la notizia ha fatto immediatamente il giro della città e ha inondato i social: una studentessa del liceo statale “G.Galilei” di Piedimonte Matese, una giovanissima al secondo anno di scuola superiore, poco dopo l’inizio dell’orario scolastico si è lanciata nel vuoto dalla scala antincendio dell’Istituto di via Aldo Moro.
Ha chiesto di andare in bagno; è stata trovata a terra dal personale scolastico. Sul posto Carabinieri e Sanitari del 118 per i primi accertamenti e soccorsi. Poi la corsa verso l’Ospedale Civile di Caserta.
“Chi è?”, “come si chiama?”, “nessuno se n’è accorto?”. Le prime domande curiose, istintive, tra la comunità; poi le condizioni di salute che per fortuna non appaiono gravissime: fratture agli arti superiori, contusioni, accertamenti da approfondire per verificare quanto e se l’impatto al suolo abbia potuto provocare danni cerebrali e agli organi interni. La speranza è che le basti poco tempo di recupero e di riposo per poi tornare alla vita scolastica.
“Perché l’ha fatto?”. E’ la domanda che resta; l’interrogativo di chi ne conosce in parte o ne ne conosce affatto la storia e la vita, segnata da disagio e dolore. Residente di una Casa famiglia della zona, la ragazza stamattina ha deciso di compiere un gesto terribile, di quelli troppe volte scaturiti da disperazione, solitudine, alimentati tra il silenzio delle parole e il tumulto di un cuore che cerca pace e felicità.
Pochi giorni fa abbiamo celebrato su queste pagine lo spirito d’iniziativa, la competenza, la capacità organizzativa di tanti studenti della città che inisieme – provenendo da diversi Istituti – si sono dati da fare per una manifestazione contro il caro vita, il caro benzina, i diritti degli agricoltori… Sono gli stessi che oggi restano ammutoliti e provati da una esperienza che riguarda la compagna di banco, la vicina di classe, una persona che per diverse ore al giorno condivide lo stesso tetto sotto cui si cresce e ci forma alla vita.
Dopo la piazza e gli slogan gridati con forza, ora è il silenzio.
In quel silenzio tocca adesso agli adulti parlare: ai docenti, alle famiglie, ai fratelli e alle sorelle maggiori, ai grandi che questa mattina commentavano l’accaduto al bancone del bar. E per dire cosa? Non serve il paternalistico “ai miei tempi”, ma il solidale sorriso di chi si schiera accanto, di chi rimane senza parlare, di adulti che in questa circostanza tornino a pensare il proprio ruolo, lo stile di una presenza amorevole e ferma, paziente e dialogante, capaci di suscitare la fiducia dei più giovani affinchè sappiano che esistono rifugi sicuri. Ed esserlo anche per quei ragazzi ed adolescenti che tale rifugio lo cercano fuori dalle mura domestiche perché una casa non sempre è il porto sicuro sperato e sognato.
La parole è “comunità”. Esserlo per tutti, questo l’impegno.