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Tutti a scuola. Speranze, ansie e timori

Il giorno tanto atteso è arrivato. Bambini e ragazzi si confronteranno con un inizio di anno scolastico diverso dai precedenti. Intervista alla neuropsicologa Daniela Chieffo del Policlinico Gemelli

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Eliana Astorri – Città del Vaticano

Si torna sui banchi e, mentre presidi e personale scolastico stanno ancora lavorando per rendere le varie strutture idonee al rientro in sicurezza di alunni e studenti, si analizza quale potrà essere il risvolto psicologico di questo inizio all’insegna dell’invisibile presenza del Covid-19 che, inevitabilmente, modificherà i comportamenti dei bambini e ragazzi. Mascherine e distanziamento fisico impediranno le normali relazioni sociali fondamentali nei giovanissimi.

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Nuove forme di vicinanza

Cosa significa per bambini e ragazzi tornare a stare insieme sui banchi di scuola dopo mesi, ma in modo distanziato? Risponde la professoressa Daniela Chieffo, neuropsicologa e psicoterapeuta della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS:

Per i nostri bambini e i nostri ragazzi tornare anche con delle misure di distanziamento significa, innanzitutto, tornare nella custode delle relazioni che è la scuola, quindi, comunque riprendere, in qualche modo, il rapporto con i propri coetanei. Con, chiaramente, un distanziamento che, però, può essere compensato con altre strategie di comunicazione. Quindi, c’è bisogno sicuramente di altre strategie del contatto fisico, ma la prossimità e la distanza deve essere compensata in questo periodo con una forma affettiva diversa, bisogna favorire, soprattutto, la comunicazione. Io credo che i ragazzi siano ormai anche abituati perché sono mesi che viviamo questa realtà. Credo anche che abbiano dei meccanismi interni ancora più validi di quelli che noi ci aspettiamo da loro.

Sia nei bambini che negli adolescenti si potrebbe sviluppare una paura dell’altro che, nei mesi a casa, è stata tenuta a bada dall’ambiente familiare stesso?

Sì, si può sviluppare, innanzitutto, il senso dell’untore, quindi è importante soprattutto che i bambini e i ragazzi non vengano considerati come veicolo di contagio. Questo è un pericolo soprattutto per i più piccoli, pensare di poter fare ammalare i propri nonni. Questi sono messaggi che vanno rassicurati, perché è chiaro che si può sviluppare un’ansia, una paura proprio dell’altro nel rapporto. Io credo che, nell’ambito della crescita, ai bambini e agli adolescenti va comunicata l’informazione anche con una sorta di serenità, senza mettere l’accento su alcuni concetti di contagio con allarmismi o senso militaristico di queste misure di cautela.

Professoressa, quando saranno grandi, come ricorderanno quel periodo in cui tutti giravano con le mascherine e non ci si abbracciava mai?

Io credo che lo ricorderanno come appartenenti ad un momento molto difficile che l’intera umanità ha vissuto e sta vivendo, quindi saranno bambini e ragazzi che avranno di per sé già magari sviluppato delle ulteriori risorse rispetto a chi questo periodo non l’ha vissuto e, probabilmente, io credo che bisogna comunque favorire la resilienza in questi ragazzi. Il ricordo sarà un ricordo, sicuramente per alcuni anche traumatico perché comunque nella realtà di tutti i giorni sentiamo anche i bambini di ragazzi che vivono molto male questo periodo, però è anche vero che contiamo molto sulle famiglie, ma anche sugli insegnanti, in questo caso sulla società perché questo evento traumatico poi si possa trasformare in un evento di crescita e anche di condivisione. Fondamentalmente stiamo vivendo tutti, e i bambini e gli adolescenti lo stanno vivendo con le loro famiglie, un periodo molto difficile, quindi superarlo potrebbe farli sentire più eroi e anche più maturi rispetto ad altri bambini e adolescenti che questo periodo non l’hanno vissuto.

Fonte vaticannews.va

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