Noemi Riccitelli – È stato il re di queste feste natalizie: sale piene, mai così gremite, in molti casi sold out.
Ebbene sì, Luca Medici, meglio conosciuto con il suo alter ego, Checco Zalone, sembra aver proprio risollevato le sorti del cinema italiano in queste ultime due settimane, facendo registrare una presenza cospicua di spettatori che, ancora una volta come in passato, hanno confermato l’entusiasmo per la sua ultima nuova uscita: Buen camino, con la regia della storica firma di altre solide opere di Zalone, Gennaro Nunziante.

Certo, sostenuto anche da un programmazione cinematografica non particolarmente grintosa in chiusura di anno, Buen camino (in sala dal 25 dicembre) è riuscito ad affermarsi come film di punta del periodo, confermandosi primo in posizione ben salda al botteghino.
Infatti, il comico di origine pugliese ha battuto persino un blockbuster come Avatar, solo secondo, tanto che lo stesso Medici/Zalone, nel corso della presentazione del suo film a pochi giorni dall’uscita, aveva ironicamente commentato la concomitanza dei due film in sala, affermando «Vorrei che il 26 dicembre James Cameron si alzasse e dicesse “Ma chi è sto Zalone?!»
Checco Zalone (Luca Medici) è il figlio di un imprenditore nel settore tessile che, incapace di gestire il patrimonio paterno, vive in assoluta dissolutezza, pensando solo a sé stesso e al benessere, ignorando ogni responsabilità.
Mentre è in procinto di organizzare la festa per i suoi 50 anni, la sua ex moglie Linda (Martina Colombari) gli fa sapere che la loro figlia è scomparsa, chiedendo anche il suo intervento.
Riluttante, Checco riesce a rintracciare la figlia Cristal (Letizia Arnò), in viaggio per il cammino di Santiago de Compostela, decidendo di seguirla anche grazie all’intervento di una pellegrina, Alma (Beatriz Arjona).
Forse Cameron non saprà mai chi è Zalone, ma il grande successo di questo film, induce ad una più che mai seria riflessione su un fenomeno di tutto rilievo: il pubblico in sala.
È nota a tutti, infatti, la crisi che attanaglia il settore cinema, non solo in Italia, ma in tutto il mondo: il post-covid, l’avvento delle piattaforme, l’aumento dei costi del biglietto, una serie di avvenimenti che non permettono alle sale di brillare come dovrebbero.

Eppure, le firme più autorevoli e gli interpreti più fini del cinema contemporaneo, non riescono a fare gli stessi numeri in così poco tempo e la maggior parte dei titoli, interessanti, innovativi, sorprendenti, vengono disertati e lasciati ad una nicchia di appassionati.
Mentre ero in sala, prima che il film iniziasse, anche piuttosto infastidita dal non aver il mio solito posto, da non poter avere quel mio spazio di comfort perché la sala era piena, mi sono chiesta, attonita, perché tutte quelle persone fossero lì: adulti e adolescenti, insieme, un’utenza delicata e complessa solitamente da mettere d’accordo, in una fase storica particolare per tutte le circostanze già menzionate.
E poi, a film iniziato, dopo essermi lasciata andare alle inevitabili risate, suscitate da tutto ciò che è l’essenza Zalone (espressioni, battute politically incorrect, situazioni paradossali e irriverenti) ho pensato che fosse proprio tutto lì: quel riso spassionato e libero.

Checco Zalone è catartico, nel senso di liberatorio, anestetico: Luca Medici ha creato un personaggio che, un po’ come il britannico Mister Bean di Rowan Atkinson, raccoglie in sé tutte quelle caratteristiche considerate goffe, ridicole e il più lontane possibile dal sé dello spettatore, quasi a rassicurarlo di non essere così, ma che in realtà, forse, lo riguardano molto da vicino.
E, quindi, sì, si ride di pancia, forte, ma attraverso quel riso si pungola con una comicità spontanea, che solo in apparenza è superficiale: Zalone invita a ridere insieme a lui, senza giudizio, perché il suo personaggio non teme il confronto, si presenta così com’è, una macchietta di sé stesso.
La sceneggiatura dello stesso Medici e del regista Nunziante funziona e così scorre per i 90 minuti della sua durata, un intreccio semplice, chiaro e che, come già in altre pellicole del duo artistico, riesce anche ad addolcire virando su un finale dolcissimo, dai buoni sentimenti: il tema della relazione padri-figli è dominante e, a suo modo, riesce a coinvolgere con una certa tenerezza.
Basta tutto questo per salvare il cinema? No di certo, ma una risata, forse, può far riscoprire il piacere di una sala e di un’esperienza popolare e collettiva, come il cinema è.

















