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Armida Barelli beata, “una donna con la visione del futuro”

Armida Barelli sarà proclamata beata domani, 30 aprile, presso il Duomo di Milano. Cofondatrice dell'Università Cattolica, Armida Barelli nel secondo Dopoguerra diede un contributo significativo per garantire l'impegno concreto delle donne in società

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Adriana Masotti – Città del Vaticano
Sarà proclamata beata sabato 30 aprile nel Duomo di Milano Armida Barelli, cofondatrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.  A poche ore dal momento tanto atteso, l’Ateneo ospita un convegno promosso insieme all’Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Università Cattolica. L’obiettivo è far conoscere la figura e l’opera di Armida Barelli (1882-1950), anche in vista della 98esima Giornata universitaria del 1° maggio sul tema “Con cuore di donna. Al servizio della cultura e della società”.
La sua beatificazione sarà ora un forte contributo ad una sua più diffusa conoscenza. E’ quanto si augura, insieme a tutta la comunità dell’Università Cattolica, la prorettrice vicaria Antonella Sciarrone ai microfoni di vaticannews.va.

Professoressa Sciarrone, lei di recente in un articolo su Avvenire ha scritto che Armida Barelli è stata “una donna con la visione del futuro”. Può spiegarci che cosa voleva dire?
Io credo che Armida Barelli che è vissuta in un epoca storica particolare in Italia – tra la fine dell’800 e la prima metà del 900 -, abbia saputo vedere lontano sotto tanti punti di vista. Il primo sicuramente ha che fare con l’Università Cattolica e con il progetto che lei ha fortemente voluto di un Ateneo che fosse per tutti, non un Ateneo di élite, un Ateneo che potesse essere anche un’occasione per aprire alle donne le stesse opportunità di formazione che hanno gli uomini. E il tema delle donne è un altro tema molto presente su cui Armida sicuramente ha avuto uno sguardo lungo perché la questione femminile – non nel senso delle rivendicazioni ma nel senso dell’importanza di valorizzare i talenti delle donne formandole adeguatamente, rendendole consapevoli del loro valore  -, è un’altra delle sue convinzioni più profonde. E l’ultima visione lunga di Armida Barelli ha a che fare con la sua scelta di consacrarsi, e di consacrarsi però senza prendere i voti, dando vita ad una forma di apostolato molto innovativo per quegli anni.

Armida si impegnò nel secondo Dopoguerra perché in Italia le donne andassero a votare e perché comprendessero l’importanza del loro impegno nella società formandosi a questo…
Sì, è proprio così, nel senso che, come dicevo poco fa, l’attenzione per le donne in Armida Barelli è sempre stata molto presente e non a caso ha anche accettato di costituire la Gioventù Femminile nell’ambito dell’Azione Cattolica, sempre con questa intenzione di far crescere la consapevolezza delle donne del loro valore. E nell’occasione della prima possibilità di partecipazione per loro al voto, ha fatto un bel lavoro andando in giro, in lungo e in largo, in tutto il Paese, e non tanto per invitare le donne a votare per questo o quel partito, ma per invitarle a votare in modo consapevole considerando i principi della Dottrina sociale della Chiesa e i valori propri del cattolicesimo e orientando il voto verso coloro che maggiormente intendevano realizzarli nel loro programma.

L’incontro con padre Gemelli è stato fondamentale per Armida, unica donna nel gruppo dei fondatori dell’Università Cattolica e anche l’elemento più concreto e pragmatico, fu infatti la cassiera dell’Ateneo nascente. Comunque non erano tempi facili per le donne. Armida soffrì di questo contesto culturale? In fondo dobbiamo dire che è molto meno conosciuta rispetto a padre Gemelli…
E’ vero, è molto meno conosciuta e negli anni si è legata la nascita dell’Università Cattolica sicuramente di più a padre Gemelli. A me piace sempre sottolineare però che l’Università è nata, in realtà, grazie a un gruppo di amici. Erano un gruppo di persone molto diverse tra loro che però condividevano determinati valori e condividevano l’importanza di dare vita ad un Ateneo dove si potesse consolidare e rafforzare la cultura in senso lato come espressione dei valori del cristianesimo. Secondo me, il fatto che Armida Barelli fino a poco tempo fa sia stata poco conosciuta, deriva un po’ anche dalle sue caratteristiche personali. Nel senso che era una donna che amava molto fare più che farsi vedere: era molto fattiva, organizzativa, progettuale, viene definita anche “cucitrice di opere” perché sapeva mettere insieme una quantità incredibile di progetti anche molto diversi. Allora, c’è voluto un po’ più di tempo per comprendere quanto sia stata decisiva come figura per la nostra Università e se non ci fosse stata lei certamente, a più di 100 anni dalla nostra fondazione, non saremmo l’Università Cattolica più grande d’Europa.

Armida Barelli (seconda da sx, in prima fila) e i dirigenti della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, nel 1928 (Archivio generale per la storia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Sezione fotografica)

La concretezza insieme alla spiritualità sono i due elementi che la contraddistinguono…
Sì, dal punto di vista della spiritualità Armida Barelli ha deciso di consacrarsi e si è proprio inventata, se così posso dire, una forma di apostolato molto originale che non è individuale, ma che ha portato a mettere in rete diverse donne che hanno condiviso con lei questo tipo di sensibilità religiosa. Più in generale, Armida è stata certamente una donna che ha creduto molto nella forza della rete, come diremmo adesso, tanto è vero che attorno all’Università Cattolica, anche nel suo ruolo di cassiera come lei ricordava, ha voluto fin da subito costituire una rete di amici, l’Associazione degli amici dell’Università Cattolica – che ancora esiste e che sono persone che in qualche modo condividono il progetto dell’Università -, sempre nella convinzione che mettere in rete e tenere legate attorno a un progetto tante persone fosse un modo per rafforzare il progetto stesso.

E dal punto di vista spirituale, come si esprimeva la sua adesione alla Chiesa e alla fede?
Innanzitutto, Armida ha fondato l’Ordine delle Missionarie della Regalità e quindi ha dato vita ad una particolare dimensione di spiritualità; poi è stata certamente una donna con una fede veramente salda e incrollabile, non a caso sarà proclamata beata, perché era capace di unire in modo molto originale, quella forte progettualità e determinazione di cui dicevo, con un affidamento totale al Sacro Cuore, e in realtà è proprio grazie alla convinzione profonda di Armida Barelli che la nostra Università Cattolica si chiama del Sacro Cuore. Uno dei suoi motti preferiti era questo: “Sacro Cuore mi fido di te“, quindi Armida di fronte alle enormi difficoltà incontrate insieme agli altri fondatori, aveva un’enorme capacità di affidarsi in modo incrollabile e  coraggioso, riuscendo a portare avanti al di là di tutti gli ostacoli il progetto che aveva in mente, e non tanto in quanto lo aveva in mente lei, ma in quanto riteneva che fosse una manifestazione dello Spirito.

Ci sono stati momenti difficili nella vita di Armida Barelli?
Certamente e molti: non ha avuto una vita facile. Innanzitutto, è passata attraverso due guerre con tutte le difficoltà che ovviamente le guerre portano e hanno portato a lei e alla sua famiglia. Ha avuto una salute non particolarmente forte con la quale si è confrontata e nonostante i problemi di salute è riuscita a fare tutto quello che ha fatto. Non possiamo dire, dunque, che abbia avuto una vita semplice, ma ugualmente l’ha vissuta con questo totale affidamento in modo spiritualmente molto elevato.

Il convegno “Singolare femminile” di oggi è la terza tappa di un percorso, che cosa si vuol far emergere in particolare questa volta?
Questo è il terzo appuntamento di questa piccola serie e i primi due incontri si sono focalizzati di più sulla figura di Armida Barelli. In questo quello che vogliamo mettere a fuoco è, a partire da Armida Barelli e dalla fisionomia dell’Università Cattolica, qual è oggi il ruolo delle donne, quali le peculiarità, le singolarità del femminile che consentono ad un’università, ma più in generale alla realtà in cui viviamo, dal mondo imprenditoriale al mondo dell’arte e della cultura, di valorizzare il “genio femminile”, di valorizzare cioè le specificità e le peculiarità dell’essere donna, perché quello che Armida aveva molto chiaro è che l’affermazione del valore delle donne non vuol dire appiattimento della loro singolarità, vedeva il ruolo della donna complementare a quello dell’uomo nella loro diversità e con le loro specificità.

Ci può dire ancora qualcosa su queste peculiarità femminili individuate alla luce di Armida Barelli, e poi che cosa Armida può dire oggi alle donne?
Uno degli aspetti che sicuramente è più tipicamente femminile è la capacità di relazione e di mettere in relazione. Armida l’ha saputo fare molto bene, mettendo assieme persone diverse, e spingendole a superare alcune difficoltà e ostacoli che c’erano anche di natura economica riguardo alla fondazione dell’Università che avevano portato alcuni quasi a voler demordere, e questo anche è tipicamente femminile, questa tenacia oltre misura. E io credo che, rispetto alle ragazze e alle donne di oggi, in particolare anche alle nostre studentesse, quello che lei può ricordare è quanto sia importante essere consapevoli del proprio valore e dell’apporto prezioso che le donne possono dare alla società a tutti i livelli. Ora come allora, per motivi diversi, non viviamo certamente un periodo facile ed è importante perciò questa sua testimonianza di quanto conta valorizzare i talenti. Però anche con una grandissima speranza perché poi il messaggio che lei passava sempre era questo: “Progettate, attivatevi ma, soprattutto, sperate e amate“.

Fonte vaticannews.va

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