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    Home»Attualità»Sanremo 2025. Tradizione, nostalgia e musica
    Attualità Eventi Primo Piano

    Sanremo 2025. Tradizione, nostalgia e musica

    Redazione17 Febbraio 2025Nessun commento
    Olly, vincitore del Festival di Sanremo 2025; accanto a lui il secondo classificato Lucio Corsi. Foto ANSA/SIR

    Doriano Vincenzo De Luca – Come un grande albero secolare che ad ogni primavera si rinnova pur mantenendo solide le sue radici, la 75ª edizione del Festival di Sanremo ha nuovamente catalizzato l’attenzione dell’Italia intera, confermandosi fenomeno culturale capace di attraversare le generazioni. Sotto i riflettori dell’Ariston, tradizione e contemporaneità si sono intrecciate in un dialogo non sempre fluido ma indubbiamente rappresentativo del nostro tempo: un caleidoscopio di suoni, storie e personalità che, nel bene e nel male, ha offerto uno spaccato autentico dell’Italia musicale di oggi.

    L’evento, seguito da milioni di telespettatori, si conferma ancora una volta come una sorta di rito collettivo nazionale, capace di unire davanti allo schermo più generazioni, dai nonni ai nipoti, creando quell’effetto di condivisione sociale che nell’era della fruizione personalizzata e on-demand diventa sempre più raro e prezioso.

    Il podio maschile dei primi cinque classificati suona un po’ come una stonatura in un Festival che ha fatto della questione femminile un leitmotiv quasi ossessivo. Come un dipinto barocco dove la luce illumina solo metà della tela, Sanremo ha celebrato le donne a parole ma le ha escluse nei fatti dalla zona medaglie. La vera protagonista femminile si è rivelata essere dietro le quinte: la manager di Olly, Marta Donà, artefice silenziosa del trionfo del giovane cantautore genovese, come un’abile tessitrice che trama nell’ombra mentre i riflettori illuminano altri.

     I germogli attesi 
    In questo panorama a tinte talvolta sbiadite, il posizionamento di Simone Cristicchi, Brunori Sas e Lucio Corsi tra i primi cinque rappresenta un segnale incoraggiante, come germogli che spuntano tra le crepe dell’asfalto. Il verdetto delle varie giurie suggerisce che, nonostante tutto, c’è ancora spazio per la profondità lirica e la ricerca musicale in un’industria sempre più dominata da produzioni fast-food per palati digitali. Questi artisti, eredi di una tradizione cantautorale che ha fatto grande la musica italiana nel mondo, dimostrano che la qualità può ancora emergere nell’era degli stream e degli algoritmi, in un bosco di giovani alberelli tutti uguali, offrendo a chi cerca nella musica non solo intrattenimento ma anche nutrimento per l’anima.
    Lo show è apparso come un treno ad alta velocità che procede però su rotaie obsolete: lento, prevedibile, ingessato. Le performance si sono susseguite come vagoni identici, senza quegli shock creativi che in passato hanno reso memorabili alcune edizioni. Persino Giorgia, diamante della musica italiana, è stata incastonata in una montatura che non ne ha valorizzato la brillantezza. I testi, salvo rare eccezioni, hanno navigato nelle acque sicure della ovvietà, mentre gli arrangiamenti sembravano essere stati concepiti con lo stesso entusiasmo con cui si compila un modulo burocratico.

     Un Festival confort 
    Del resto, come uno specchio impietoso, questa edizione ha riflesso un’Italia rassegnata, stanca, con le occhiaie di chi ha perso troppe notti di sonno pensando al futuro. Un paese che si rifugia nelle certezze del passato perché il presente è troppo complesso e il domani troppo incerto. Le canzoni, come status social senza troppe pretese, hanno raccontato frammenti di vita quotidiana senza l’ambizione di trasformarli in arte.
    In un’epoca caratterizzata da crisi economiche, ambientali e geopolitiche, il Festival ha scelto di offrire un rifugio rassicurante nella mediocrità piuttosto che una provocatoria spinta al cambiamento. Come un medico che prescrive ansiolitici invece di curare la causa del malessere, Sanremo ha preferito anestetizzare piuttosto che stimolare, cullando il pubblico in una confortevole ma sterile zona di comfort.

    Ventinove artisti in gara sono apparsi come un menu degustazione: troppo abbondante per essere davvero apprezzato, troppo esteso per mantenere alta la qualità di ogni piatto. Le canzoni, private delle loro introduzioni, sono state servite come fast food musicale: prodotti standardizzati per un consumo rapido e distratto. La formula attuale assomiglia a un algoritmo che ha smesso di evolversi, ripetendo all’infinito lo stesso calcolo nella speranza di ottenere risultati diversi.

    Questa inflazione di proposte musicali, anziché arricchire l’offerta, ha finito per diluirne l’impatto, come un brodo un po’ annacquato che perde sapore e sostanza. La quantità ha soffocato la qualità, trasformando potenziali momenti memorabili in una successione indistinta di performance che si confondono nella memoria già il giorno dopo.

     Ma anche fonte di riflessione collettiva 
    Nonostante le criticità, il Festival continua a rappresentare un momento di riflessione collettiva sulla cultura popolare italiana. Le polemiche, i dibattiti sui social, le analisi dei critici musicali contribuiscono a mantenere vivo un dialogo culturale che va oltre la semplice competizione canora. Sanremo, nel bene e nel male, funziona come una sorta di termometro sociale che misura la temperatura del paese: i temi affrontati nelle canzoni, gli ospiti invitati, i momenti che generano più discussione raccontano l’Italia contemporanea forse meglio di molti saggi sociologici, come un romanzo popolare che, pur senza ambizioni letterarie, fotografa con precisione lo spirito del tempo.

    In un’epoca di frammentazione dell’offerta mediatica e di cambiamento delle abitudini di consumo, Sanremo deve affrontare la sfida di rinnovarsi senza snaturarsi. Come un’azienda storica che deve adattarsi al mercato globale, il Festival è chiamato a trovare un equilibrio tra la propria identità e la necessità di parlare alle nuove generazioni.

    L’innovazione potrebbe passare attraverso formati più agili, una maggiore integrazione con il digitale e una narrazione capace di coniugare il rispetto della tradizione con uno sguardo audace verso il futuro, come un ponte che collega due sponde diverse mantenendole entrambe raggiungibili. Come un monumento storico che necessita di restauro, Sanremo ha bisogno di un intervento che ne preservi l’essenza ma ne rinvigorisca la struttura.

    La sfida è trovare il giusto equilibrio tra tradizione e innovazione, tra la rassicurante ritualità che da sempre caratterizza il Festival e la necessità di sintonizzarsi con i tempi che cambiano. In fondo, il vero vincitore di Sanremo è sempre lo stesso: quella capacità tutta italiana di trasformare anche l’ordinario in evento, di elevare la canzonetta a fenomeno culturale, di trovare motivi di dibattito anche nelle questioni più futili. Una qualità che, nel bene e nel male, ci rende unici come popolo e che trova nel Festival la sua più compiuta espressione mediatica.

    Perché, nonostante tutto, Sanremo resta Sanremo: un appuntamento imprescindibile nel calendario culturale italiano, un rito collettivo che, come certe feste di famiglia, si critica aspramente ma a cui non si rinuncerebbe mai. Come un vecchio vinile che, nonostante i graffi, continua a diffondere melodie che si insinuano nell’anima del paese.

    Fonte SIR

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