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La parabola delle dieci vergini. Commento al Vangelo domenica 12 novembre

Commento al Vangelo della XXXII domenica del Tempo ordinario - Anno A

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di Padre Gianpiero Tavolaro
Comunità Monastica di Ruviano (Clicca)

XXXII domenica del Tempo ordinario – Anno A
Sap 6, 12-16; Sal 62; 1Ts 4, 13-18; Mt 25, 1-13

La parabola delle dieci vergini (miniatura dal Codex Purpureureus rossanensis, secolo VI, Museo diocesano e del Codex, Rossano (Cs)

La fede cristiana porta sempre in sé una certa ignoranza, essendo, per sua natura, rivolta a un “oggetto” (Dio), che mai può essere pienamente afferrato dal nostro intelletto. È a questa non-conoscibilità che fa costantemente riferimento la Scrittura, quando ripete che non è possibile all’uomo vedere il volto di Dio (cf. Es 33,30; Gv 1,18). Vi è, tuttavia, una seconda ignoranza che è propria della fede e alla quale il testo sacro appare non meno attento: quella relativa alla venuta del Signore («non sapete in quale giorno il Signore verrà», Mt 24,42).

Se la prima ignoranza richiede all’uomo l’umiltà di chi rinuncia a possedere il suo oggetto (perché non conoscere pienamente significa non poter disporre del tutto), la seconda esige la vigilanza che è la capacità di saper at-tendere (tendere a), restando, cioè, in un atteggiamento di tensione verso colui del cui arrivo si è certi. Al tema della vigilanza l’evangelo di Matteo dedica tre parabole (quella del maggiordomo, quella delle dieci vergini e quella dei talenti: 23,45-24,30), tutte costruite sulla contrapposizione tra un positivo (il servo fedele e prudente, le vergini prudenti, i servi fedeli) e un negativo (il servo malvagio, le vergini stolte, il servo malvagio e pigro).

Questi tre racconti, presi nel loro insieme, aiutano a dare contenuto alla vigilanza, mostrando che essa, per essere autentica, va vissuta nella prudenza e nella fiducia: entrambe presenti nella prima parabola, queste due dimensioni costituiscono il nucleo tematico centrale rispettivamente della seconda e della terza parabola. La parabola delle dieci vergini, dunque, intende parlare della vigilanza dal lato della prudenza, che può essere definita come la capacità di «ordinare tutte le cose al loro fine» (Tommaso d’Aquino). L’uomo prudente può essere definito, in altri termini, come colui che ha discernimento, essendo capace di individuare chiaramente non solo il proprio fine, ma anche il modo di arrivarci: è un uomo, dunque, che ha scoperto il senso della propria vita e investe tutte le proprie energie nel perseguirlo. Tuttavia – e questo è quanto l’evangelo intende consegnarci – il discepolo di Cristo sa che perseguire il proprio fine non è produrlo, ma attenderlo.

Il fine che il cristiano scopre come specifico di ogni esistenza umana (non solo di quella credente) è un fine che eccede le sue proiezioni e le sue possibilità di progettazione: è Dio stesso, tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28). Perseguire e attendere: sono queste, dunque, le coordinate entro le quali il cristiano è chiamato a realizzarsi in pienezza. Se il desiderio profondo che realizza l’uomo è sempre “desiderio del desiderio dell’altro” – desiderio, cioè, di una relazione nella quale non vi è alcun oggetto di cui godere, ma un’alterità da cui lasciarsi trovare e alla quale potersi consegnare –, l’altro al quale è primariamente orientato il cristiano è Dio stesso, unico “altro” in grado di soddisfare davvero il suo cuore inquieto, dando senso a ogni altra alterità.

L’attesa di cui parla l’evangelo, però, non è pura passività: essa richiede un “impegno”, che non consiste, in ultima istanza, nel perseguire una condizione di impeccabilità tanto ideale quanto irrealizzabile (d’altro canto, tutte e dieci le vergini della parabola a un certo punto della notte vengono meno, addormentandosi). Ciò che distingue le vergini prudenti dalle stolte è il loro aver fatto in modo di non restare al buio, avendo provveduto all’olio necessario per mantenere le proprie lampade accese: è in questa previdenza che esse mostrano di non aver smarrito il proprio orientamento a Cristo, «luce vera… che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).

Scegliere la luce non significa essere perfetti, ma avere il coraggio di non arrendersi alle suggestioni di una tenebra, nella quale si crede di poter restare nascosti… e la luce la si sceglie perché si è compreso che per vedere il Signore occorre prima di tutto essere visti e conosciuti da Lui è questo sguardo a rendere possibile la fede.

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