Tutti i Santi, Solennità – Anno A
Ap 7,2-4.9-14; 1 Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a
di Sorella Michela Arnone, Comunità Monastica di Ruviano
La solennità di tutti i santi quest’anno cade di domenica e quindi sostituisce la XXXI domenica del tempo ordinario. Siamo ormai alla fine dell’anno liturgico, si avvicina l’Avvento che ne inaugurerà uno nuovo e questa solennità, con le letture che la caratterizzano, ci permette di riflettere su qualcosa che vuole ricapitolare tutto il percorso fatto: la santità.
Non si celebrano, oggi, solamente “tutti i santi”, ricordando e lodando Dio per gli innumerevoli uomini e donne in cui ha potuto risplendere la figliolanza di Dio, uomini e donne che sono tanti di più rispetto a quelli ai quali sono dedicate specifiche feste e di cui si hanno precise memorie.
Oggi si celebra, come comunità cristiana, la comune chiamata alla santità, oggi si fa memoria chiara dell’orizzonte di ogni vita cristiana, della possibilità per ciascuno di indossare quella veste bianca di cui parla l’Apocalisse e di stare presso Dio nella lode continua a Lui. Mentre il testo del Vangelo, con le beatitudini di Matteo, indica la strada concreta per la santità, attraverso il capovolgimento dei paradigmi che esse propongono, il testo dell’Apocalisse apre lo sguardo a una maestosa visione che racconta la presenza dei santi presso il Padre. Al centro di questo, mirabilmente, si pone la seconda lettura con la prima lettera di Giovanni: la figliolanza, l’essere figli di Dio, è esattamente il centro del discorso, la chiave e il contenuto più profondo della santità.
Il santo è l’uomo “altro”, l’uomo che si è lasciato trasformare da Dio veramente in figlio, a immagine del Figlio per eccellenza che è Gesù Cristo. Proviamo a tenere insieme questi tre elementi delle tre letture, che non sono staccati tra di loro ma che guardati insieme ci mettono davvero a contatto con la nostra comune chiamata alla santità. Senza il testo delle beatitudini, la visione dell’Apocalisse può sembrarci una cosa grandiosa ma troppo distante dalla nostra vita ordinaria, qualcosa che si proietta solo nel futuro ma che è poco concreto.
Senza la visione dell’Apocalisse, dall’altra parte, le beatitudini potrebbero essere lette perdendosi quella prospettiva in avanti e la realizzazione delle promesse che esse stesse aprono da dentro: i poveri, i miti, i perseguitati ereditano il regno dei cieli e la terra, i puri vedono Dio, i sofferenti trovano gioia, i misericordiosi trovano misericordia: l’apocalisse ce lo fa vedere. È evidente che il trait d’union è quello dell’essere figli, figli di Dio grazie al grande amore che il Padre ci ha destinato, un amore che, se accolto, può trasformarci fino a farci diventare “simili a lui”, simili al Padre. “Ciò che saremo non è stato ancora manifestato” ma saremo in tale comunione con Dio da vivere una pienezza di gioia e di compimento che neanche possiamo immaginare.
Tutto di noi sarà pieno, sarà realizzato, quando saremo in Dio, quando vivremo quella pienezza di figliolanza presso di Lui. Comunione con Dio, relazione, pienezza della persona: questo è quello che Dio desidera per noi; non solo lo desidera, ma Egli stesso crea le condizioni perché ciò avvenga davvero per noi!
La visione dell’Apocalisse va ascoltata con molta attenzione; all’inizio si dice che ci sono quattro angeli che stanno per devastare la terra e il mare, però arriva un angelo con il sigillo da porre sulla fronte dei servi di Dio che blocca l’azione di questa distruzione. E coloro che ricevono il sigillo e che, di fatto, fanno in modo che questa devastazione non avvenga sono tantissimi: non solo 144000 da Israele, ma una moltitudine immensa da tutta la terra, talmente tanti che non si possono contare.
Possiamo subito pensare a una scena simile, che però evolve in modo diverso: Dio ha saputo tutto il male che gli uomini stanno compiendo a Sodoma, il grido degli oppressi è giunto fino a Lui e capisce che la città non ha futuro; nel valutarne la distruzione, però, viene fuori che se ci fossero stati 50 giusti, per quei 50 giusti la città si sarebbe potuta salvare. Allora Abramo intercede e chiede a Dio di diminuire questo numero e di risparmiare la città anche se si arrivasse a soli 10 giusti; Dio acconsente ma, proseguendo nel racconto, mentre Lot e la sua famiglia vengono fatti allontanare, la città viene distrutta: non c’erano in essi 10 giusti (cf Gen 18-19).
Nel capitolo 22 del libro del profeta Ezechiele, Dio cerca un uomo che costruisca un muro e si erga sulla breccia, per difendere il paese dalla distruzione, ma non lo trova: qui, non ne trova nemmeno uno. Il tema è lo stesso: di fronte al dilagare del male, Dio cerca uomini giusti che possano salvare le loro città, i loro paesi, dando un senso alla vita che in questi si muove, dandogli una speranza per camminare verso il bene. Tutta la rivelazione biblica, dopo questi numerosi insuccessi e delusioni, confluisce su Gesù: è Lui l’uomo che ha saputo ergersi sulla breccia, questa volta ne basta solo uno, perché è il Figlio di Dio, per salvare tutta l’umanità.
E così ora possiamo comprende come si arriva a questo passo dell’Apocalisse e quale sia la sua portata: ora la distruzione non è più la soluzione, perché finalmente e straordinariamente vi sono migliaia e migliaia che sono degni di Dio, che possono ricevere il sigillo. Sono migliaia e migliaia che possono ereditare la terra, che danno senso alla creazione che Dio ha affidato alla mano dell’uomo, sono migliaia e migliaia che sono giusti.
Che gioia, che buona notizia! Cosa è accaduto? Gli uomini, che prima erano per lo più cattivi e infedeli, sono diventati buoni, giusti e fedeli? Non proprio; quello che è accaduto e che ha cambiato la storia è la venuta di Gesù Cristo e la sua Passione. Il suo consegnarsi per i peccatori, il suo sangue versato per la salvezza del mondo, per la salvezza di ogni uomo che prima di lui non aveva conosciuto l’amore di Dio, rappresentano un cambiamento cosmico, un passaggio epocale di tutta la storia. Da Gesù in poi i santi sono quelli che lavano le loro vesti nel sangue dell’Agnello: la veste è candida come quella di Gesù nella trasfigurazione, l’abito di nozze è indossato come nella parabola delle nozze del figlio del padrone; e il sangue rende bianco, purifica.
Non sono allora i meriti e gli sforzi, ma l’accoglienza di un amore che si dona tutto, fino al sacrificio del sangue: questo trasforma ogni uomo che sceglie di lasciarsi vincere dall’amore. L’agnello è passato per la grande tribolazione, i santi sono passati per la grande tribolazione; cos’è? La grande tribolazione è la contraddizione verso Dio che ci portiamo dentro e che il mondo ci mette davanti; la grande tribolazione è il dolore da attraversare per credere all’amore, quello vero: la grande tribolazione è il donare la vita, pienamente, completamente, a immagine del dono di Cristo; senza quel dono, non c’è santità.
Una moltitudine immensa ha accolto quest’amore, il mondo ha una speranza.
Vogliamo essere anche noi dentro a quella moltitudine immensa? Vogliamo ereditare la terra, essere consolati, ricevere misericordia, essere saziati dalla fame di giustizia, vogliamo contemplare Dio faccia a faccia e riempirci dell’estasi dell’amore e della sua gioia? È possibile… è alla nostra portata.
Dobbiamo solo consegnarci completamente nelle mani di Dio, attraverso i fratelli, attraverso la Chiesa. E la comunione, con Dio e con i fratelli, seppure ancora imperfetta, sarà già qui ed ora segno di ciò che saremo e che non è stato ancora completamente manifestato.
