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    Home»Chiesa e Diocesi»Testimonianze. Demetrio Albertini, dall’oratorio a San Siro, e un prete per fratello
    Chiesa e Diocesi

    Testimonianze. Demetrio Albertini, dall’oratorio a San Siro, e un prete per fratello

    Redazione22 Settembre 2022Nessun commento

    Ha compiuto cinquant’anni la scorsa primavera ed è rimasto nel mondo del calcio come presidente del settore tecnico della FIGC. La carriera di Demetrio Albertini ha lasciato un segno indelebile nella memoria dei tifosi azzurri e rossoneri. Ritenuto tra i più validi centrocampisti della sua generazione, è stato vicecampione del mondo nel 1994 (Stati Uniti) e vicecampione d’Europa nel 2000 (Belgio-Paesi Bassi) con la Nazionale rispettivamente di Arrigo Sacchi e Dino Zoff. Con l’Under 21 di Cesare Maldini ha vinto l’Europeo di categoria nel 1992. Albertini ha legato la sua carriera al Milan, in cui ha militato per 13 stagioni (di cui 11 consecutive) vincendo numerosi trofei tra cui cinque scudetti e tre Champions League. Ha trascorso gli ultimi anni della sua attività agonistica nel campionato spagnolo vestendo le maglie di Atletico Madrid e Barcellona e vincendo con quest’ultimo un campionato spagnolo. Suo fratello maggiore, don Alessio Albertini, è sacerdote della diocesi di Milano e dal 2012 ad oggi è assistente ecclesiastico nazionale del CSI.

    Intervista di Stefano Proietti

    Quali ricordi hai, Demetrio, degli anni dell’oratorio?
    Meravigliosi. In quell’epoca ero abituato a giocare per strada e all’oratorio vedere due pali, una traversa e la rete per me era come essere a San Siro. Avevo quattro o cinque anni quando sono entrato all’oratorio di Villa Raverio, frazione di Besana Brianza (MB) e ci sono rimasto fino a quando ho iniziato a giocare da professionista. Quando ero piccolo facevamo moltissimi derby contro i paesi vicini, e poi le sfide che nascevano a scuola, in un paese di 1200 abitanti. Un episodio mi è rimasto particolarmente impresso, di quando già ero più grande. Nel 1994, quando avevo 22 anni, tornai a casa dopo tre giorni dalla finale mondiale di Pasadena (persa ai rigori dagli Azzurri contro il Brasile, ndr). Trovai ad aspettarmi tutto il paese in festa e il giorno dopo, proprio all’oratorio, abbiamo organizzato una partita tra quelli della mia classe (1971) contro il resto del paese. Si era sparsa la voce e c’erano quasi cinquemila persone…

    Cosa hai portato con te, di quel periodo, nella tua esperienza di calciatore professionista?
    Mi sono portato certamente l’educazione, il rispetto e la passione. Sono state proprio queste cose ad aiutarmi a rimanere una persona equilibrata, anche quando è arrivato il successo. Un ruolo determinante, però, l’ha avuto certamente la mia famiglia d’origine.

    In che modo i tuoi genitori e i tuoi fratelli ti hanno aiutato?
    Ho avuto una famiglia cattolica, ma soprattutto molto unita. Mio padre era solo un muratore, mia madre una casalinga, ma a noi tre figli, Alessio, me e Gabriele, non hanno mai fatto mancare nulla. Ci hanno permesso sempre di assecondare le nostre naturali inclinazioni, di coltivare i nostri talenti. Ovviamente senza mai trascurare lo studio, che era sempre al primo posto. Posso solo ringraziarli per la loro dedizione e il loro rigore perché, se sono quello che sono oggi, è proprio grazie alla capacità di sacrificarmi che mi hanno trasmesso.

    Oggi tocca a te essere padre, con Federico e Costanza. Quali sono le sfide principali che devi affrontare, come genitore?
    Sicuramente la sfida principale è quella dell’esempio che si dà. La mia famiglia attuale ha certamente più possibilità di quella in cui sono cresciuto e le generazioni sono cambiate. Non posso dire se in meglio o in peggio, ma di certo da genitore bisogna fare i conti con questi cambiamenti, gestirli. Per far questo, naturalmente, bisogna esserci, essere presenti specialmente nei momenti chiave della loro vita. Essere presente nella vita dei figli è la cosa più importante che ho ricevuto dai miei genitori e che oggi, insieme a mia moglie, cerco di restituire.

    Per un periodo sei stato impegnato in prima persona anche nella formazione dei ragazzi, attraverso la scuola-calcio. Cosa può dare oggi ad un ragazzo l’attività sportiva?
    Lo sport per me è stato una scuola di vita e penso possa esserlo ancora oggi per i nostri ragazzi: valori, condivisione, capacità di porsi degli obiettivi e cercare di raggiungerli. C’è una frase pronunciata da Giovanni Paolo II nel Giubileo del 2000 che ho sempre portato con me: “Lo sport ci insegna che per raggiungere degli obiettivi ci vuole un percorso di fatica e di impegno; non si può avere tutto e subito”. Forse oggi il rischio che corrono le nuove generazioni è quello di voler bruciare le tappe, magari con un colpo di fortuna. E invece non è così: senza sacrifici e impegno non si va da nessuna parte.

    Non è da tutti avere un fratello sacerdote, come è capitato a te. Come è il tuo rapporto con don Alessio?
    Prima di tutto è un rapporto da fratello a fratello. C’è anche Gabriele, il più piccolo di noi tre, ma con don Alessio siamo stati accomunati da una sorte simile. Siamo andati via di casa quasi insieme e molto presto, e il caso volle che il suo seminario fosse molto vicino a Milanello, dove io mi allenavo e vivevo. Per questo ci vedevamo abbastanza spesso e condividevamo anche il nostro guardare insieme alla famiglia d’origine, che per noi è sempre rimasta la stella polare. Questo sentire comune ha avvicinato i nostri due percorsi, così atipici, se ci pensi, rispetto a quelli della maggior parte dei ragazzi.

    Quali altre figure di sacerdoti hanno avuto un ruolo importante nella tua vita?
    Ce ne sono molti, certamente, ma due in particolare. Ricordo sempre con nostalgia don Costante, il sacerdote dell’oratorio che mi ha visto crescere. E poi c’è don Antonio, il prete che ha accompagnato fino al matrimonio – anche se poi mi ha sposato don Alessio – la mia storia d’amore con Uriana e la nostra nuova famiglia, in cui abbiamo appena festeggiato le nostre nozze d’argento.

    Oggi ricopri un ruolo di responsabilità nel massimo organismo calcistico nazionale, la FIGC. Può il nostro calcio rappresentare ancora una risorsa per far crescere questo Paese?
    Eccome se può! Ogni attività sportiva può farlo ma il calcio in modo speciale perché è quello più popolare e in fondo meno classista. A pallone possono giocare tutti: alti o bassi, veloci o lenti… il calcio non esclude nessuno. Questo sport mi ha insegnato a vivere e a raggiungere degli obiettivi e credo che questo possa insegnarlo ancora a tutti quelli che lo praticano.

    Fonte www.unitinineldono.it
    Offerte e sostegno ai sacerdoti italiani. Di cosa si tratta e come funziona

     

     

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