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    Home»Arte e Cultura»Letteratura, memoria e identità: le voci protagoniste del Festival dell’Erranza 2026
    Arte e Cultura

    Letteratura, memoria e identità: le voci protagoniste del Festival dell’Erranza 2026

    Il diario del 29 maggio dalla penna dei più giovani presenti tra il pubblico
    Redazione3 Giugno 2026Nessun commento

    Il diario del primo giorno di Festival dalla voce degli studenti che hanno preso parte alla manifestazione: come i più giovani sono stati toccati dai temi proposti dal direttore artistico Roberto Perrotti ed alcuni ospiti.
    Il 29 e il 30 maggio Piedimonte Matese ha ospitato nuovamente un momento di narrazione autorevole, autentica, di qualità.

    Caterina Messercola – Un viaggio tra racconti inquietanti, donne ribelli e culture in dialogo: questi i temi al centro del Festival dell’Erranza: L’Inappartenenza e l’Ascolto, evento che ha riunito autori, musicisti e lettori in una riflessione profonda sull’esperienza umana, sulla memoria e sul significato dell’appartenenza.

    Ad aprire l’incontro, il 29 aprile, è stata la scrittrice Francesca Scotti, introdotta da Annalisa Gambuti, che ha presentato la raccolta composta da sedici racconti apparentemente privi di un filo narrativo comune: La Stagione delle Case Vuote. In realtà, come emerso durante il dialogo, ogni storia è attraversata da elementi ricorrenti: la sospensione, la perdita, le mancanze e la vulnerabilità dell’essere umano.

    Scotti ha sottolineato come il racconto breve richieda una partecipazione attiva del lettore. A differenza del romanzo, infatti, lascia spazi vuoti che devono essere completati emotivamente da chi legge. Proprio questa caratteristica rende le storie particolarmente coinvolgenti e, a tratti, inquietanti. «L’inquietante del libro è possibile», è stato osservato durante l’incontro: ciò che spaventa non appartiene a mondi lontani, ma può nascondersi nelle relazioni quotidiane, nelle amicizie e nei rapporti più vicini.

    Grande attenzione è stata dedicata al tema della memoria. Nei racconti, la memoria può essere un peso da cui è difficile liberarsi oppure una risorsa collettiva che permette di affrontare le difficoltà. Luoghi come cantine e soffitte diventano simboli di ricordi che ritornano e dai quali non è possibile fuggire. Attraversare una soglia, come accade nei portali della tradizione shintoista giapponese richiamati dall’autrice, significa confrontarsi con ciò che il passato insegna e portarne con sé il significato.

    Nel corso del dibattito si è parlato anche di adolescenza ed emarginazione attraverso i personaggi di Viola e Chiara. Le loro vicende mostrano come il bisogno di appartenenza possa trasformarsi in dipendenza dallo sguardo degli altri, generando dinamiche complesse in cui vittime e carnefici finiscono spesso per confondersi.

    La seconda parte dell’incontro ha visto protagonista Erica Cassano con il romanzo Duramadre, presentata da Guglielmo Ferrazzano. L’autrice ha spiegato i molteplici significati del titolo: la durezza della terra calabrese in cui si svolge la vicenda, la “duramadre” come parte del cervello e la complessità del rapporto tra madri e figlie. Il romanzo segue la storia di Celeste, una giovane donna napoletana che negli anni Sessanta si trasferisce in Calabria per lavoro e per amore, scontrandosi con una realtà ancora fortemente legata a modelli tradizionali.

    Cassano ha raccontato di essersi ispirata a storie familiari e a un intenso lavoro di documentazione storica. Al centro del libro emerge il tema della vergogna, intesa come condizionamento dello sguardo altrui e come ostacolo alla piena realizzazione di sé. Attraverso personaggi mai completamente positivi o negativi, il romanzo esplora il desiderio di ribellione, il peso delle aspettative sociali e le difficoltà dell’essere donna.

    A chiudere la giornata è stato il musicista Antonio Bevacqua con il progetto La Transmondanza. Attraverso la musica, Bevacqua ha affrontato i temi dell’emigrazione e della “restanza” con ricco valore filosofico, sottolineando come gli strumenti musicali, le tradizioni e le culture siano il risultato di continui incontri e scambi. «Nulla ci appartiene davvero», ha affermato, evidenziando come ogni esperienza umana sia frutto di un viaggio e di una contaminazione reciproca.

    Tra letteratura e musica, il Festival dell’Erranza ha offerto così uno spazio di confronto sui grandi temi dell’esistenza: memoria, identità, appartenenza e cambiamento. Un invito a guardare oltre i confini del proprio mondo per comprendere meglio sé stessi e gli altri.

    arte cultura festival erranza Roberto Perrotti

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