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Missioni, quale il significato e come esercitarle? Il contributo di padre Giulio Albanese

Padre Giulio Albanese, sacerdote comboniano, è stato ospite presso la Biblioteca diocesana di Caserta dove ha offerto la sua pluriennale esperienza di missionario e giornalista

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Annamaria Gregorio – Invitato da S.E. Mons. Michele Autuoro, vescovo delegato della Commissione regionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese, per un incontro iniziale del nuovo anno pastorale con le realtà missionarie diocesane campane ospiti di S.E. Mons. Pietro Lagnese, lo scorso 13 settembre, presso la Biblioteca della diocesi di Caserta, Padre Giulio Albanese, comboniano, ha offerto a tutti i partecipanti la sua pluriennale esperienza di missionario e di giornalista. (Approfondisci qui)

L’INTERVENTO DI PADRE GIULIO ALBANESE
L’argomento, noto all’ambito missionario, è Animazione, Formazione, Cooperazione.  La “missione” è il tema più forte e faraonico: è il mandatun novum di Gesù, che si procrastina nel tempo: è il senso dell’evangelizzazione. Quando ha visitato 216 diocesi in Italia su 227, ha trovato tanta buona gente che lavora per la missione, però spesso è un “fare” richiuso su se stesso, la teologia della missione è fortemente ecclesiocentrica. Nella Redemptoris missio, enciclica circa la permanente validità del mandato missionario del 7 dicembre 1990, Papa Giovanni Paolo II affermava che la Chiesa è germe, segno e strumento del Regno di Dio, ma non in assoluto; il Regno non è solo questo. Facendo una dovuta distinzione tra Chiesa e Regno, il Regno si connota come la presenza di Gesù Cristo nella storia degli uomini, che trova il suo incipit nel mistero pasquale ed ha valenza esistenziale. Spesso ci si allontana dalla considerazione del Regno, i cui valori sono pace, giustizia, solidarietà, carità, rispetto del Creato e del bene comune. Tra questi valori primeggia la sacralità della vita umana, perché è a immagine e somiglianza di Dio. A volte c’è una distinzione tra la parte ecclesiale e l’agorà, la piazza, la quotidianità: dobbiamo uscire dalle sagrestie, non mantenere un senso di conservazione, ma di dinamismo. Nella Redemptoris missio, l’evangelizzazione si manifesta in tre modi: la pastorale, ossia la cura rivolta ai fedeli praticanti; la nuova evangelizzazione, la cura per chi si è allontanato; e l’ad gentes, ossia la cura per chi è “fuori le mura”. Ma questa trilogia fu criticata a suo tempo. Il cardinale Carlo Maria Martini disse che la missione è senza confini, quindi bisogna aprirsi al mondo e al nuovo.

Oggi l’ambito ad gentes si può trovare anche qua in Italia, in cui occorre ripartire. Da una statistica effettuata qualche tempo fa su mille giovani (500 ragazzi e 500 ragazze), il 49,9% ritiene che la religione sia superstizione; il 30% circa crede che ci sia un essere supremo, ma non è detto che sia il Dio dei cattolici; una piccola minoranza è cattolico, di cui il solo 3% è di praticanti. È evidente che tutto è frutto di una trasformazione; viviamo in un mondo che cambia. Oggi c’è la tecnologia digitale, che ha modificato la misura e la velocità del cambiamento, per cui i cambiamenti digitali avvengono in quattro mesi solari; infatti in un anno solare ci sono tre anni di cambiamenti digitali. Occorre comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Alla luce di questa lunga e necessaria premessa, Padre Giulio analizza i tre ambiti della missione: animare, formare e cooperare.
Animazione: nell’esercizio della missione abbiamo bisogno di comunicare, ma non sempre sappiamo come. La parola è viva ed efficace, c’è bisogno di empatia. Anche i sacerdoti devono imparare a comunicare; ci possono essere varie iniziative di animazione: un’assemblea, un convegno ed altre modalità, per suscitare l’interesse alla missione.
Formazione: bisogna conoscere la teologia del Regno, teologia conciliare che significa interpretare i segni dei tempi. “In una mano la Bibbia e nell’altra il giornale”, per dirla come il teologo protestante, Karl Barth. La nostra epoca è senza precedenti. Papa Francesco dice che non è un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento d’epoca. Un prete oggi ha il dovere di educare i fedeli alle nuove emergenze, come ad esempio quella migratoria, che non è da considerarsi più un’emergenza, ma ora è strutturale nella società. Va coltivato un atteggiamento solidale costruttivo. Oggi ci sono molte realtà missionarie che sono diventate ONLUS e agiscono con un senso paternalistico e non unitario. Le Pontificie Opere Missionarie della Chiesa cattolica sono l’unica realtà universale, strutturata e organizzata per far aiutare le giovani chiese, che lavorano secondo progettualità e comunione.

Cooperazione: la missione non è solo dare, ma anche ricevere. Cooperare è collaborare. Che tipo di restituzione viene dalla missione? Cosa un missionario condivide con noi quando rientra in Italia? I fidei donum rientrati vanno aiutati a condividere le loro esperienze vissute. Ad esempio, una delle caratteristiche comuni in terra di missione è che i fedeli laici vengono abituati alla lettura delle Sacre Scritture, in Italia questo non accade, perciò occorre ri-formare anche qua. Sarebbe opportuno una formazione empirica, che parta dall’esperienza per arrivare allo studio del Vangelo, che affronti i problemi reali e sociali della quotidianità per rileggerli alla luce delle Scritture (ad es. dopo un’esperienza del servizio in una mensa Caritas, sarà più facile parlare di carità evangelica). I missionari partenti stanno diminuendo, i fidei donum sono trecento; anche se pare siano aumentati quelli che vengono dai movimenti, spesso però chiusi e autoreferenziali, come ad esempio Neocatecumenali, Focolarini, Comunione e Liberazione.
Anche le Convenzioni per l’invio di sacerdoti, religiosi e laici oggi sono state rivedute dalla CEI. È infatti del 12 settembre la pubblicazione della nuova convenzione per giovani (18-35 anni) che vogliano fare esperienza di formazione e di servizio missionario, che entrerà in vigore dal 1° ottobre prossimo. Dopo una serie di domande poste dai partecipanti, padre Giulio condivide una considerazione presa dalla sua esperienza nel Vicariato romano: patroni della città di Roma, sede papale, sono Pietro e Paolo, festeggiati insieme proprio perché entrambi esprimono carismi complementari: Pietro è il “primato” ed incarna il senso unitario di comunione; Paolo è l’apostolo dell’evangelizzazione e della missione, e sul loro esempio le nostre parrocchie devono imparare a fare “sistema”, sia nella comunione che nella missione.

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