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    Home»matese moderno contemporaneo»La produttiva e pregiata pastorizia del Matese nei secoli XVII e XVIII in documenti inediti
    matese moderno contemporaneo

    La produttiva e pregiata pastorizia del Matese nei secoli XVII e XVIII in documenti inediti

    Redazione10 Aprile 20193 commenti

    Matese. Tra moderno e contemporaneo

    L’economia pastorale a Piedimonte, Castello e San Gregorio in età moderna (1613-1787)

    di Armando Pepe

    Introduzione
    L’economia del Matese si basava sull’agricoltura, sulla pesca, sul taglio dei boschi e anche sull’allevamento ovino, in virtù del quale si producevano carni, formaggi e lana, lavorata prevalentemente a Piedimonte. L’industria laniera, agli albori del XVII secolo, conobbe una vigorosa fase espansiva, tant’è vero che alla Fiera di Foggia, la più importante del Regno di Napoli, «I grandi mercanti di Bergamo, Venezia, Firenze, Cerreto e Piedimonte d’Alife impedivano ai mercanti di medie dimensioni di acquistare la lana a prezzi convenienti» (Marino, p. 371), di fatto creando un monopolio per proteggere le realtà economiche locali. Acquistare lana era una necessità dato che sul Matese non c’erano greggi sufficienti a produrne in misura adatta al fabbisogno. Considerando le città d’origine degli acquirenti di lana alla Fiera di Foggia, Piedimonte era sempre nelle prime posizioni, raggiungendo il 4° posto nel 1625, il 1° nel 1641, l’8° nel 1655, il 4° nel 1670, il 5° nel 1685 e il 4° nel 1700 (Marino, pp. 395-397). Alla metà del XVIII secolo l’entità dell’industria laniera a Piedimonte è testimoniata da una lettura, sia pure cursoria, del Catasto Onciario, che si trova in Biblioteca Comunale. Le fasi della lavorazione della lana consistevano in tosatura, lavaggio, cardatura, filatura, tessitura, tinteggiatura, operazioni che impiegavano una moltitudine di lavoratori. Per studiare la transumanza e la quantità di ovini presenti sul Matese è indispensabile andare all’Archivio di Stato di Foggia, ove, nel fondo Dogana delle pecore, è possibile risalire a complessi documentari che rendono la misura dell’effettiva consistenza armentizia e il ruolo svolto dalla rete dei proprietari, sia privati cittadini sia enti ecclesiastici, come confraternite e chiese ricettizie. I pastori verso fine estate conducevano le greggi nel distretto di Capitanata, dove c’era la Regia dogana della mena delle pecore, istituita da Alfonso d’Aragona nel 1447 e soppressa da Giuseppe Bonaparte il 21 maggio 1806. I censuari erano segnati in registri fiscali definiti squarciafogli, da cui si ricava anche il numero delle pecore per ogni gregge, dichiarato con un atto pubblico, ovvero la professazione volontaria. Nel sistema doganale le aree di pascolo erano designate con il termine di locazioni e quella di Piedimonte si trovava presso Procina [Apricena], nella parte settentrionale del Tavoliere delle Puglie. Riportando i dati disaggregati si può constatare la concentrazione del patrimonio ovino a Piedimonte e dintorni nell’arco temporale preso in esame, che va dal 1613 al 1787. Bisogna tener presente che il numero delle pecore, immesse in Dogana, molto verosimilmente non costituiva la somma delle greggi pascolanti sul Matese poiché qualche proprietario poteva anche farle svernare altrove, data la trascurabile antropizzazione della pianura alifana. Ad ogni buon conto le analisi vanno sempre condotte su dati reali.

    Un gregge sul lago Matese. Dicembre 2015

    Proprietà e consistenza numerica delle greggi
    XVII sec. (Anni 1613-1669)
    Complessivamente, ad ottobre 1613 furono dichiarati 7110 ovini[1]: a) Fabio di Scotio, 800; b) Roberto di Scotio, 450; c) Cappella di Santa Maria Occorrevole, 1220; d) Michele di Scotio, 100; e) Basilio Albanese, 450; f) Giovanni Paolo Albanese, 50; g) Francesco Ciccarelli e fratelli, 1830; h) Geronimo di Gregorio, 580; i) Marcantonio Patierno, 100; l) Giovanni Cola d’Amico e Cesare d’Amico, 690; m) Giovanni Onorato Zappulo, 100; n) Giovanni Cola di Lella, 190; o) Gervasio Natalizio, 250; p) Ercole Parillo, 160; q) Pietro Zappulo, 140.         Ad ottobre 1623 furono denunciati 6130 ovini[2]: a) Serafino e Bernardino Ciccarelli, 740; b) Cesare d’Amico, 370;  c) Giovanni Cola d’Amico, 440; d) Fabio d’Amico , 400; e) Batta Fattore ,150; f) Mario Fattore, 150; g) Giobatta Natalizio, 120; h) Fabio Natalizio, 100; i) Agostino Natalizio, 300; l) Giovanni Tommaso Zappulo , 360; m) Basilio e Giovanni Paolo Albanese , 900; n) Matteo e Giobatta del Vecchio, 600; o) Vincenzo del Vecchio, 250; p) Cappella di Santa Maria Occorrevole, 840; q) Giobatta Zappulo, 410. Ad ottobre 1633 furono dichiarati 5875 ovini[3]: a) Cappella di Santa Maria Occorrevole, 1080; b) Evangelista di Domizio, 1080; c) Salvatore di Scotio, 330; d) Michele di Scotio, 480; e) Giobatta Natalizio, 70; f) Agostino Natalizio, 160; g) Filippo e Giobatta Ciccarelli, 600; i) Angelo Caprariello, 70; l) Giovanni Onorato Zappulo, 50; m)  Basilio Albanese, 640; n) Francesco Natalizio, 190; o) Cappella del Santissimo Rosario, 910; p) Giovanni Tommaso Zappulo, 35; q) Fabio Natalizio, 120; r) Giovanni Simone Zappulo (di Piedimonte) 60. Ad ottobre 1669 furono dichiarati 5701 ovini[4]:  a) Damiano di Domizio, 338; b) Cappella di Santa Maria Occorrevole, 2500; c) Giobatta Di Lello, 378; d) Andrea Ciccarelli, 1000; e) Domenico Antonio Monte, 685; f) Congregazione di Castello di Piedimonte, 300; g) Orazio d’Amico, 500.

    XVIII sec. (Anni 1703- 1787)
    Ad ottobre 1703 furono dichiarati 4850 ovini[5]: a) Antonio di Tommaso, 500; b) Cappella di Santa Maria Occorrevole, 2000; c) Cappella del Santissimo Rosario, 100; d) Cappella di Santa Maria di Costantinopoli, 550; e) Cappella del Santissimo Sacramento [in San Gregorio] 500; f) Giuseppe di Tommaso, 100; g) Mercurio Conte, 100; h) Nicola Ciccarelli, 300; i) Cassandra Petrucci, 300; l) Giovanni di Tommaso, 400.  Ad ottobre 1750 furono dichiarati 3520 ovini[6]: a) Cappella di Santa Maria Occorrevole, 960; b) Cappella del Santissimo Rosario, 100;c) Cappella di Santa Maria di Costantinopoli, 1220; d) Cappella del Santissimo Sacramento [in San Gregorio], 1240. Ad ottobre 1770 furono denunciati 3550 ovini[7]: a) Cappella del Santissimo Rosario, 100; b) Cappella del Santissimo Sacramento [in San Gregorio], 1140; c) Cappella di Santa Maria di Costantinopoli, 1220; d) Cappella di Santa Maria Occorrevole, 1000; e) Francesco Mezzullo, 90. Ad ottobre 1787 furono dichiarati 4310 ovini[8]: a) Don Onorato Gaetani dell’Aquila d’Aragona, 400; b) Cappella di Santa Maria Occorrevole, 960; c) Cappella del Santissimo Rosario, 100; d) Cappella di Santa Maria di Costantinopoli, 1170; e) Cappella del Santissimo Sacramento [ in San Gregorio] 1090; f) Felice de Lellis, 90; g) Reverendo Don Domenico Caso, 30; h) Valenzio del Giudice, 200; i) Francesco Mezzullo, 90; l) Antonio de Lellis, 90; m) Giacinto Caso, 90.

    Analisi
    Nel 1613 il patrimonio ovino era ripartito tra pochi medi proprietari. Su un totale di 7110 capi la Confraternita di Santa Maria Occorrevole, di giuspatronato dell’Università di Piedimonte e dei Duchi Gaetani di Laurenzana, ne possedeva 1220. Emergono, per di più, nuclei familiari di una certa solidità finanziaria (Ciccarelli, di Scotio, Albanese e di Gregorio) che, molto plausibilmente, oltre ad essere possessori di folte greggi, erano anche protagonisti nell’industria laniera. Il quadro economico, nonostante la terribile peste del 1656, rimase sostanzialmente invariato per l’intero XVII secolo.
    Per converso, osservando l’assetto proprietario, già agli inizi del XVIII secolo si può notare la forte presenza delle Confraternite, che detenevano un congruo numero di ovini e, conseguentemente, disponevano di un consistente potere economico. Nel 1703 quattro Confraternite (Santa Maria Occorrevole, Santissimo Rosario, Santa Maria di Costantinopoli, Santissimo Sacramento, quest’ultima a San Gregorio) possedevano 3150 pecore su un totale di 4850. Sostanzialmente, perseguendo gli stessi fini, avevano formato un trust. Tuttavia, «oltre al ruolo economico, che è facilmente intuibile e apprezzabile nella sua dimensione, vi è un altro aspetto dell’azione delle confraternite, forse meno appariscente, ma fondamentale: l’influenza diretta sulla collettività e sul suo senso sociale» (Arrigo,p. 169). È da considerare, in conclusione, che le risorse delle Confraternite erano inversamente proporzionali all’esiguità della mensa episcopale, dato che quasi tutti i presuli alifani per restaurare l’episcopio, il seminario e le chiese spesso attingevano da fondi propri.

    Fonti, bibliografia e note
    Luigi Arrigo, Le Confraternite di Piedimonte Matese. Vita economica e sociale in età moderna, in Daniele Casanova, Mestieri e Devozione. L’associazionismo confraternale in Campania in età moderna, a cura di, Napoli, La città del sole 2005.

    Piero Bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento a oggi, Roma, Donzelli 2005.

    Romeo Como, Dalla valle Aventina alla locazione di Arignano. Quando al calar che fanno…, Foggia, Bastogi 2011.

    John A. Marino, L’ economia pastorale nel Regno di Napoli, Napoli, Guida 1992.

    Dante Marrocco, Piedimonte Matese. Storia e attualità,  Piedimonte Matese, Edizioni ASMV 1999.

    Armando Pepe,  Le relazioni ad Limina dei vescovi della diocesi di Alife (1590-1659), Tricase, Youcanprint 2017.

    [1] ASFg, Dogana delle pecore di Foggia, serie V (1536- 1806), Squarciafoglio delle pecore, Anni 1613- 1614, b.784.

    [2] ASFg, Dogana delle pecore di Foggia, serie V (1536- 1806), Squarciafoglio delle pecore, Anno 1623, b. 804

    [3] ASFg, Dogana delle pecore di Foggia, serie V (1536- 1806), Squarciafoglio delle pecore, Anni 1633-34, b. 833.

    [4] ASFg, Dogana delle pecore di Foggia, serie V (1536- 1806), Squarciafoglio delle pecore, Anni 1669- 1670, b. 888.

    [5] ASFg, Dogana delle pecore di Foggia, serie V (1536- 1806), Squarciafoglio delle pecore, Anni 1703- 1704, b. 937

    [6] ASFg, Dogana delle pecore di Foggia, serie V (1536- 1806), Squarciafoglio delle pecore, Anni 1750- 1751, b. 1025.

    [7] ASFg, Dogana delle pecore di Foggia, serie V (1536- 1806), Squarciafoglio delle pecore, Anni 1770- 1771, b. 1066.

    [8] ASFg, Dogana delle pecore di Foggia, serie V (1536- 1806), Squarciafoglio delle pecore, Anni 1787- 1788, b.  1082.

    Per leggere la prima uscita della Rubrica “Matese. Tra moderno e contemporaneo”, clicca qui.

    archivio economia Matese pastorizia pecore ricerca storica

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    3 commenti

    1. Giambattista Tomasone on 25 Gennaio 2020 9:27

      Leggo sempre con interesse le ricerche di Pepe. Al quale mi permetto di suggerire un altro dato interessante: la diminuzione progressiva del numero degli ovini, che dal 1613 al 1770 quasi si dimezza. L’aumento che si registra negli anni successivi forse rimanda anche a modifiche nelle tecniche censuarie. Giambattista Tomasone – Letino

      Reply
    2. Armando Pepe on 25 Gennaio 2020 12:03

      Grazie

      Reply
    3. Armando Pepe on 25 Gennaio 2020 12:40

      La conta delle pecore è sempre la stessa ; del resto le statistiche complessive sono riportate negli studi di Joe Marino, l’economia pastorale nel Regno di Napoli , e queste statistiche mostrano che il mercato laniero a Piedimonte era superiore nel 1600 rispetto al 1700; tuttavia il cuore della pastorizia era l’Abruzzo , non la Campania , basti pensare che la Chiesa dell’Annunziata , di Sulmona, aveva greggi per un totale di 10000 pecore .
      Tuttavia possiamo ipotizzare che non tutte le pecore fossero portate a svernare in Puglia , ma non avendo documenti in tal senso , questa rimarrebbe solo una ipotesi

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