Home tutto sotto controllo Correva l’anno 541. “La peste di Giustiniano” nel racconto di Paolo Diacono

Correva l’anno 541. “La peste di Giustiniano” nel racconto di Paolo Diacono

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Corteo di Giustiniano, San Vitale, Ravenna, Mosaico VI sec.

Per la rubrica “Tutto sotto controllo”, dopo l’introduzione al tema e ai servizi e dopo un primo interessante articolo sull’epidemia di peste narrata da Lucrezio nel De rerum natura, ci spostiamo compiamo un balzo di molti secoli in avanti, attingendo alle cronache letterarie di Paolo Diacono.

Luca Di Lello – Una famosa epidemia colpì la nostra penisola nell’anno 541 d.C. Essa è più comunemente nota come “la peste di Giusitiniano” ed è immediatamente collocata, nell’immaginario collettivo, nel cupo scenario tardoantico, dove essa andò a sommarsi alla grave crisi economica che affliggeva l’Europa Occidentale. Perfettamente in linea con la crisi definitiva dell’Impero, seppur con Giustiniano si tentava un’anacronistica restaurazione. E soprattutto nel pieno della brutta congiuntura rappresentata da una delle più crudeli e sfiancanti guerre che le storie d’Italia ricordino, la guerra greco-gotica (535-553).

In quel periodo, che molti giudicano come inizio dell’era di decadenza a cui l’intero Medioevo è stato spesso a torto associato, si verificò uno dei più importanti cali demografici della storia d’Europa. Solo la guerra greco-gotica, a detta dello storico bizantino Procopio di Cesarea, causò la morte di dieci milioni di persone (consideriamo che gli abitanti dell’intera Italia a inizio VI secolo erano quattro milioni).

Una straordinaria testimonianza letteraria ce l’ha lasciata Paolo Diacono, autore della celebre Storia dei Longobardi scritta nel 792 d. C. Dopo che quindi assistette al crollo del regno dei Longobardi ed è proprio in questa circostanza che entrò nel monastero di Monte Cassino. La sua storia infatti comincia dalla “calata” dalla Scandinavia di questo popolo temerario nel VI secolo fino al regno di Liutprando, quindi fino ai suoi giorni. Nel secondo libro di questa grande opera descrive la questa spaventosa epidemia che afflisse l’Italia nel sesto secolo. Paolo esordisce individuandone in Liguria il primo focolaio (“Huius temporibus in provincia praecipue Liguriae maxima pestilentia exorta est.).
Subito dopo ne spiega la sintomatologia successiva al contagio per cui iniziavano a comparire ghiandole nell’inguine o nelle ascelle piccole come noci cui subito segue una febbre bruciante che porta alla morte in tre giorni. L’infezione da batterio, presenta anche una sorta di bivio che poteva portare a un risvolto di guarigione qualora fossero passati i tre tremendi giorni di decorso della malattia (Post annum vero expletum coeperunt nasci in inguinibus hominum vel in aliis delicatioribus locis glandulae in modum nucis seu dactuli, quas mox subsequebatur febrium intolerabilis aestus, ita ut in triduo homo extingueretur).

Ne evidenzia poi gli effetti di disgregazione sociale: l’abbandono delle città, il blocco di tutte le forme di produzione, prima fra tutte la pastorizia. La dissoluzione dei rapporti umani, fin nei legami più profondi come quelli familiari, che il morbo mette a dura prova. Lasciando addirittura l’impossibilità non solo degli offici funebri tra genitori e figli ma addirittura l’annullamento di ogni possibilità di contatto una volta insorto il male. (Scrive infatti: fugientes cladem vitare, relinquebantur domus desertae habitatoribus, solis catulis domum servantibus. […] Fugiebant filii, cadavera insepulta parentum relinquentes, parentes obliti pietatis viscera natos relinquebant aestuantes. Si quem forte antiqua pietas perstringebat, ut vellet sepelire proximum, restabat ipse insepultus).

Infine ci lascia una scena davvero straniante che è quella di una natura in pieno vigore che si esprime nelle immagini dell’uva matura e dei colori nitidi e vividi dei campi di grano. Immagine che con molta difficoltà si concilia allo scenario di morte che domina il vivere associato. (leggiamo: Sata transgressa metendi tempus intacta expectabant messorem; vinea amissis foliis radiantibus uvis inlaesa manebat hieme propinquante).

Al cospetto dei nostri giorni saltano immediatamente in mente dei processi sociali che osserviamo tutt’ora nella gestione dell’emergenza Covid 19. Uno di essi è senza dubbio la criminalizzazione del contagiato che una volta colpito dal morbo si vede immediatamente privato degli affetti più cari. È costretto giocoforza a mettere tutto in discussione, anche le abitudini più naturali e consuete, in più si trova troppo spesso a subire una sorta di processo alle intenzioni scatenato dall’uso scorretto dei social da parte di molti utenti che, con il pretesto della paura e con lo spauracchio della sicurezza, si trovano ad inondare la rete di odio, di sospetti capziosi e di sterili e inopportune forme di assalto al capro espiatorio di turno.

Un altro importante aspetto che viene alla luce, facile da percepire quanto difficile da descrivere è quello di una sorta di tripudio della primavera, che sembra offrire giornate splendide e piene di colori, in netta antitesi con i toni cupi della tragedia che la società odierna sta vivendo con apprensione. Come se la natura andasse avanti, inseguisse una palingenesi rigenerante, senza il bisogno del contributo del fattore umano. Quasi indifferente alla disgregazione di quel tessuto sociale che la abita. Proprio come queste giornate già primaverili che possiamo osservare solo dalla nostra finestra.

1 COMMENTO

  1. Bellissimo, grazie. Riflessione importante che dovrebbe portaci a pensare di più sui nostri comportamenti sociali e invitarci ad un profondo cambiamento di mentalità, soprattutto in campo economico e finanziario. Campo che condiziona troppo e male il nostro agire a discapito del “vero’ bene sociale

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