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“Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue”. Commento al Vangelo del Corpus Domini

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di Padre Gianpiero Tavolaro
Comunità Monastica di Ruviano (Clicca)

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – Anno B
Es 24, 3-8; Sal 115; Eb 9, 11-15; Mc 14, 12-16.22-26

Safet Zec (1943): “Pane tra le mani” – dalla collezione “Il Pane della misericordia”

La promessa con la quale si chiude l’evangelo di Matteo (proclamato la scorsa domenica, nella solennità della SS. Trinità) è una promessa di presenza del Risorto in mezzo ai suoi: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). La comunità cristiana ha sperimentato sin dalle origini che la via concreta, tangibile, attraverso la quale poter accedere a questa presenza promessa e goderne è l’eucaristia, il Corpo e il Sangue di Cristo, dati una volta per sempre per la salvezza del mondo e dati ai credenti giorno dopo giorno, nello scorrere dei secoli, fino alla fine dei tempi, come nutrimento nel proprio esodo.

L’eucaristia è mistero di una presenza tutt’altro che statica: essa, infatti, non è anzitutto una realtà da contemplare (anche se, nella tradizione e nella prassi liturgiche della Chiesa di Roma, l’adorazione eucaristica intende sottolineare esattamente la dimensione contemplativa della relazione tra il fedele e il pane eucaristico). L’eucaristia è, in realtà, mistero di una presenza dinamica: nell’eucaristia, infatti, è l’intero mistero pasquale a essere ri-presentato e questo, a sua volta, mira a suscitare nei suoi destinatari un movimento di risposta. Se l’uomo è, in qualche modo, ciò che mangia (Ludwig Feuerbach), chi sceglie di nutrirsi di eucaristia è chiamato a farlo con responsabilità, dal momento che nutrirsi di essa significa disponibilità ad assimilarsi a Colui che in essa si dona. Sacramento estremo del dono che Gesù ha fatto di sé all’uomo, nella libertà e per amore, l’eucaristia può essere accolta efficacemente (anche se, forse, mai del tutto pienamente) solo da chi la sceglie, a sua volta, come libera espressione di un desiderio di amore, che vuole essere plasmato a immagine di Colui che è, a un tempo, l’Amante, l’Amato e lo stesso Amore. Il Corpo e il Sangue di Cristo sono dati all’uomo non per placare il suo cuore inquieto alla ricerca di Dio: essi sono donati per avviare nell’uomo quel processo di “trasfigurazione” della sua umanità ferita, che è significato nei segni del pane e del vino.

Il pane e il vino diventano il suo Corpo e il suo Sangue perché nutrendosi di essi il credente possa diventare il suo Corpo e il suo Sangue: si tratta di un processo tutt’altro che istantaneo e puntuale! Occorre del tempo… occorre lottare contro la mondanità che dimora nel cuore dell’uomo… occorre scegliere ogni giorno chi essere e come esserlo… occorre essere disposti a lasciare che qualcosa di sé muoia perché qualcosa di nuovo possa nascere… L’eucaristia accompagna e sostiene il credente, facendo sì che le energie della Pasqua si trasfondano in lui, lo plasmino, lo rendano simile a Cristo nell’essere dono per il mondo. Il nutrirsi di quel pane e di quel vino non è, dunque, un fine in sé, ma e, a sua volta, finalizzato a che l’uomo possa obbedire al comando «amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). L’eucaristia rinvia, così, anzitutto all’orizzonte ecclesiale di cui essa è manifestazione (è la Chiesa, infatti, che fa l’eucaristia), ma del quale essa è anche condizione (in tal senso, è l’eucaristia che fa la Chiesa). Senza la Chiesa l’eucaristia sarebbe un rito vuoto, ma senza l’eucaristia la Chiesa sarebbe un corpo privo del suo nutrimento e, dunque, incapace di vivere e di crescere. L’eucaristia non chiede un atto di partecipazione esteriore: essa esige che, attraverso il segno visibile – ma pure al di là di esso –, si vada al cuore di quel gesto, nel quale non solo è significato, ma è anche reso presente e attuale il donarsi di Gesù, nutrendosi del quale l’uomo può fare della propria vita una vita donata, ogni giorno.

L’eucaristia trascina il credente nel mondo stesso di Dio, nel cuore stesso della Pasqua di Gesù, che è fuoco divorante, perché “luogo” di rivelazione e di esperienza dell’Amore trinitario. Chi si ciba di quel Pane e beve di quel Calice non può rimanere come prima: è uno che desidera farsi trasformare da Dio… è uno che entra in una lotta con le logiche mondane che lo abitano e che lo aggrediscono dall’esterno, con la forza seducente della loro apparente ragionevolezza. E proprio nella misura in cui l’eucaristia trasforma il credente a immagine di Cristo, ne fa un testimone credibile per la storia.

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