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    Home»Chiesa e Diocesi»Un uomo giusto attraverso lo sguardo di Maria, capace di ascoltare l’inedito divino
    Chiesa e Diocesi

    Un uomo giusto attraverso lo sguardo di Maria, capace di ascoltare l’inedito divino

    Di lui i Vangeli dicono poco; lo conosciamo attraverso alcuni accadimenti che ce lo restituiscono come uomo di bene e di umiltà
    Redazione19 Marzo 2026Nessun commento

    Di Giuseppe, i vangeli canonici non dicono tutto quel che avremmo desiderato sapere su di lui, sulla sua storia personale, sul suo rapporto quotidiano con colei che, in fondo, ne ha determinato il ricordo e la fama imperituri, Maria madre di Gesù. Eppure, ciò non ci impedisce di porre tante domande a quegli stessi vangeli, fino al punto di chiedere direttamente a Maria chi fosse e chi sia stato Giuseppe, il figlio di Davide, l’uomo giusto, l’artigiano, lo sposo cui, secondo i canoni della mentalità di allora, era stata destinata. Fatta questa domanda, cosa potrebbe rispondere la donna dei Vangeli?

    Maria potrebbe rispondere che, prima di tutto, Giuseppe era un fratello nella fede. Era qualcuno che “cercava il regno di Dio”, che aveva messo la sua intera esistenza nelle mani di Dio e che era pronto ad accogliere con gioia, come amici e compagni di strada, tutti coloro che di tale ricerca avevano fatto il cuore della loro vita, uomini e donne. Proprio questo, infatti, voleva dire “essere giusti”: il “giusto” era (ed è tuttora) la persona libera dai condizionamenti e dalle pretese del suo ambiente, sapendo ben distinguere tra il Dio vivo e vero e il Dio idolatrico, arruolato – direbbe Papa Leone – dalle tenebre. Giuseppe apparteneva alla famiglia davidica, quella famiglia che, stando ai racconti biblici, tale distinzione non aveva saputo mantenerla e rinnovarla, portando così Israele alla rovina. Ma Dio non aveva cambiato la sua promessa e la sua parola: attraverso quella famiglia e da quella famiglia sarebbe venuto il suo regno. Era quindi necessario e urgente che in quella famiglia ci fosse qualcuno in grado di vivere e sperimentare la radice della giustizia. Ecco, allora, Giuseppe: egli non si sottrae a questa vocazione, dilatando il suo cuore fino ad abbracciare tutto l’Israele sofferente e desideroso non delle vendette umane, ma della grandezza misericordiosa di Dio.

    Maria potrebbe poi aggiungere che Giuseppe era una persona dall’esperienza spirituale non comune. Chi gli aveva dato quel nome pensava senz’altro al grande patriarca Giuseppe, l’uomo dei sogni che si realizzano attraverso vie e modi inediti. Ecco, Giuseppe non aveva “tradito” il suo nome. Egli era diventato davvero l’uomo dei sogni: la persona capace di accogliere l’inedito di Dio, che va oltre il desiderio di “dettare le regole” dell’ospitalità a Dio, confinandole “nei limiti dell’umana ragione”, degli interessi di parte e del desiderio di potere. Era diventata la persona capace di sentire la “differenza” divina: differenza che si misura su un agire dove non ci sono mai vincitori e vinti, ma, al contrario, c’è la consapevolezza che l’ultimo posto – come quello vissuto dal grande patriarca biblico dallo stesso nome – è la via per arrivare alla riconciliazione, alla comunione e all’abbattimento mite dell’odio e della crudeltà.

    Così, Maria potrebbe testimoniare che Giuseppe aveva trovato la maturità della fede e dell’esperienza spirituale nella rinuncia alla violenza come metodo sistematico per risolvere i conflitti. E che in tale maturità ha nutrito il coraggio richiesto dalla vita. Emblematico è l’essersi incamminato, da vero uomo dei sogni, sulla via dell’Egitto anziché organizzare la resistenza ad Erode ed il rovesciamento del suo regime illegittimo. Quale occasione migliore della “strage degli innocenti” per dare il via alla rivolta popolare… No, la via migliore era un’altra: e lui non si è sottratto ad essa, portando il peso delle conseguenze senza covare rancori o illusioni di onnipotenza.

    Infine, Maria può dire che Giuseppe è l’uomo che, andando oltre le parole di circostanza, l’ha accolta come sorella, come sposa e come madre di colui che, pur concepito per opera dello Spirito, egli ha riconosciuto ed amato come suo vero figlio, il figlio di Davide promesso dalle Scritture. L’ha accolta come sorella nella fede, nella comune ricerca di Dio e del suo regno; l’ha accolta come sua sposa, come compagna che cammina al suo fianco verso la “terra di Dio” dove tutti hanno spazio, cibo, dignità e vita; l’ha accolta come madre di colui che Dio ha donato loro non perché fosse proprietà privata di qualcuno, ma il nuovo Adamo, l’iniziatore dell’umanità “a misura di Dio” proprio perché figlio di Davide.

    Matteo Roggio, SIR

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