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    Home»Arte e Cultura»Alife, San Sisto. La memoria storica, dai Normanni al Rinascimento
    Arte e Cultura Chiesa e Diocesi

    Alife, San Sisto. La memoria storica, dai Normanni al Rinascimento

    Redazione5 Agosto 2021Nessun commento

    In occasione della festa di San Sisto I, papa e martire, patrono della Città di Alife e della Diocesi di Alife-Caiazzo che ricorre il 10 e l’11 agosto, pubblichiamo una serie di articoli che ci aiutano a ripercorrere la Storia e la storia della pietà popolare sorta intorno al Patrono. 
    Le norme anticontagio che hanno mutato l’organizzazione delle feste, interrotto alcune tradizioni, non limitano la possibilità di conoscere e ancora crescere ‘nella fede’, lì dove meglio si comprende la presenza di un Santo in mezzo alla Comunità.
    Buona lettura. 

    Articolo precedente: Rainulfo, Alife, San Sisto. Storia di un legame indissolubile 

    La sera del 10 agosto, al termine della solenne Celebrazione in Cattedrale, la statua di San Sisto è portata alla Cappella “fuori le mura” e qui esposta alla venerazione dei fedeli. Sul posto il Vescovo tiene un pensiero alla città e alla Diocesi. Al mattino seguente il busto del Santo fa ritorno in Cattedrale dove si tiene la Santa Messa con la partecipazione del Clero diocesano (foto 2018)

    Angelo Gambella* – Le fonti storiche di Alife al tempo della traslazione di San Sisto, come abbiamo visto nel precedente numero, sono essenzialmente due: la cronaca beneventana del giudice Falcone e la storia di Ruggero II dell’abate Alessandro di Telese, quest’ultimo autore della memoria storica della traslazione del settimo papa da Roma ad Alife. Mentre queste prime due opere sono giunte a noi attraverso copie manoscritte posteriori, la storia sistina, sfortunatamente, è andata perduta, lasciando a noi le tessere di un mosaico che si è potuto comunque ricostruire con sicurezza nelle sue linee principali.

    Quando nel 1557 lo spagnolo Antonio Agustin, letterato e studioso del suo tempo, come vescovo della diocesi prende possesso della cattedrale di Alife, quale amante delle antichità, si mette alla ricerca nell’archivio della cattedrale di vecchi documenti utili ai suoi studi. Gli vengono mostrate pergamene che originavano dalla fine dell’età longobarda, mentre altre erano sicuramente normanne ovvero coeve alla traslazione di S. Sisto. Al vescovo capita fra le mani un codice manoscritto – il cui autore, un tale abate di Telese, è per lui sconosciuto -, dove si legge che le reliquie di San Sisto da Roma arrivano ad Alife nel 1131 per iniziativa del conte Rainulfo. Così il 6 aprile 1559 (S. Sisto) spedisce al suo amico Panvinio una missiva in cui riferisce delle carte da lui trovate e chiede piuttosto se sapesse qualcosa di questa storia vecchia di 400 anni.

    Se il vescovo umanista vuole toccare con mano la verità, gli alifani sanno benissimo che da tempo immemorabile, nella cripta della cattedrale, c’è il sepolcro di Sisto. La festa di S. Sisto si celebra l’11 agosto come oggi, e per disposizione degli Statuti di fine Quattrocento, rifatti al principio del Cinquecento, durante la messa è fatto divieto di vendere vino. A molti nascituri è imposto il nome Sisto. Il primicerio Luigi Cilio stampa un libro liturgico in cui inserisce la narrazione della traslazione. Il popolo, che non sa leggere, può riconoscere la storia negli affreschi consumati dal tempo che, nella chiesetta di S. Sisto fuori le mura, ricordano che in quel luogo furono depositati i resti del papa prima di essere portati in cattedrale. E questo per molti anni ancora: solo con il terribile sisma del 1688, la vecchia cappella crolla al suolo, ma le testimonianze di anziani sacerdoti riprese in una memoria davanti ad un notaio, assicurano che gli antichi affreschi corrispondono alla riproduzione (per la verità anacronistica) che viene eseguita da un pittore su due tele destinate alla cattedrale. Le tele sono tuttora esistenti e raffigurano la prima Rainulfo nell’atto di portare la sua petizione ad Anacleto II, e la seconda la solenne processione del santo, con in secondo piano il conte in compagnia del giovane figlio.

    Gli affreschi ci riconducono indietro ai tumultuosi anni ’30 del XII secolo. Dopo la battaglia del Sarno, Rainulfo si ritrova vincitore, ma senza possibilità di conseguire il risultato desiderato: rovesciare il regno di Ruggero e riprendersi moglie e figlio prigionieri. Neppure Ruggero è nelle condizioni di poter sconfiggere il rivale, così fa ritorno in Sicilia per riprendere la sua campagna l’anno successivo: prima sottomette la Puglia, poi inizia ad asservire i primi castelli di Rainulfo, mentre il conte osserva i movimenti del re su una piccola imbarcazione lungo il Volturno, senza poter intervenire. Alla fine Rainulfo è costretto a chiedere la pace.

    E così, se il Vescovo Roberto di Alife aveva chiesto ad Alessandro di Telese di scrivere una memoria della traslazione di S. Sisto, è ora la contessa Matilde ad invitare lo stesso colto abate a scrivere le gesta di Ruggero. Il ritratto che Alessandro disegna della pace stretta fra i due grandi condottieri normanni è commovente: Rainulfo, sconfitto, fa per inginocchiarsi ai piedi di Ruggero, che lo blocca abbracciandolo come un fratello, tra le copiose lacrime dei presenti. E così, nei perduti affreschi della cappella di S. Sisto, Rainulfo può farsi ritrarre fianco a fianco con il giovanissimo erede Roberto. Se qualcuno volesse ri-datare al 1134 l’ingresso delle reliquie in cattedrale, a pace fatta, la storia certo non cambierebbe. E non cambierebbe la storia di Alife che assume tratti drammatici: nel 1135 Ruggero è creduto morto a Palermo e il principe di Capua e il conte di Alife riprendono la lotta, ma Ruggero è vivo e bellicoso come non mai. Rainulfo non può difendere Alife e gli alifani sono costretti ad aprire le porte della città al re. Questi si compiace della bellezza del luogo; secondo i toni entusiastici di Alessandro di Telese, il re può facilmente sfruttare il Torano per irrigare per suo diletto un giardino. Possiamo immaginare la comunità alifana riunita nella cattedrale a pregare, per la pace, il nuovo patronus celeste della diocesi.

    Rainulfo, e con lui il giovane Roberto, che già si dimostra valoroso, si rifugia a Napoli e resiste ad un lungo assedio che termina solo due anni dopo, nel 1137, con la discesa imperiale, quando a lui, conte di Alife e capo della rivolta, Papa Innocenzo II e Lotario di Supplimburgo, conferiscono il governo della Puglia con il titolo di duca. Rainulfo libera la sua città e possiamo immaginarlo in preghiera nel tempio di S. Sisto. Ma nulla può il conte-duca, quando la soldataglia e le milizie islamiche di Ruggero prendono con la forza Alife, mentre lui insegue ad un giorno di marcia. Ed è Falcone, stavolta, a descrivere il dolore di Rainulfo davanti alle mura di Alife che ancora brucia, dopo che tanti cittadini sono stati massacrati, le case rapinate e le chiese violate. «Dal tempo dei pagani non si è mai vista una cosa simile», riferisce quasi in lacrime Falcone. La cattedrale annerita dal fumo, però, è ancora in piedi, e nella cripta il sepolcro di S. Sisto è al sicuro. La città viene presto ricostruita e proseguirà il suo cammino nei secoli con S. Sisto, come vedremo nel prossimo articolo, quando la devozione degli alifani nel suo patrono raggiungerà uno dei momenti più intensi, grazie al Vescovo Porfirio, che più insistente dell’Augustin, legherà il suo nome al ritrovamento delle reliquie del Santo.

    *Originario di Alife, residente a Roma. Docente e giornalista, autore di numerosi approfondimenti di Storia, direttore editoriale di Storiadelmondo e Christianitas

    Alife Angelo Gambella Clarus Conte Rainulfo Devozione pietà popolare San Sisto

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