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    Home»Commento al Vangelo»Il cieco nato, un uomo capace di guardare oltre le apparenze. Commento al Vangelo domenica 15 marzo
    Commento al Vangelo

    Il cieco nato, un uomo capace di guardare oltre le apparenze. Commento al Vangelo domenica 15 marzo

    Commento al Vangelo nella quarta domenica di Quaresima - Anno A
    Redazione13 Marzo 2026Nessun commento
    Andrey Mironov (1975): “Guarigione del cieco”

    IV DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A
    1 Sam 16,1b.4.6-7.10-13; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41
    Sorella Michela Arnone, Comunità Monastica di Ruviano

    Per le ultime tre domeniche di Quaresima, prima di entrare nei racconti della Passione, la liturgia ci fa riflettere su tre racconti densi e articolati dall’evangelo di Giovanni, incentrati su tre personaggi: la Samaritana domenica scorsa, il cieco nato questa domenica e Lazzaro la prossima settimana. Si tratta di un itinerario vero e proprio di svelamento dell’identità di Gesù, strettamente connesso all’evoluzione della fede di questi stessi personaggi e di coloro che ascoltano il racconto. Nessuno dei tre è direttamente un discepolo di Gesù eppure il tema del discepolato, della testimonianza e del riconoscimento di Gesù sono importanti in tutti e tre i casi. Prima di entrare nelle trame della narrazione sul miracolo del cieco nato, ci facciamo aiutare dalla prima e dalla seconda lettura che ci aprono piste per interpretare il brano. Il capitolo 16 del libro di Samuele, che racconta della consacrazione di Davide a re di Israele, sottolinea come ciò a cui Dio guarda è il cuore: colui che sembrava il più giovane e il meno adatto a fare il re, è colui che Dio si è scelto. Guardare oltre le apparenze, secondo il cuore di Dio, ci apre la riflessione su un uomo come il cieco nato che, nella sua piccolezza, sarà più capace dei maestri della legge nel leggere l’opera di Dio. Alla fine sarà testimone e avrà lui qualcosa da insegnare ai farisei, anche se loro non lo ascolteranno. Dio, in Gesù, ha visto il cuore di quest’uomo così come quest’uomo, nato nelle tenebre della cecità, ha visto la luce. Così, ancor di più la seconda lettura ci apre la via di una interpretazione profonda del binomio luce/tenebra; le opere giuste, contraddistinte da bontà, giustizia e verità, sono luce e sono fatte nella luce, mentre le opere inique sono tenebra e sono fatte nella tenebra. E Cristo richiama ciascuno a lasciare le opere delle tenebre e fare quelle della luce, perciò si dice: «Svegliati tu che dormi (si dorme infatti quando è buio e c’è la tenebra), risorgi (cioè convertiti) e Cristo ti illuminerà». Con questo invito entriamo nel racconto del cieco nato, attraverso i vari personaggi che compaiono e i loro ruoli, con la chiarezza che l’invito del racconto è quello di potersi convertire per essere come il cieco nato: è lui il personaggio modello, con la sua evoluzione nella conoscenza e nel riconoscimento di Gesù. Il buio nel quale il cieco vive dalla nascita è simbolo potente della ignoranza di Cristo, prima che Egli salvi e si riveli; un buio dal quale tutti partono. Alcuni, però, non lo riconoscono, è allora non potranno riconoscere la luce ed essere illuminati.

    Il cieco nato non ha nome, come la Samaritana; questo significa che il suo ruolo va oltre quello di un singolo personaggio specifico della narrazione, ma si fa “modello”. È curioso che sia chiamato in modi diversi: “cieco nato”, “quello che prima era stato cieco”, “quello a cui erano stati aperti gli occhi”, addirittura “cieco” anche quando ormai è tornato a vedere; in quest’ultimo caso dai farisei che non riconoscono il valore del miracolo. Ai modi con cui il cieco è chiamato si associano le ricorrenze dei verbi del vedere: quasi sempre blepo e anablepo, mentre c’è il verbo orao solo l’ultima volta; questo, infatti, è il verbo per dire una visione più profonda. Qui, allora, il racconto lo usa in correlazione alla confessione di fede, per dire che l’uomo è giunto alla vista interiore, quella della fede, quella in cui si mettono insieme i segni dell’agire di Dio e li si interpreta con l’onestà del cuore. In questo racconto sono molto importanti i personaggi e i ruoli che rivestono. Prima di tutto c’è Gesù: Egli non solo ridà la vista al cieco, ma quella vista serve per riconoscere Lui, Egli è luce e con quella luce si riconosce che Egli viene da Dio. La metafora della luce, importantissima nel Vangelo di Giovanni, trova un’espressione somma in questo brano; come nel prologo di Giovanni, anche qui si può richiamare la connessione tra luce e vita. Il miracolo, infatti, così particolare, con quel fango impastato e la presenza del verbo del “fare” tipico dell’artigiano, vuole richiamare la Genesi, in particolare la creazione: qui c’è un Dio che ridando la luce, plasma la vita e le dà senso e orientamento.

    I Farisei sono quelli che non accettano il miracolo e non ne leggono il segno; interrogano due volte l’uomo guarito e una volta i suoi genitori. Nella prima disputa appaiono divisi in due gruppi, quelli che contestano l’agire di Gesù in giorno di sabato e quelli che, non negando questo, sottolineano che non potrebbe non venire da Dio uno che dà la vista a un cieco. Alla fine del brano, questa seconda categoria sembra scomparire e questa linea di pensiero sarà portata avanti solo dal nostro amico miracolato. I farisei provano a mettere in dubbio che ci sia stato un miracolo, interpellando i genitori dell’uomo; avrebbero voluto che essi non riconoscessero l’identità dell’uomo come loro figlio, non potendo dunque attestare che era cieco, oppure che dicessero che il loro figlio non era veramente cieco. Si nominano più in generale i Giudei, essi sono comprensivi anche dei farisei, sono quelli che non riconoscono l’evidenza del miracolo e pur interrogando per la seconda volta il cieco nato, ormai vedente, non accettano le sue argomentazioni: quel miracolo e quegli occhi aperti non li convince che Gesù viene da Dio, anzi, si induriscono e cacciano fuori quell’uomo. Il narratore ci fa capire che sono prevenuti, non stanno dialogando, vogliono solo confermare il loro rifiuto di Gesù e del suo essere Messia. Essi rifiutano la luce, cioè Cristo, per precomprensione.

    I Genitori del cieco nato entrano nella categoria di quelli che hanno paura dei giudei, hanno paura della verità e del peso della testimonianza, si limitano a dire ciò che non possono omettere: quello è il loro figlio ed è nato cieco, ma non vanno oltre. Nessun accenno alla gioia per quel figlio che è tornato alla vita, nessun tentativo di proteggerlo ma essi esprimono solo presa di distanza dalla questione per non rimanerne implicati. E invece, qualsiasi ruolo si abbia, il vangelo chiede sempre di prendere posizione: questi genitori, che si lavano le mani rispetto a quello che è successo al figlio, sono icona del fatto che con qualsiasi scelta, anche quelle che sembrano mediane, in realtà si prende posizione: se non si è dalla parte della luce e del riconoscimento di Cristo, si è delle tenebre. Il cieco, invece, con semplicità e umiltà, senza precomprensione, mette insieme i pezzi dell’esperienza che ha vissuto: dice la verità, non mente. All’inizio sa che quello che lo ha guarito è Gesù; poi, più vanno avanti gli interrogatori, più la sua testimonianza si fa netta: la prima volta, interrogato sul “come” potesse aver avuto la vista, deve ammettere che Gesù è un profeta. La seconda arriva a riconoscere che non può essere un peccatore colui che ha fatto un simile miracolo ma che deve essere uno che è da Dio, perché Dio lo ascolta. Gesù, che c’era all’inizio del racconto, poi compare alla fine; intanto, il cieco guarito ha già preso posizione chiara e netta per la verità e la luce, ed è stato mandato via dalla sinagoga. A questo punto, allora, il rivelarsi di Gesù gli fa fare l’ultimo passo, l’ultimo gradino: Gesù è il figlio dell’uomo, quell’uomo che “viene sulle nubi del cielo” atteso dal libro di Daniele, colui che ristabilisce l’ordine e la giustizia, perché Egli è la luce. In questo incontro finale, intimo tra i due, le parole di Gesù aiutano quell’uomo a trarre tutti i frutti dalla salvezza già ricevuta: riconoscere Lui e in Lui iniziare una nuova vita. La dinamica per quale la pienezza dell’incontro e della rivelazione di Cristo a questo uomo vengono solo alla fine, quando egli ha già preso posizione per la verità e letto i segni con onestà, ci fa riflettere; l’incontro e la scoperta di Cristo sono graduali, la salvezza ci è data tutta all’inizio, ma diventa operante davvero nella vita se in umiltà leggiamo i segni e ne diamo testimonianza. Gesù non c’è per tutto il centro del racconto, quando la verità sembra confondersi, le dispute sono numerose, le questioni sono complesse (il sabato? Il rispetto della legge? Viene da Dio o è un peccatore?). Eppure, in questa complessità, chi è stato toccato dalla salvezza di Cristo, con la sua semplicità e la sua testimonianza, rimane saldo e racconta ciò che ha sperimentato. Proprio le prove a cui viene sottoposto, paradossalmente, lo spingono a evolvere nella fede; Gesù sembra non esserci, eppure la sua fede cresce e, seppure rimane solo, non tira indietro ciò che ha testimoniato. Solo a questo punto incontrerà ancora Gesù, in un incontro più personale e profondo, un incontro in cui Gesù gli si rivela completamente e lui vede sempre di più.

    La confessione di fede dell’uomo miracolato permette a Gesù, nell’economia del racconto, di fare un discorso sul peccato e sulla correlazione tra peccato e tenebra; coloro che non riconoscono Gesù e che si credono nella luce, sono in realtà nella tenebra del peccato. E così si chiude il cerchio rappresentato dal filo rosso del peccato che attraversa tutto il brano. In apertura, infatti, il cieco è visto da Gesù attraverso gli occhi dei discepoli che attirano l’attenzione su di lui: la sua condizione di cecità fisica deve significare peccato, suo o dei genitori. Gesù smentisce: quella condizione di tenebra sarà occasione di rivelazione dell’opera di Dio. Poi peccatore è chiamato Gesù e tutto il centro del brano ruota intorno all’accusa da parte dei farisei che non riconoscono il suo operare ma solo il fatto di essere andato contro la legge, operando di sabato. Dunque, egli è un peccatore e di certo non è il Messia. Alla fine, dopo la confessione di fede di colui che era stato cieco e le parole dette a lui che alcuni farisei odono, Gesù può mettere in chiaro: sono i Giudei a essere nel peccato. Si comprende, infine, che allora la tenebra collegata al peccato non è quella della cecità fisica bensì quella del cuore, di un cuore che non è secondo Dio, che non sa leggere i segni del suo passaggio e del suo rivelarsi, un cuore chiuso che vive delle sue proprie precomprensioni. Lungi da noi che veniamo trovati così quando Gesù passa e vuole aprirci gli occhi…

    bibbia chiesa cattolica Commento al Vangelo fede Parola di Dio Quaresima Sacra Scrittura

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