
Lucio D’Abbraccio – Il 29 settembre la Chiesa celebra i santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, i tre che la Sacra Scrittura chiama per nome e presenta con una particolare missione nella storia della salvezza.
San Giovanni Paolo II, all’Angelus del 29 settembre 1985, ne ricordava il significato dei nomi: Michele, “Chi è come Dio?”, è presentato nell’Apocalisse mentre combatte contro le potenze del male; Gabriele, “Fortezza di Dio”, è inviato alla Vergine Maria per annunciarle la sua vocazione a diventare Madre del Redentore; Raffaele, “Medicina di Dio”, è legato al racconto del libro di Tobia, nel quale accompagna il giovane Tobia nel suo viaggio e diviene strumento della guarigione di Tobi. Il Pontefice invitava a sentire vicini i tre Arcangeli “come amici e protettori presso Dio”.
Sul significato della missione dei tre Arcangeli si soffermò anche Papa Francesco nella meditazione mattutina durante la Santa Messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae il 29 settembre 2017, dal titolo Affidiamoci agli arcangeli. Riflettendo sulla missione affidata da Dio a ciascuno dei tre, il Pontefice indicava in Michele colui che ci aiuta nella lotta contro il male, in Gabriele il messaggero della buona notizia della salvezza e in Raffaele colui che ci prende per mano e ci accompagna nel cammino della vita.
Tra i tre, San Michele Arcangelo ha lasciato un’impronta particolarmente profonda nella religiosità dell’Italia meridionale.
Il pensiero corre al Gargano, dove a Monte Sant’Angelo sorge la Basilica Santuario di San Michele Arcangelo, conosciuta anche come “Celeste Basilica”. Il titolo affonda le sue radici nell’antica tradizione legata all’apparizione della Dedicazione, collocata tradizionalmente nell’anno 493: il vescovo di Siponto (nell’area dell’attuale Manfredonia) si preparava a consacrare la grotta, ma l’Arcangelo Michele gli avrebbe rivelato di averla già consacrata con la sua presenza. Per questo la Sacra Grotta, ritenuta non consacrata da mano umana, ricevette nei secoli il titolo di “Celeste Basilica”.
La storia del santuario si intrecciò profondamente, tra il VI e il VII secolo, con quella dei Longobardi, particolarmente devoti all’Arcangelo. Monte Sant’Angelo divenne nei secoli una grande meta di pellegrinaggio, raggiunta da fedeli provenienti da diverse regioni d’Europa.
A questo luogo la tradizione lega anche San Francesco d’Assisi, particolarmente devoto a San Michele. Secondo un’antica memoria, il Poverello giunse pellegrino a Monte Sant’Angelo, probabilmente nel 1216, ma, non ritenendosi degno di entrare nella Sacra Grotta, si fermò sulla soglia in atteggiamento di preghiera e umiltà. La tradizione ricorda anche il segno del Tau da lui tracciato sulla pietra. Un legame che assume un significato particolare proprio nel 2026, ottavo centenario della morte di San Francesco, e che ancora oggi unisce spiritualmente Assisi e Monte Sant’Angelo.
La devozione a San Michele ha lasciato testimonianze significative anche nel territorio della Diocesi di Alife-Caiazzo.
Nel territorio comunale di Alife si trova la frazione San Michele, il cui stesso nome testimonia il legame con l’Arcangelo. La presenza del culto è documentata almeno dal 1784, anno al quale risale l’antica cappella rurale dedicata a San Michele. Un passaggio importante avvenne durante l’episcopato di Mons. Luigi Noviello, vescovo di Alife dal 1930 al 1947, che nel 1939 diede alla comunità una più stabile configurazione ecclesiale, erigendola canonicamente in vicaria curata. Una devozione antica che continua ancora oggi a caratterizzare la vita religiosa della frazione.

Poco distante, Sant’Angelo d’Alife custodisce un’altra importante testimonianza di questo culto. Nel suo territorio si trova la Grotta di San Michele Arcangelo, antico santuario rupestre legato alla presenza longobarda. La documentazione ufficiale del Comune di Sant’Angelo d’Alife attesta che, in media collina, sorse un centro di culto dei Longobardi e che nella grotta dedicata a San Michele si conservano i resti di un santuario rupestre, divenuto punto di riferimento di un abitato altomedievale.
Il legame con l’Arcangelo interessa anche la vicina Raviscanina. Il sito istituzionale del Comune descrive la grotta come un luogo frequentato già in epoca preistorica e divenuto successivamente, con i Longobardi, santuario per il culto di San Michele. Al suo interno sono presenti testimonianze dell’antico luogo di culto, mentre all’esterno si trova una cappella risalente al XVIII secolo.
La devozione micaelica raggiunge anche il cuore del Matese. Nel territorio di San Gregorio Matese, sul Lago del Matese, sorge infatti una chiesetta dedicata a San Michele Arcangelo, legata alla comunità parrocchiale di Santa Maria delle Grazie. Anche qui il culto dell’Arcangelo continua a essere vivo: nel mese di luglio si celebra tradizionalmente la festa “di San Michele al Lago” con processione e Messa; anche il 29 settembre, memoria liturgica dei santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, nella piccola chiesa viene celebrata l’Eucaristia.
Dalla frazione San Michele di Alife alle grotte di Sant’Angelo d’Alife e Raviscanina, fino alla chiesetta di San Michele sul Lago del Matese, il territorio diocesano custodisce dunque una significativa presenza micaelica, nella quale fede, storia, devozione popolare e territorio si incontrano.
C’è poi un luogo con una tradizione molto particolare; la storia ci porta sul versante di Monte Maggiore della Diocesi di Alife-Caiazzo, presso la Grotta di San Michele in Monte Melanico. Siamo nella frazione “Profeti” del comune di Liberi dove da secoli resiste l’antico culto all’Arcangelo. Si tratta dell’unica grotta micaelica ad essere assurta al rango di Basilica.
Le fonti storiche ci ricordano che fu dedicata tra l’862 e l’866, per “purificarla” dai riti preistorici sopravvissuti al tempo dell’affermazione del cristianesimo. Particolare attenzione merita una concrezione calcarea che secondo i devoti ricorderebbe il seno della Madonna da cui gocciola acqua che per la credenza popolare guarisce la vista.


Ma la festa del 29 settembre invita ad andare oltre la pur preziosa eredità delle tradizioni.
Il nome stesso di Michele — “Chi è come Dio?” — costituisce una professione di fede. Nel libro dell’Apocalisse Michele e i suoi angeli combattono contro il drago (cfr. Ap 12,7-9). È l’immagine della lotta contro il male che attraversa anche l’esistenza del cristiano e si traduce, nella vita quotidiana, nella scelta del bene, della verità, del perdono e della pace.
La missione di Michele, insieme a quella di Gabriele e Raffaele già richiamata dalle parole dei Pontefici, non appartiene però soltanto alle pagine della Scrittura: continua a offrire indicazioni concrete alla vita cristiana. Le loro diverse missioni possono essere raccolte in tre verbi: combattere, annunciare, accompagnare.
Combattere il male senza lasciarsi vincere dalla rassegnazione; annunciare il bene in un tempo nel quale spesso sono le cattive notizie a occupare più spazio; accompagnare chi ci è accanto, soprattutto quando la strada diventa più difficile.
La festa del 29 settembre diventa allora occasione per riscoprire non soltanto una devozione antica, ma un messaggio che continua a parlare alla vita di ogni giorno. Nella Diocesi di Alife-Caiazzo, dove il nome di Michele è custodito da comunità e antichi luoghi di preghiera, questa memoria assume un significato ancora più familiare.
Dal Matese al Gargano, generazioni di credenti hanno invocato l’Arcangelo affidandogli timori, speranze e preghiere. Ancora oggi la sua figura richiama il cristiano alla fiducia in Dio e alla certezza che il male non ha l’ultima parola.
E il suo stesso nome continua a ricordare l’essenziale: “Chi è come Dio?”