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    Home»Antropos»Antropos. L’assenza della prospettiva futura nei giovani contemporanei
    Antropos

    Antropos. L’assenza della prospettiva futura nei giovani contemporanei

    Davide Cinotti21 Aprile 2017Nessun commento

    disagio giovaniNella nostra Diocesi di Alfe-Caiazzo i giovani svolgono un ruolo molto attivo attraverso manifestazioni culturali, partecipazioni eucaristiche, incontri tematici, grazie anche al nostro Vescovo che accoglie e ama sinceramente i nostri giovanissimi.
    Bisogna riconoscere che infondere la speranza nei giovani non è certo semplice considerato che la nostra nuova generazione vede il futuro con un senso di incertezza e sfiducia spropositato dovuto anche all’eredità dei “vecchi” che hanno consumato la positività prospettica.

    I giovani, per questo motivo, vivono nell’assoluto presente, mossi dalla convinzione che la vita è “uno stupido scherzo” e tanto vale vivere in diretta ventiquattro ore al giorno e riderci sopra. Ma vivere nell’assoluto presente è decisamente deresponsabilizzante. La responsabilità è la comprensione degli esiti che la mia azione avrà sul mio passato (personalità e reputazione) e degli effetti che avrà sul futuro: ma se per il giovane – che vive in uno stato di maniacalità – passato e futuro sono assenti, viene meno anche la responsabilità. Questo spiega quella che io chiamo “psico-apatia giovanile”, vale a dire il distacco tra le proprie azioni e le emozioni ad esse connesse. Il bullismo dilagante ne è un esempio.
    E il futuro, in termini umani, non c’è più, non tanto perché non c’è un tempo fisico; ma perché non c’è una configurazione del futuro. Quando Nietzsche, nel definire il nichilismo, afferma che «manca il fine», ecco che il futuro è già infranto, è già cieco e buio. «Manca la risposta al “perché?”» : ed è chiaro che se manca un progetto e manca uno scopo, manca anche la ragione per cui si è al mondo, il senso dell’esistenza.

    Così i giovani stanno male, ed a differenza di qualche decennio fa non riescono a dare un nome al male di cui soffrono. Questa è una differenza rilevante.

    Dico questo con riferimento allo sportello per il disagio giovanile che da 3 anni gestiamo in un istituto scolastico del nostro contesto. E ciò che  maggiormente mi ha  impressionato è che i giovani si recano allo sportello denunciando un male, ma che, se interrogati sul male di cui soffrono, non sanno rispondere: «non lo so», dicono. Questo “non lo so” sta a significare che i giovani non dispongono dei nomi e tanto meno dei decorsi del dolore; e questo perché non sono arrivati a quel livello che permette di riconoscere un sentimento.

    Nello sviluppo psicologico, noi abbiamo sostanzialmente tre gradini da percorrere. Il primo è l’impulso, che ci è dato per natura; e chi si ferma all’impulso non si esprime con le parole, ma con i gesti: si pensi come esempio al bullismo.
    Il secondo livello è quello dell’emozione, ovvero della risonanza emotiva che i miei gesti e le mie parole producono dentro di me: prendiamo come esempio il noto caso di Erica e Omar, che, dopo aver ucciso la mamma e il fratellino, escono come ogni giorno per bere una birra; questo tranquillo ritorno alla quotidianità significa che il gesto compiuto non ha avuto alcuna risonanza emotiva.
    Il terzo e ultimo livello è quello del sentimento, che non è dato per natura, ma per cultura: tutti i popoli, dai più primitivi a quelli contemporanei, hanno raccontato miti, storie dove sono indicati nomi e percorsi sull’ordine sentimentale: per intenderci, nella mitologia greca, noi ritroviamo una fenomenologia dei sentimenti impersonati da Zeus, che è il potere, da Atena che è intelligenza, da Afrodite che è sessualità, da Apollo, la bellezza, da Dioniso, la follia, da Ares, l’aggressività… Da questo tipo di racconti si imparano i sentimenti.

    Noi, oggi, non abbiamo più miti. Però abbiamo quell’immenso patrimonio, che si chiama letteratura. Un patrimonio dal quale potremmo imparare che cosa sia il dolore, che cosa sia la gioia, che cosa l’amore, la noia, il suicidio, lo spleen; un patrimonio che, però, ci permettiamo di ridurre ai minimi termini rendendolo sterile. Riduciamo la letteratura a una serie di date, di nomi contenute in un I-pad o in un computer: è chiaro che così i giovani non possono imparare i sentimenti. E quando una persona prova un sentimento, ma non sa comprenderlo, non ne sa dare un nome, vive uno stato di angoscia dovuto al non sapere di cosa stia soffrendo e il perché stia male. Il mito, la letteratura, invece, fornivano e potrebbero fornire un lessico, le parole e i paradigmi per orientarsi nello scenario emotivo, ma soprattutto sentimentale. E di questa opportunità la scuola dovrebbe farsi detentrice ma sappiamo che la realtà è diversa. Ma di ciò ne parlerò prossimamente. A presto.

    disagio giovani psicologia

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