di Armando Visone
In occasione della memoria liturgica di San Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, patrono dei parroci, nasce questa riflessione sul ministero sacerdotale, chiamato oggi a trovare un equilibrio sempre più delicato tra due opposti rischi.
Da una parte vi è l’attivismo frenetico, che può trasformare il sacerdote in un organizzatore instancabile, schiacciato dalle incombenze e dalla gestione della parrocchia; dall’altra, la tentazione di ridurre il ministero alla sola amministrazione dei sacramenti e delle pratiche, facendo della parrocchia un semplice luogo di servizi religiosi.
In entrambi i casi si rischia di perdere il cuore della missione: essere presenza viva di Cristo in mezzo al suo popolo.
Questo equilibrio non nasce da una migliore organizzazione del tempo, ma da una profonda vita spirituale. Solo nella preghiera, nell’Eucaristia e nell’adorazione il sacerdote trova la sorgente di un’azione autenticamente evangelica, capace di raggiungere le famiglie, gli ammalati, gli anziani e i giovani portando non sé stesso, ma il Signore.
La storia della Chiesa offre esempi luminosi.
San Francesco d’Assisi, riconosciuto come Alter Christus, insegna che il ministro non è un “supereroe”, ma un uomo che si lascia conformare a Cristo attraverso l’umiltà, la povertà e il servizio. Anche i fedeli sono chiamati a non proiettare sul parroco aspettative di perfezione o di efficienza manageriale.
Il Curato d’Ars rappresenta invece il modello del pastore che ha rimesso al centro la cura delle anime. In un piccolo villaggio spiritualmente spento non conquistò il cuore della gente con strategie organizzative, ma consumando la propria vita nell’Eucaristia, nella preghiera e soprattutto nel confessionale, dove trascorreva lunghe ore accogliendo i penitenti.
La sua testimonianza ricorda che la fecondità pastorale si misura dalla misericordia e dalla fedeltà ai sacramenti, non dal numero delle iniziative. La sua vita insegna anche come affrontare le prove. San Giovanni Maria Vianney fu oggetto di incomprensioni, calunnie e persino dell’invidia di alcuni confratelli, che arrivarono a denunciarlo al Vescovo. La sua risposta fu disarmante: accolse tutto con umiltà, firmando persino la petizione contro di lui, affidando ogni cosa a Dio.
È un richiamo a liberare il ministero sacerdotale dalle gelosie e dalla competizione, che feriscono la comunione e scandalizzano il popolo di Dio. Ogni sacerdote è chiamato a riconoscere che non esiste un solo modo di vivere il ministero. Lo Spirito Santo distribuisce carismi diversi: chi eccelle nella predicazione, chi nell’ascolto e nella riconciliazione, chi nell’accompagnamento dei giovani, chi nella vicinanza ai malati.
La vera ricchezza nasce quando questi doni si armonizzano in un’autentica fraternità sacerdotale. Per questo, un rinnovato stile pastorale può svilupparsi attraverso tre scelte concrete: riscoprire il tempo dell’ascolto reciproco tra confratelli; valorizzare i diversi carismi come dono per tutta la Chiesa; rimettere Cristo al centro di ogni decisione pastorale custodendo la preghiera e la vita spirituale. Gesù stesso ha indicato il criterio decisivo: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).
L’equilibrio del pastore non consiste nel fare sempre di più o sempre di meno, ma nel lasciarsi conformare ogni giorno a Cristo, Buon Pastore.
Solo così l’attivismo non diventerà frenesia, il silenzio non si trasformerà in sterile burocrazia e la fraternità sacerdotale potrà tornare a essere una delle testimonianze più credibili del Vangelo.
*Parroco in Ave Gratia Plena, Piedimonte Matese

