
Ci sono eventi che non appartengono al giro dei palcoscenici estivi, di lotterie e tavolate a cielo aperto. L’estate è anche possibilità di immersioni diverse, quelle che riattivano i sensi e liberano l’immaginazione. Eventi che ci fanno un po’ poeti, sognatori, forse anche liberati e liberi.
“Dell’acqua rinnegata” è la mostra fotografica curata da Marcello D’Andrea, fotografo di Piedimonte Matese che in una vecchia scatola di famiglia, circa 20 anni fa, recupera i negativi del nonno Giovanni (1905-1978), titolare di un Tabacchi in Piazza Roma.
Una sequenza di fotografie in esposizione fino al 10 settembre nella Galleria Codella al civico 11 di via Carmine; a pochi passi da Piazza Roma e da Piazza Carmine, perciò facilmente raggiungile. Aperture serali, quando il tran tran giornaliero ha lasciato il posto al silenzio necessario all’anima.
“Ho recuperato le foto che secondo me erano tecnicamente migliori fra i tanti scatti con cui mio nonno ha messo a fuoco pezzi di vita nella Piedimonte Matese degli anni ’50 e ‘60”, spiega Marcello D’Andrea.

“Dell’Acqua rinnegata” racconta con 18 grandi fotografie la Piedimonte alimentata da rivoli e torrenti; il Torano, corso d’acqua principale e i molteplici zampilli, prima che il progresso di quegli anni e il concetto associato di cementificazione mutassero il volto di questo e di tanti altri paesaggi.
Eccoli i sensi immediatamente riattivati man mano che l’occhio passa da uno scatto all’altro: l’inconfondibile scroscio dell’acqua o il più delicato “goccia dopo goccia”, il fresco al palato e sulla pelle, l’odore quasi acidulo di muschio depositato lì dove l’acqua scorreva senza sosta, la sua trasparenza più lenta o schiumosa a seconda dei punti di passaggio e di caduta.
“La mostra fotografica non è solo nostalgia di un paesaggio bello, incontaminato, espressivo della forza naturale di questi luoghi; non è solo denuncia di ciò che abbiamo perduto man mano che l’idea di progresso in quegli anni plasmava le persone secondo le prime logiche di utilità e di consumo, ma anche provocazione sull’oggi: cosa perderemo ancora della nostra identità locale?”. Le parole di D’Andrea prendono in prestito il passato per alimentare un dibattito sul futuro che la città si gioca oggi stesso, provando a rispondere ad una domanda e a consegnarla ai cittadini, giovani o adulti: “chi saremo domani? Cosa porteremo nel prossimo futuro della bellezza, delle radici, della identità che abbiamo…?”.
Da fotografo, da attento ricercatore di dettagli, D’Andrea attraverso la foto propone un di più che trasforma la scena ritratta in narrazione, in una consegna di responsabilità, in un archivio di ideali da condividere proprio come la sua famiglia ha condiviso la materia prima, le pellicole del nonno che nella sua attività di Tabacchi si dilettava ad esporre le cartoline della città e gli scatti che egli stesso ritraeva di Piedimonte, in quel tempo Piedimonte d’Alife.
“Non abbiamo trattenuto per noi questo patrimonio di famiglia, ma insieme a mio fratello Gianfrancesco e a mio padre Carlo abbiamo scelto di condividere con la comunità locale una pagina di Storia e di valori di cui crediamo ancora la forza evocativa ma soprattutto narratrice”, spiega il fotografo, chiarendo la formazione che ha dato vita al progetto “Dell’Acqua rinnegata”.
Gianfrancesco D’Andrea, dirigente scolastico, giornalista e politico locale, promotore già da anni dell’associazione culturale Byblos-Idee per la mente promotrice della mostra con il supporto del Club Unesco di Caserta; e Carlo D’Andrea, volto noto alla comunità matesina per il suo impegno di Direttore didattico, autore, e animatore del dibattito culturale e politico a Piedimonte Matese, ma anche memoria storica di quella città oggi raccontata negli scatti del padre Giovanni esposti in Galleria Codella.
Tutti nomi che ricompongono la linea del tempo, un segmento dopo l’altro, testimoniando che passato, presente e futuro sono la Storia senza interruzione in cui uomini e donne di ogni generazione sono chiamati a starci con rispetto, con protagonismo, con l’idea di offrire un contributo che aggiunge ma non sottrae, che arricchisce ma non scarnifica.
“Questo spirito di partecipazione collettiva – la mia famiglia e la città – ci sta spingendo a pensare la mostra non come evento a sé stante ma punto di partenza per una riflessione ancora più articolata”, aggiunge D’Andrea, anticipando la preziosità dei contributi che “in queste settimane è arrivata e arriverà dai tanti immigrati piedimontesi che hanno un chiaro ricordo dei luoghi e di come la vita si svolgeva in essi con il carico di sogni, di aspettative, di ordinarietà, di fatica”.
Identità e progetti, direzione e partecipazione: per Marcello D’Andrea la mostra è l’occasione per approfondire temi che interpellano oggi lo stile di vita della comunità con la domanda “dove andiamo?”; lo fa da artista, libero da conformismi e da logiche subordinate ad una corrente politica o all’altra, “perciò mi permetto di dire che è dalla politica che deve venire un indirizzo alla città, che sia prospettico, lungimirante, che accompagni il pensiero e non corrisponda solo ad un risultato, ma sia capace di generare pensiero, visioni…”.
Alla base di questa consapevolezza c’è la constatazione di quel che accade ogni giorno e che lui coglie da professionista: “Un tempo chi entrava nel mio studio fotografico lo faceva per stampare un negativo; ma prima di quello, per chiedere un consiglio, per essere aiutato nella lettura dei dettagli, per migliorare la tecnica… Mi manca questo approccio che mette ordine nella vita delle persone, che ci educa vicendevolmente al riconoscimento di ruoli e di responsabilità, che ci fa sensibili ad una passione (non solo quella fotografica), ad un dettaglio, o critici verso una situazione politica, sociale, economica di cui neppure parliamo più”.
L’acqua come fonte di relazione: a Piedimonte Matese, dove l’acqua è ancora nelle vene della città, sarebbe una scommessa possibile. Così era il Torano prima di essere tombato a Piedimonte; o prima di essere incanalato ad Alife in una cornice di grigio cemento. Le strade costruite sul suo letto hanno portato novità, progresso e sviluppo, facili destinazioni ma non felici relazioni come quelle di chi trovava il tempo per guardare la bellezza e goderne.
Perché la bellezza fa bene, sana e contamina a sua volta di gentilezza l’animo e le idee.
