
XXVII domenica del Tempo Ordinario, Anno A
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di Sorella Michela Arnone, Comunità Monastica di Ruviano
Siamo di fronte, in questa domenica, alla terza scena ambientata nella vigna. Le tre parabole, che sono un invito alla conversione, con questa drammatica parabola dei vignaioli omicidi raggiunge un culmine. Eppure, anche qui di fronte all’abbondare della violenza, alla tragicità del rifiuto, c’è un’apertura, c’è una buona notizia alla fine. Una buona notizia che non è ottimismo e che non nasconde ciò che di tragico avviene, ma che mostra l’agire di Dio sovrabbondante, il suo guidare la storia verso un compimento nonostante i rifiuti dell’uomo e oltre quei rifiuti.
Il contesto della vigna lo conosciamo, indica un luogo affidato che non ci appartiene ma in cui lavorare; come nella prima delle tre qui c’è di nuovo un padrone. È lui che, direttamente, lavora per primo, per impiantare la vigna, ce lo dicono una serie di verbi all’inizio che sono dettagliati; egli pensa a tutto, poi si allontana. È Dio che crea il mondo e poi lo affida all’uomo? È Dio che si rivela a Israele e gli affida un ruolo in mezzo ai popoli? È Dio che opera per generare la Chiesa e poi la affida ai cristiani? Ci sono tutti e tre questi livelli e possiamo tenerli insieme.
Al centro della parabola si pone un fraintendimento, coloro a cui è affidata la vigna se ne credono possessori, hanno dimenticato il padrone, questo il problema. Le cose che mettono in atto uccidendo i servi mandati a raccogliere i frutti e poi addirittura il figlio, mostra che loro hanno cancellato il padrone dalla loro esistenza; non si rendono conto che alla fine a lui dovranno rispondere. Fuor di metafora, eliminare Dio dall’orizzonte, scatena la violenza.
E non bisogna essere atei dichiarati per fare questo, si può essere cristiani a parole, ma nei fatti non vivere posizionandosi in relazione con quel Dio che ci ha dato la vita, ci ha posto nel mondo e nella sua comunità. La parabola, con una certa forza, mostra uno scenario purtroppo molto realistico e non esagerato: l’uomo è in grado di fare violenza, sotterfugi per invidia per eliminare colui e coloro che limitano la sua assolutezza.
Non dobbiamo pensare alla guerra e a cose lontane da noi, ma guardarci dentro. Tutti siamo chiamati in causa da questa parabola; invidia e cattiveria si possono muovere, per motivi diversi, in ciascuno, se non stiamo in guardia e non lottiamo con l’idolatria di noi stessi. Banale pensare che ci sono dei violenti, che non siamo noi a rifiutare di dare i frutti a Colui a cui appartengono, mentre la nostra parte è quella di essere gli altri a cui viene riconsegnata la vigna alla fine.
Per arrivare a quel punto, dobbiamo passare per l’assunzione concreta della possibilità che siamo noi quelli che uccidono, in piccole e grandi cose. Se lo faremo, se riconosceremo dentro di noi il rischio concreto di rifiutare i profeti e il Figlio che ci è stato donato, rifiutando la via dell’amore che egli ha indicato, allora potremo provare dolore e scegliere diversamente… Se invece non ci facciamo toccare o ci induriamo, rischieremmo davvero di essere come quelli che alla fine decidono la condanna di Gesù, rendendo reale la parabola.
La vita e la proposta di Gesù sono paradossali, ci mettono in gioco fino alla fine… come quella pietra che i costruttori lasciano da parte, essa non faceva parte dei loro piani e non si fanno interrogare da essa.
Senza di questa, però, non si può costruire, manca qualcosa di fondamentale. È così per noi e per la nostra vita cristiana; senza accogliere quel paradosso, non si costruisce davvero. E arriverà il tempo nel quale tutto sarà rivelato, anche se intanto c’è un tempo lungo di attesa.
L’inganno di quei servi che vogliono possedere e autogestire la vigna verrà svelato e… ad alcuni la vigna viene tolta! Non dormiamo e non ci accomodiamo sulle nostre sicurezze ecclesiali ma andiamo al profondo della nostra adesione al Vangelo.
Solo così potrà essere vero che quella buona notizia di “altri” a cui il Regno viene affidato, coinvolga anche noi. Solo così potremo essere quegli altri e attraverso di noi si potrà rinnovare quella grazia sovrabbondante di Dio che ricomincia con l’uomo, ancora, nonostante tutto il male che l’uomo sceglie.