nei deserti… quanti!!

Oggi dobbiamo portarli tutti davanti a Dio, nella memoria di quelli che abbiamo amato e nella preghiera e solidarietà con tutti quelli che con noi hanno condiviso la nostra umanità! Siamo tutti uomini, tutti solidali nel bene e nel male, tutti parte di una stirpe creata dall’Amore e per l’amore e troppe volte infelice ed infelicitante perché sedotta da cose che con l’amore non hanno nulla a che vedere… Oggi deve essere giorno di una grande pietà e giorno di una grande speranza! D’una grande pietà perché noi credenti dobbiamo oggi con pietà infinita raccogliere la lacrime di tutti gli uomini che sono morti, i loro rifiuti, i loro orrori e le loro bellezze e deporli tutti davanti a Dio ed al suo amore; d’una grande speranza perché noi e solo noi discepoli di Cristo, sappiamo che Gesù, il Figlio amato del Padre è venuto per essere anch’egli un frammento di questa infinita umanità; Lui l’ Uno divenne frammento per essere accanto ad ogni frammento, per essere “primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Noi, discepoli di Cristo, abbiamo un compito nella storia, quello di essere testimoni della speranza e, proprio dinanzi alla morte che è per tanti una diga alla speranza, noi abbiamo il compito di testimoniare una speranza nell’insperabile, una speranza che ha radici non in noi ma in Cristo che è il “più forte”, che ha legato il “forte”, che è il potere della morte (cf. Lc 11,21-22). La cosa sorprendente e paradossale è che questo “uomo più forte” è tale perché si è fatto debole fino alla croce per raggiungerci nella nostra debolezza estrema che è la morte. E così ha abitato la morte. Scriveva anni fa P. Ernesto Balducci: «Il non-senso che è la morte è stato abitato dall’Amore» e questo ha tolto potere alla morte che è suprema espressione dell’odio e del peccato. Ricordiamo sempre che la Scrittura fa entrare in scena la morte quando Caino uccide Abele (cf. Gen 4, 8), racconto potente dell’origine della morte: essa deriva dall’odio e dal peccato; la morte è creata dall’uomo che si è andato a gettare negli abissi della lontananza da Dio… Dio è la vita, come ha scritto l’autore del Libro di Giobbe, Egli è il Redentore, riscatta perché è vivo ed ha l’ultima parola sull’orrore della morte. La certezza di fede di Giobbe è diventata reale e storica in Gesù che «ha fatto la pace» ed ha vinto la morte «grazie al sangue della sua croce» (Col 1,20).

Il nostro compito è quello di “sperare per tutti”, come scriveva von Balthasar; sperare per quelli che sono morti senza speranza, per quelli che sono morti nel male, nel non-senso e nell’odio… sperare per quelli che non hanno conosciuto motivi di speranza; per quelli che hanno conosciuto solo il male, per quelli che, non amati, non hanno saputo amare… Gesù, nel passo del Quarto Evangelo che leggiamo oggi, ci rivela ancora il cuore del Padre: «Il Padre vuole che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno»… e il Padre gli ha dato tutta l’umanità, ogni uomo, di ogni tempo e per ognuno di noi il Padre ha un solo sogno: la vita! Non una vaga immortalità ma la risurrezione! Questa è l’autentica fede cristiana: la certezza che tutto ci verrà ridato, anche questo nostro corpo con cui abbiamo attraversato la storia, quel corpo segnato dalle nostre vicende, dai nostri peccati, ma anche dai nostri slanci e speranze; tutto ciò che la morte ci strappa ci verrà restituito dall’amore di Dio in Cristo Gesù! A Cristo eleviamo oggi l’inno di lode per la sua Croce e la sua Risurrezione, a Lui, con amore solidale, presentiamo tutti gli uomini nostri fratelli che hanno calpestato questa terra stupenda e terribile e che sono giunti a quell’oltre che Lui abita… da parte nostra gridiamo quella grande speranza che Paolo proclama ai cristiani di Tessalonica: «Saremo sempre con il Signore!» (1Ts 4,17). Oggi allora non è giorno di tetra mestizia, ma giorno di lieta speranza; certo è giorno pure di nostalgia, come dicevo, ma di una nostalgia che sa che ogni lontananza sarà colmata da Cristo e che ogni iniquità troverà le sue braccia spalancate in una misericordia che noi non riusciamo neanche a immaginare o a sognare! A quella misericordia consegniamo tutti… tutti… tutti!

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