di Gianluca De Vizio

Ci sono luoghi nei quali non si arriva semplicemente: ci si torna. Per me Assisi è uno di questi. È casa, è respiro, è uno di quei luoghi nei quali, ogni volta, sento che il cuore riesce a fare un po’ di silenzio e a ritrovare l’essenziale. Questa volta, però, sono arrivato con qualcosa di diverso: il desiderio di vivere fino in fondo un’esperienza insieme a migliaia di giovani provenienti da tanti Paesi, lasciandomi interrogare da ciò che il Signore avrebbe voluto dirmi attraverso i volti, le parole, la preghiera e gli incontri di questi giorni.
Il GO! Franciscan Youth Meeting è stato molto più di un appuntamento. È stato un cammino. Quattro giorni vissuti tra momenti di festa e di preghiera, formazione, testimonianze, musica, silenzio e fraternità. Quattro giorni nei quali ho sperimentato concretamente la bellezza di una Chiesa giovane, viva, capace ancora di radunarsi, di ascoltarsi e di mettersi in discussione. In mezzo alle tante lingue, alle diverse culture e alle differenti storie personali, c’era qualcosa che ci univa profondamente: la ricerca di Cristo, il desiderio di capire dove stiamo andando e la domanda, spesso silenziosa, su quale forma dare alla nostra vita.
È difficile raccontare cosa significhi pregare insieme a migliaia di giovani. Ci sono momenti nei quali le parole diventano insufficienti e rimane soltanto la consapevolezza di essere parte di qualcosa di più grande. In questi giorni ho pregato per tante persone che porto nel cuore, per chi è solo, per chi soffre, per chi attraversa battaglie che nessuno conosce, per le guerre che continuano a ferire il mondo e per la pace. E ho sentito che la preghiera non è fuga dalla realtà, ma il modo più vero per consegnare a Dio la realtà e chiedergli di trasformare prima di tutto il nostro cuore.
La fraternità, poi, ha avuto il volto concreto delle persone incontrate. Volti che magari non conoscevo fino a pochi giorni fa e che, in qualche modo, sono entrati nella mia storia. Una conversazione, un sorriso, una preghiera condivisa, una stretta di mano possono diventare strumenti attraverso i quali Dio ci raggiunge. È una delle cose che più mi hanno colpito: il Signore continua a parlare attraverso le persone, attraverso gli incontri che non programmiamo, attraverso quelle relazioni che arrivano improvvisamente e ci ricordano che nessuno è chiamato a camminare da solo.
Ho avuto anche la possibilità di vivere momenti di formazione particolarmente significativi, come la masterclass “Cantare Francesco. La prima tradizione tra liturgia e devozione”, presso l’Accademia Resonars, guidata dal M° Giovanni Conti. Per me, che vivo da sempre il rapporto tra musica, liturgia e fede, è stato un prezioso ritorno alle sorgenti, alla scoperta di una tradizione nella quale il canto non è semplice esecuzione, ma diventa preghiera, memoria, annuncio. Anche questo mi ha ricordato che ogni talento che Dio ci consegna non è soltanto qualcosa da coltivare per noi stessi, ma può diventare un dono da mettere a servizio degli altri.
Tra gli incontri che porterò con me c’è quello con il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme. La sua testimonianza ha dato un volto concreto alle parole pace, guerra, dialogo e speranza. Incontrare una persona che vive quotidianamente la complessità e la sofferenza della Terra Santa, proprio qui ad Assisi, mi ha fatto comprendere ancora di più quanto sia urgente tornare a parlare di fraternità non come di un ideale lontano, ma come di una responsabilità che riguarda ciascuno di noi.
E poi è arrivato giovedì 6 agosto. Il momento che, fin dall’inizio, aspettavamo: l’incontro con Papa Leone XIV. Eravamo in tantissimi, ma in quella moltitudine ho percepito qualcosa di profondamente personale. Il Papa ci ha parlato nella festa della Trasfigurazione del Signore e ci ha riportato al cuore del Vangelo: Gesù Cristo. Ci ha ricordato che sul monte gli apostoli non ricevono una risposta a tutti i loro interrogativi; ricevono innanzitutto una certezza: Gesù è con loro. E forse è proprio questa la cosa di cui abbiamo più bisogno anche noi giovani. Non avere tutte le mappe, non conoscere già ogni strada, ma sapere con chi camminiamo.
Le parole del Santo Padre mi hanno particolarmente colpito quando ci ha detto che «non si può restarne solo spettatori». È una provocazione forte. Perché è facile guardare il mondo, commentarlo, lamentarsi delle sue ferite. È molto più difficile entrarci dentro, assumersi la responsabilità della propria storia, scegliere da che parte stare, mettere la propria vita al servizio del bene. Cristo non ci chiama a essere spettatori della storia, ma uomini e donne capaci di abitarla, di trasformarla, di riparare ciò che è ferito.
Papa Leone ha parlato della “magnifica umanità” che trova in Cristo la sua Via, la sua Verità e la sua Vita. E mi sono ritrovato a pensare a Francesco e Chiara. Due giovani che non si sono accontentati di una fede vissuta per abitudine, che hanno avuto il coraggio di prendere sul serio il Vangelo, senza sconti. La loro vita è cambiata e, attraverso quella vita cambiata, è cambiata anche la vita di tantissime altre persone. È questa, forse, la vera rivoluzione cristiana: lasciare che Cristo trasformi la nostra umanità e permettere che, attraverso di noi, la sua luce raggiunga qualcun altro.
Il Papa ci ha consegnato una parola semplice, quasi disarmante: “Go!”. Andate. Ma subito dopo ha corretto quella parola: «Andiamo». Non una missione individuale, dunque, ma un cammino condiviso. Andiamo verso le periferie, verso chi è ferito, verso chi è solo, verso chi non ha voce. Andiamo portando la civiltà dell’amore, scegliendo la fraternità invece della contrapposizione, il servizio invece del dominio, la pace invece della violenza.
Mentre lo ascoltavo, pensavo che forse il senso di questi quattro giorni fosse proprio questo: non costruire una parentesi bella dalla quale non voler più uscire, ma lasciarsi trasformare per tornare nella propria vita con qualcosa di nuovo. La Trasfigurazione non è il luogo nel quale Pietro, Giacomo e Giovanni possono rimanere per sempre. Devono scendere dal monte. Anche noi dobbiamo scendere da Assisi. Dobbiamo tornare nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie, nel nostro lavoro, nei nostri studi, nelle nostre relazioni, nelle nostre fatiche quotidiane. Ma possiamo farlo con una luce nuova negli occhi e con una certezza più profonda nel cuore: Cristo cammina con noi.
Riparto da Assisi con tanti volti nella memoria, con la gratitudine per ciò che ho ricevuto e con qualche domanda in più. Ma soprattutto riparto con il desiderio di non lasciare che questa esperienza rimanga soltanto un ricordo. Perché se questi giorni hanno avuto un senso, quel senso si misura da ciò che accadrà quando si ritorna a casa.
Assisi mi ha ricordato che Dio continua a chiamare. Continua a parlare. Continua a fidarsi dei giovani. E forse la cosa più bella è sapere che non ci chiede di avere già tutto chiaro: ci chiede semplicemente di fidarci di Lui e di iniziare a camminare.
Con Cristo. Con i fratelli. Con una strada ancora da scoprire.
Go! Andiamo.




