
XXXII domenica del Tempo ordinario – Anno A
Sap 6,12-16; 1 Ts 4,13-18; Mt 25, 1-13
di Sorella Michela Arnone, Comunità Monastica di Ruviano
«Chi si alza di buon mattino per cercare (la sapienza) non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta» (Sap 6,14). La prima lettura proposta in questa domenica, tratta dal libro della Sapienza, vuole proporre una pista di interpretazione della parabola delle dieci vergini che oggi risuona; parabola nota ma complessa, affascinante ed enigmatica allo stesso tempo. La ricchezza di simboli che la caratterizzano possono aiutarci a entrarci dentro, non tanto per darne una spiegazione chiara e lineare, cosa che il testo non vuole, ma per farci entrare dentro a questa storia, farne esperienza e conoscere un poco di più noi stessi, ascoltando le nostre reazioni, i nostri pensieri e i nostri sentimenti; dall’altra parte, per ascoltare i pensieri di Dio, le sue reazioni e i suoi sentimenti. Da questa esperienza trarremo certamente dei frutti, forse più proficui che non di fronte a una “storiella” di cui è spiegata la morale. Il primo simbolo che vogliamo incontrare è l’ultimo proposto dalla parabola, quello della porta: nella parabola c’è una porta chiusa, che non è più possibile aprire, una porta che segna un confine tra luce e oscurità, festa e tristezza, banchetto e digiuno, intimità di relazione e solitudine di non senso. Dentro c’è lo sposo, c’è la vita, c’è il futuro, fuori c’è sospensione, fallimento, incompiuto. Anche nel testo della sapienza c’è una porta, qui la porta indica la casa ma anche la persona: se cerchiamo la sapienza fin dal mattino non dovremo andare lontano per trovarla, cercarla significa già trovarla, la troviamo nel punto di incontro tra il dentro, noi stessi, e il fuori; la sapienza la troviamo aprendo la porta e mettendo in connessione dentro e fuori, la può trovare chiunque a patto che ci sia amore e ricerca di essa. Due porte, una che sta aperta ogni mattina, un’altra che, nella parabola, ormai è chiusa definitivamente. Come si arriva a questo esito di una porta chiusa, cosa è successo?
Torniamo indietro e immergiamoci nei simboli e nell’atmosfera di questa parabola. Leggendo a ritroso, l’altro simbolo che incontriamo è quello che fa distinguere le dieci vergini in due gruppi esatti: metà delle vergini sono dichiarate “stolte” e metà sono “sagge”; ecco il collegamento con la sapienza, di cui la prima lettura ci ha parlato. Le vergini sagge possono essere raccontate attraverso quello che compiono nella parabola, ma anche attraverso tutto quello che ci descrivo i libri sapienziali su chi cerca la sapienza; fermandoci solo alla nostra prima lettura, esse amano la sapienza, la cercano, la trovano seduta alle loro porte, vegliano a causa della sapienza e così saranno presto senza affanni, sarà la sapienza ad andare loro incontro, apparirà loro benevola per le strade, esse sono degne di lei. Allargando lo sguardo alla più ampia tradizione sapienziale contenuta nella Bibbia, la sapienza è quel saper vivere con intelligenza e discernimento perché si vive con Dio, si pensa e si sente con Lui. Ancora, l’accostamento di questo passo di Sap 6,12-16 ci suggerisce una cosa: e se la sapienza avesse a che fare con lo sposo, questo sposo promesso che deve arrivare ma tarda ad arrivare? «Poiché (la sapienza) va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro»: queste cose, nella nostra parabola, le fa lo sposo, è benevolo per le strade, va incontro alle vergini sagge ed è benevolo nei loro progetti, le nozze si compiono. Questo aspetto, allora, comincia a orientarci per giungere al simbolo sommo di questo racconto, quello delle nozze; sono queste che danno tutto il contesto alla parabola. C’è un’unione promessa, c’è una intimità, una relazionalità, un compimento promesso ed è quello della relazione con Dio: l’immagine degli sposi più di qualsiasi forma di relazione umana descrive quell’unione intima per la quale “i due non sono più due ma diventano una cosa sola”. L’Antico Testamento, soprattutto i testi profetici come quello di Osea, è ricco di questo simbolismo che viene applicato alla relazione tra l’uomo e Dio; il Nuovo Testamento riprende con forza questa immagine perché proprio in Gesù si realizza la possibilità per ogni uomo di entrare definitivamente in queste nozze. La proposta all’uomo è questa, una relazione d’amore profonda, vera, eterna con Dio. Come ogni relazione, però, richiede le due parti, richiede che le due parti imparino a stare l’uno di fronte all’altro secondo quello che sono ma anche secondo quello che l’altro è; se l’altro di fronte è Dio, è necessario imparare a relazionarsi con lui. Intimità promessa a tutti ma non tutti ne sono degni, non tutti si mettono in gioco davvero per accogliere il dono ed entrare alle nozze. Entriamo così nel terzo simbolo, quell’olio e poi nel quarto, quello della luce e delle tenebre. Raccontato attraverso il rituale tipico delle feste di nozze, questo testo mostra delle particolarità; se era normale che la sposa con il corteo delle altre vergini attendeva lo sposo al tramonto, arrivato il quale si formava un corteo e ci si dirigeva, nel buio e dunque con delle lucerne accese, verso la casa dello sposo dove si faceva il banchetto di nozze, è particolare che le vergini aspettino fuori al buio l’arrivo dello sposo. Se le lucerne dovevano rimanere accese anche in casa, stare fuori vuole sottolineare un tempo di attesa e di passaggio che dovrebbe essere breve ma che diventa più lungo del previsto; una condizione paragonata a quella di coloro che amano Gesù e attendono il suo ritorno, attendono il tempo della relazione di intimità piena con Dio, simboleggiata dalle nozze, ma questo tempo ritarda. È necessario, in questo tempo, che la lucerna rimanga accesa, anche qui si rimanda al libro della sapienza: in Sap 31,18 nell’elogio della donna, che poi è la Sapienza, si dice che “la sua lucerna rimane accesa anche di notte”. In questo scontro tra luce e tenebre, in questa fatica del vivere in cui continuamente è necessario fare buon uso del tempo, fare discernimento su come si cammina per le strade della vita, c’è un olio che non deve venire meno. Ci si può anche addormentare, come fanno tutte le vergini, segno di fatica, di debolezza, della durezza della vita che è per tutti, ma quell’olio che permette alla lucerna di stare accesa non deve mancare. L’olio è un altro simbolo fortissimo, l’olio guarisce le ferite, l’olio consacra i re, l’olio indica fraternità e intimità come nel Sal 133 dove il vivere con i fratelli è come “olio profumato che scende sulla barba”; l’olio, qui nettamente, è quello che permette alla luce di stare accesa, alle lampade di non spegnersi, consentendo la vita. Il discrimine, allora, forte e chiaro tra le vergini stolte e le vergini sagge è espressione di una diversità più ampia: le une cercano la sapienza, le altre no; le une guardano lontano e sono disposte anche all’attesa, ad attraversare le strade della storia amando già qui ed ora quello sposo, amare la sapienza significa questo, anche se le nozze non sono ancora compiute. Esse sono disposte a fronteggiare le strade tortuose del buio con l’olio della presenza dell’amato che sta nella ricerca di questo; le stolte, invece, non amano la sapienza, dunque, non amano lo sposo e allora non si preoccupano di come attraversare il buio, loro voglio arrivare solo all’obiettivo per loro stesse, ma non per amore dello sposo. Devono andare a compare l’olio, ma ormai è troppo tardi, il loro non amore si è rivelato ed è per questo che restano fuori da quella porta.
L’invito, allora, ancora una volta è per noi: come attraversiamo il tempo della nostra vita, cercando e amando quello sposo con cui ci incontreremo in pienezza, facendo del nostro tempo un tempo fecondo anche nella fragilità, oppure no? Oppure ci dimentichiamo, nel frattempo della nostra vita, di amare lo sposo anche nell’attesa, di curare i malati con l’olio, di gustare la dolcezza della fraternità, di restituire a Dio la sua signoria sulla storia e sulla nostra vita, come l’olio che consacra i re vorrebbe ricordarci?