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    Home»Voci d'inverno»Dario, tra la droga passata e il desiderio di “agire” presente
    Voci d'inverno

    Dario, tra la droga passata e il desiderio di “agire” presente

    Redazione8 Aprile 2021Nessun commento

    Dal Centro Diocesano per la Famiglia “Mons. Angelo Campagna” con sede a Piedimonte Matese, ci giunge una nuova storia per la rubrica “Voci d’Inverno”. 
    Una nuova voce di speranza dall’inverno di un uomo, Dario (nome di fantasia) che nonostante abbia superato il suo passato di droghe e terapie sente ancora il peso di alcune zavorre…
    A parlarci di lui, il personale esperto della struttura diocesana che, nel lavoro e nel servizio quotidiano alle persone che bussano alla porta di questo luogo, continua ad incarnare il messaggio di Cristo “L’avete fatto a me”.

    di Concetta Riccio

    Le dipendenze tra ieri e oggi
    Ho pensato a lungo se affrontare questa tematica, in quanto è stata oggetto di miei approfondimenti sin dai primi anni universitari, le mie due tesi sperimentali ne sono la prova. Eppure è cambiato tanto dall’ora, persino il mio pensiero sull’argomento, per cui ho ritenuto utile qualche spunto di riflessione.

    Quanta strada ha fatto questa patologia sociale, quanti cambiamenti dagli anni 60 ad oggi, e quanto siamo stati in grado di stare dietro a queste “mutazioni”?  Per dare una valida risposta basta soffermarsi anche solo brevemente sul retro della copertina del libro “Zero, Zero, Zero” di Roberto Saviano per cogliere la brutale verità, ne scrivo una piccola parte per coloro che non avessero letto questo passaggio:

    “La coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l’ha presa per svegliarsi stamattina o l’autista al volante dell’autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale. Fa uso di coca chi ti è più vicino. Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio. Se non è tuo figlio, è il tuo capoufficio….”

    E già, nulla hanno potuto politiche repressive, permissive o la riduzione del danno; la dipendenza, qualunque essa sia, quasi come qualcosa insita nell’uomo, ha uno “stile al passo”, il suo ultimo obiettivo è la “normalizzazione”. Cosa che, per fortuna, non avverrà mai in quanto c’è una caratteristica che non può mutare: il danno che crea agli individui.

    Quante dipendenze abbiamo imparato a conoscere? Da farmaci, da sostanze stupefacenti, da alcol, dal tabacco, dal cibo, da sesso, da gioco, da shopping.

    É facile ipotizzare che alcune tipologie di dipendenza sono più subdole, pertanto anche l’eventuale trattamento può arrivare in ritardo o anche mai, è il caso ad esempio della dipendenza da farmaci che spesso sfugge agli stessi medici di base, o quella da shopping, la cui unica battuta d’arresto solitamente è   conseguente alla difficoltà economica. Riguardo quest’ultima tipologia, ho potuto costatare che, a questo stadio, l’individuo passa, a volte, dall’acquisto alla sottrazione illecita perpetrando quindi, l’addiction.

    Sino ai primi anni del duemila, la comunità terapeutica rappresentava un luogo privilegiato di cambiamento e riscatto personale, i tossicodipendenti che avevamo cosciuto erano persone incapaci di relazioni affettive e lavorative pertanto, spesso, arrivati ad un punto di non ritorno, si affidavano alle strutture residenziali per “ricominciare”. É facile intuire che una grossa fetta di queste persone, oggi, è costituita da quelli che vi ho introdotto con la toccante descrizione di Saviano.  Quanto può essere complicato convincere una persona a lasciare lavoro, famiglia, amici, hobby, per isolarsi in una comunità terapeutica? È ovvio che servono risposte diverse, forse nuove, per queste “dipendenze moderne”.

    Dario, un lavoro dignitoso ma una vita “dipendente”
    Quando ho incontrato Dario per la prima volta sembrava un uomo sereno, 65 anni, nonno, un lavoro da falegname che gli ha sempre consentito una vita dignitosa.

    Dario, pero, lotta da una vita con le dipendenze, la sua storia inizia da ragazzo con le sostanze, eroina soprattutto, pochi anni e una serie di arresti e ricoveri lo portano al primo percorso residenziale. Ne farà ben 3 di questi percorsi, l’ultimo all’età di 50 anni. Gli anni trascorsi nelle comunità si alternano con brevi percorsi nei servizi territoriali e altri anni che chiama “tranquilli”. Definisce queste esperienze utili in quanto, dopo ogni fine trattamento, si sente una persona nuova, torna al suo lavoro e alla sua famiglia con energie da vendere.

    Quando Dario si è rivolto al Centro, non faceva uso di sostanze stupefacenti da molti anni, quindi vi chiederete, perché ha chiesto nuovamente aiuto?  A 65 anni ha capito che la dipendenza “è nella sua testa”, mi riferisce con tono sarcastico: “erano più facili da gestire le sostanze rispetto a tutto questo che sento oggi”,  “ tutto questo” che pesa come un macigno; “appesantito”, infatti, è il termine che mi rimanda per farmi comprendere cosa prova.

    Tutte le sue relazioni hanno preso il posto delle sostanze, il lavoro è per lui una dipendenza, accontentare la moglie e i figli, con il senso di colpa perenne per le sue assenze passate, è una dipendenza, si sente rapito in maniera malata persino dal cellulare, dalla tv, da alcuni farmaci apparentemente innocui che assume per piccole patologie croniche.

    Provo a capire il malessere di Dario spostando l’attenzione dalle dipendenze e concentrandomi su come le ha affrontate, mi viene in mente una interessante teoria che, cambiando la prospettiva, offre nuovi orizzonti sul problema.  La teoria dell’Agency di Fabio Folgheraiter. Questo modello si fonda sull’intenzionalità del soggetto agente e sulla sua capacità riflessiva, cioè quella di rendersi conto di ciò che gli sta succedendo, di essere consapevole delle motivazioni e delle conseguenze delle proprie scelte. Nel caso del tossicodipendente questa teoria ammette che l’intenzionalità del soggetto viene progressivamente distorta dalla dipendenza ma mai completamente annullata. C’è una consapevolezza del soggetto di ciò che va a fare e il volerlo fare comunque.

    Questa teoria, che secondo me è quella che meglio ci spiega le dipendenze della nostra epoca, afferma che, quando un trattamento ha successo è perché il soggetto, stimolato, ha riprogettato la propria vita, passando per l’insight; diversamente, se fosse solo “agito”, prima dalla sostanza e poi dal trattamento, questo successo non ci sarebbe. Bisogna vedere la persona come co-terapeuta in poche parole e non pensarla completamente in preda alla sua dipendenza.

    Ripercorrendo la storia di Dario viene fuori che in realtà si è sentito sempre, appunto, “agito”, quando sente questo termine la prima volta afferma: “si, prima gli arresti e quindi la scelta meno dannosa era la comunità, poi mia moglie e i miei figli, forse non l’ho mai fatto per me”.

    Partiamo da questa nuova consapevolezza per iniziare qualcosa di nuovo, Dario stavolta non ha detto a nessuno di essersi rivolto a una struttura, ha intenzione di iniziare un percorso di psicoterapia che in realtà non ha mai fatto in maniera costante in passato, vuole sganciarsi finalmente da alcuni meccanismi che prima lo rassicuravano oggi sono un sacco pesante che si trascina dietro.

    Ascolto centro diocesano per la famiglia dipendenze droga psicoterapia

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