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    Home»Commento al Vangelo»Chiamati a sé i dodici apostoli, li mandò. Commento al Vangelo domenica 14 giugno
    Commento al Vangelo

    Chiamati a sé i dodici apostoli, li mandò. Commento al Vangelo domenica 14 giugno

    Redazione12 Giugno 2026Nessun commento

    XI domenica del Tempo ordinario – Anno A
    Es 19,2-6a; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8
    Sorella Michela Arnone, Comunità Monastica di Ruviano

    Ghirlandaio Domenico: “Vocazione dei primi apostoli” (1481-82) – Cappella Sistina, Città del Vaticano.

    Seppure il tempo ordinario è già ricominciato da due settimane, la presenza di due solennità importanti come quella della Santissima Trinità e il Corpus Domini hanno mantenuto alta la percezione di essere ancora in uno dei tempi forti della liturgia. Da questo giorno, di fatto, percepiamo con più chiarezza un nuovo inizio, il ritorno al cammino quotidiano; un cammino che per i cristiani, però, è sempre “straordinario”, anche quando lo chiamiamo “tempo ordinario”. Straordinario perché nella quotidianità della vita e dei giorni, nella normalità che scorre, il Vangelo porta sempre un principio di vita, di rinnovamento, di speranza che vuole trovarci desti e pronti a cogliere segni e frutti.

    Proprio di un nuovo inizio ci racconta oggi la liturgia, attraverso le letture, in particolare la prima e il Vangelo. Nella lettura dell’Esodo ci troviamo all’inizio della terza parte del libro, quando il popolo sta per ricevere la grande rivelazione del Sinai; nel nostro testo si è concluso il viaggio e il popolo è arrivato ai piedi del monte.

    Qui, prima del grande dono della legge, Dio rivela la sua elezione particolare verso questo popolo dopo averlo fatto uscire dall’Egitto, popolo con il quale vuole entrare in alleanza. Israele comincia a diventare comunità: non più un insieme di tribù ma un popolo, un regno di sacerdoti e una nazione santa. Non per meriti particolari ma secondo la pura e semplice gratuità ed elezione di Dio, una elezione che non rimarrà confinata a Israele ma che tramite Israele potrà giungere a tutte le genti.

    Anche il Vangelo ci mostra una nascita: quei pescatori, zeloti e pubblicani che seguivano Gesù vengono costituiti come gruppo, sono l’inizio di un popolo nuovo, il popolo sacerdotale della nuova alleanza.

    Un popolo che non sostituisce Israele ma che vuole rinnovare Israele, un popolo che è mandato prima di tutto alle pecore perdute di Israele; l’alleanza si rinnova, si chiarifica, cresce, si esplicita in forme e modi nuovi attraverso la figura di Gesù, ma questo è possibile perché fondata su quella prima alleanza cominciata al Sinai, il Dio è lo stesso, è il Dio fedele alle sue promesse che continuamente si mette in gioco con la storia tortuosa, infedele e complessa degli uomini.

    Al centro di tutto questo – ce lo ricorda san Paolo nel passo della lettera ai Romani che leggiamo – c’è la morte di Cristo per noi, che ci ha riconciliato con il Padre donandoci la vita. Il peccato e l’infedeltà non hanno fermato l’amore di Dio, anzi, Egli tutto si è donato proprio mentre eravamo peccatori. Così, tutte e tre le letture risultano unite da questo filo rosso dell’iniziativa di Dio: un Dio che ama per primo, che ama di fronte al peccato, che continuamente agisce, “dai tempi antichi fino a oggi”, che genera continuamente nuovi inizi e nuove possibilità per stare in relazione con gli uomini, per costituirli come popolo, per fare di essi una comunità, per aprirgli le vie della vita.

    La possibilità nuova nella quale noi oggi siamo innestati emerge da quel racconto straordinario che è il mandato dei dodici apostoli che oggi leggiamo dal testo di Matteo.

    La venuta del regno dei cieli, di cui è richiesto l’annuncio proprio a questi discepoli mentre vanno per via, è lo sfondo dentro al quale comprendere tutto l’operato di Gesù e lo stesso mandato dei dodici.

    Il regno di Dio è quella realtà, promessa per il futuro ma che comincia già con Gesù, che significa il regnare di Dio, quel mondo in cui si ristabilisce la giustizia, perché Dio, che è Signore e creatore, prende completamente il suo posto per ogni uomo; il peccato, la morte, il male sono sconfitti definitivamente. Comprendiamo, allora, il quadro dentro al quale posizionare quei poteri che gli apostoli sembrano ricevere: si tratta di segni del dominio di Dio, la vita trionfa sul male e sulla morte perché attraverso i suoi messaggeri è Dio che passa.

    I discepoli, cioè coloro che stanno alla scuola di Gesù, che hanno esperienza del maestro, sono anche apostoli quando “mandati” a portare ad altri quel dono che hanno ricevuto, quando attraverso di loro quella vita che è la vita di Dio, che è la vita nella sua versione “originale” e “vera”, torna a fiorire, esprimersi, irradiarsi.

    Nel brano viene ripetuto due volte ciò che questi apostoli sono mandati a fare, prima dal narratore, poi più ampiamente dalle parole di Gesù: guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni. Mentre il narratore ha parlato di “potere” (possibilità, capacità, facoltà di), nelle parole di Gesù c’è un imperativo: guarite, scacciate, risuscitate, purificate.

    L’attenzione non è sul potere di farlo, prospettiva dalla quale l’uomo tende sempre a vedere le cose, l’attenzione è sul dovere di farlo, sulla condivisione di un dono.
    La chiave di volta per capire questo testo, infatti, mi sembra essere l’ultima frase: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente anche voi donate.

    Bisogna dare gratuitamente: sì, ma cosa? E cosa c’entra qui? Non si tratta, probabilmente, di un ulteriore comando bensì di quello che permette agli altri comandi di realizzarsi; Gesù sta dicendo ai discepoli che essi dovranno portare quella stessa salvezza che essi per primi hanno ricevuto.

    Gli apostoli sono uomini semplici, uomini veri, uomini ordinari, lo si capisce dai nomi e dalla ricostruzione delle loro storie attraverso i vangeli; sono figli di, fratelli di; tra loro c’è addirittura colui che poi tradirà Gesù, c’è un pubblicano, c’è uno che viene da terre ancora imperniate di paganesimo. Eppure, a questi uomini semplici è chiesto non tanto di fare miracoli ma è chiesto di portare gratuitamente agli altri figli di Israele quella salvezza che in Cristo hanno sperimentato.

    Le guarigioni richieste da Gesù sono sicuramente concrete, malati e infermi, lebbrosi, indemoniati, morti, ma ognuna di esse ha una profonda valenza simbolica che racconta il modo di vivere: gli infermi sono quelli che non possono fare tutto, a cui delle menomazioni interiori e spirituali hanno limitato le possibilità causando dolore, mancata pienezza e gioia. I morti sono quelli che non vivono, che sono distesi, fermi: la morte non è solo una condizione fisica, tante volte è interiore.

    I lebbrosi sono quelli a cui è impedita una normale vita sociale, sono soli e isolati. Se la verità dell’uomo è quella di “essere in relazione”, la condizione del lebbroso evoca una situazione di morte. Coloro che sono dominati dai demoni sono schiavi di idoli e di ciò che non è vita, sprecano le energie per il male e non sono mai liberi, la loro vita è sprecata, è perduta. Ciascuno di noi, nella sua vita, attraversa condizioni così, sia dalla prospettiva più concretamente fisica che secondo la prospettiva interiore, spirituale e morale.

    Questo, che è vero per noi, è stato vero anche per quei poveri uomini che Gesù chiama a diventare suoi discepoli e poi anche apostoli; pensiamo a Matteo il pubblicano, al quale si fa risalire la tradizione di questo vangelo. Egli viveva in una condizione di peccato, destinando vita ed energia al sistema dominante romano; egli viene amato e chiamato da Gesù alla possibilità di una vita libera, amato da Gesù mentre era ancora peccatore; Matteo ha ricevuto gratuitamente la salvezza, quella vita nuova che è la vita di Dio, e allora adesso Gesù gli chiede di portare ad altri questa vita, di liberare altri.

    Non è questione di potere ma di esperienza di salvezza: può fare miracoli solo colui che è stato per primo salvato da Cristo, che ha riconosciuto la salvezza e che così può portarla ad altri. Il fatto che questa salvezza sia anche interiore non è una diminuzione di quella esteriore ma un suo ampliamento: in Cristo è possibile davvero risuscitare i morti, in tutti i sensi, scacciare i demoni, purificare i lebbrosi, guarire i malati.

    Se questo non avviene, avviene poco, avviene raramente, è perché la Parola, viva e vera ancora oggi, è diventata inefficace, o perché si fatica a lasciarsi salvare da Cristo per poter poi condividere questa salvezza con altri? In questa luce comprendiamo meglio la richiesta di Gesù di andare solo da Israele: sembra una richiesta escludente o che ripiega il ministero di Gesù. Invece non è così; a Israele vuole giungere ancora quella parola che Dio ha detto a Mosè, voi siete per me una segullah, cioè, una proprietà particolare; eppure, questo stesso popolo, nonostante l’alleanza, vive tutte quelle infermità che indicano assenza di Dio; sono pecore perdute, come dice Gesù stesso, e sono quelle verso le quali si muove la sua compassione, perché sono pecore senza pastore.

    Allora i discepoli dovranno andare da loro, sono 12 per andare a ciascuna delle 12 tribù, ma dovranno andare non con l’altisonanza di chi ha un potere, ma con l’esperienza della salvezza fatta in Gesù; e dovranno andare dai loro fratelli, prima di tutto, per sentirsi come loro, alla loro pari. Da qui, da un movimento così può cominciare un mondo nuovo, puoi venire il regno di Dio.

    Così, oggi, anche per noi. Cominciando da dentro, dall’interno di una chiesa che sempre amata da Dio, è troppo spesso ancora luogo di morte, di lebbra, di dominio del male, di infermità e malattia. Bisogna ri-cominciare il mandato; un mandato che correrà non per un potere consegnato, ma per una esperienza da condividere e con la quale contagiare il mondo della vita di Dio.

    bibbia chiesa cattolica Commento al Vangelo fede Parola di Dio Sacra Scrittura

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