
“Mille volte sono morto, mille volte sono tornato a vivere grazie a tutti, ma soprattutto grazie all’umanità che ho trovato in questa terra”.
Così raccontava la sua giovane vita Rahmat Rezai nel 2014 quando sulle pagine di Clarus raccoglievamo la storia di lui adolescente fuggito qualche anno prima dal regime talebano dell’Afghanistan (scarica).
L’unico della sua famiglia a salvarsi e a coltivare il desiderio di essere un uomo libero, da qualche giorno è cittadino italiano. Il Sindaco di Piedimonte Matese, Vittorio Civitillo, che da sempre ne ha seguito la vicenda umana e con la sua famiglia ne ha sostenuto la crescita, nella veste di Primo cittadino lo ha ufficialmente dichiarato italiano, ormai membro a tutti gli effetti della comunità civica piedimontese. Ma in fondo Rahmat da queste parti si è sempre sentito a casa, fin dal primo momento quando forzatamente fu trasferito dalle nella Casa famiglia Pina Bucci Civitillo nel 2007. Ma il desiderio di scappare verso il Nord Europa lasciò subito il posto alla speranza di diventare un uomo qui, nel Matese. E così è stato: dopo le scuole medie, frequenta il Liceo Galilei di Piedimonte Matese; successivamente si iscrive alla Facoltà di Ingegneria alla Federico II; si laurea ed inizia a lavorare. Lo raggiunge dall’Afghanistan la fidanzata oggi divenuta sua moglie e per lei Rahmat lanciava un appello alle Autorità italiane quando nel 2021 il paese tornava sotto il controllo dei Talebani affinché lo aiutassero a portarla in Italia.
“Da oggi il tuo viaggio continua qui, in Italia, non più come ospite del destino, ma come parte viva di questa comunità. Con la memoria del percorso fatto e con lo sguardo rivolto a ciò che ancora puoi costruire”, le parole del Sindaco Civitillo dopo il giuramento di Rhamat sulla Costituzione italiana.

“Sono orgoglioso”, il commento del giovane dopo qualche giorno dal conferimento. “Sono fiero di questo traguardo” dice a Clarus; “un’attesa durata 19 anni coltivata ogni giorno con la speranza che potesse arrivare prima o poi. È il sogno di molti e solo chi l’attende sa cosa significhi poter essere cittadino di un Paese libero e in esso godere di diritti, esercitare doveri”. Ma Rahamat, la partecipazione alla vita del nostro Paese l’ha sempre vissuta in pieno: “Mi sono sentito sempre a casa, sempre amato e accompagnato. Ora di più”. Le sue parole si trasformano immediatamente in gratitudine: “Ci tengo a ricordare quello che Andrea Civitillo e sua moglie Emiliana (il fratello dell’attuale sindaco di Piedimonte, ndr) hanno fatto per me in tutti questi anni; e sua mamma Pina che nei confronti dei più piccoli e dei più fragili ha avuto sempre attenzione e cura come ha fatto con me quando sono arrivato nella sua Casa famiglia. A loro devo la mia crescita, i miei traguardi e anche questa nuova conquista”.
Una storia di dolore e di riscatto, di continue cadute e di passi in avanti, di lacrime e di sogni. Costretto a crescere troppo in fretta, Rahmat ai tempi dei talebani e della fuga in Iran conosce l’esperienza del pesante lavoro minorile, poi la fortuna di tornare a scuola che lo vede eccellere in mezzo a tutti gli altri alunni. Ancora lavoro per racimolare il necessario che lo aiuti a scappare; la fuga con altri tre amici, il mare, le notti a camminare sotto la luna, l’arrivo sulle coste greche, il terribile incidente che lo costringe ad un lungo ricovero, una sana amicizia che lo consola e il difficile viaggio verso l’Italia. Arriva a Pietravairano il 24 maggio 2007, il resto è una straordinaria storia di amore, di amicizie, di studio diligente, di crescita umana e poi professionale. La sua è solo una delle tante, di quelle belle da raccontare in cui si innestano i valori della solidarietà, della carità cristiana, della speranza donati da generose famiglie italiane insegnando che una mano tesa a donare veramente può realizzare il miracolo.
In allegato la storia di Rahamat pubblicata su Clarus nel 2014 dal titolo Dall’Afghanistan a Piedimonte Matese. Nato sotto la buona stella (scarica). Nei dettagli il racconto della sua infanzia e della fuga coraggiosa verso l’Italia, ricordando di lui la nascita avvenuta il 24 dicembre 1992: la sua testimonianza raccolta in un pomeriggio, veniva fuori come un fiume in piena. Già allora i suoi occhi a mandorla ogni tanto socchiusi a ricordare, si riaprivano e brillavano di orgoglio perché sapeva che il peggio era alle spalle ed era stato merito della suo innato desiderio di libertà; allora come oggi dalle sue parole sbocciava la gratitudine per la famiglia che lo aveva soccorso e accolto come un figlio. Per ragioni di sicurezza, insieme, decidemmo che su quelle pagine sarebbe comparso con il solo cognome Rezai (molto diffuso nel suo paese) per evitare una troppo facile identificazione.

