Quando il film inizia lo spettatore sembra capire subito cosa vedrà e dove il regista voglia andare a parare.
Il magnate che ha costruito la sua fortuna sul petrolio, un presidente USA sessista e guerrafondaio, un ghiacciaio che si sta per sciogliere, destinando l’intero pianeta alla catastrofe.
Poi arriva il momento in cui la quarta parete (chiamarla così anche se si parla di cinema ha un perché, andate in sala!) si dissolve e chi guarda si trova disorientato, sembra perdere il filo: che succede?!

E in quel momento che tutto comincia: Digger, il nuovo film del regista premio Oscar Alejandro G. Iñárritu è al cinema dal 1 ottobre.
Tom Cruise è Digger Rockwell, alla prese con una missione disperata per dimostrare di essere il salvatore dell’umanità, prima che il disastro da lui stesso provocato distrugga ogni cosa.
Iñárritu dirige con spirito una sequenza dopo l’altra attraverso una sceneggiatura (speriamo quanto meno da candidatura agli Oscar) scritta insieme a Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone e a Sabina Berman, inanellando a colpi di satira e parossismo un incalzante “j’accuse” alla società odierna.
Nell’ispirazione del regista, la geopolitica diventa (o forse lo è realmente?) un solo apparentemente delirante e confuso spettacolo di personalità dalla doppia morale, in cui l’ego non fa sconti.
Così il regista, con un’impronta originale e unica, dà il suo acuto contributo al dibattito sulla direzione che il mondo contemporaneo sta prendendo: l’impatto dell’uomo sull’ambiente tra combustibili fossili e rinnovabili, la smania senza limiti delle superpotenze, la cecità dei cittadini.
La storia di Digger è un pretesto: la vicenda del solo protagonista avrebbe anche tutto un suo appeal, ma Iñárritu avrebbe solo compiaciuto gli spettatori, senza altri stimoli;
invece, attraverso una geniale narrazione che mescola distopia, satira e un meta-teatro che usa il cinema come suo palcoscenico, il regista pone il pubblico davanti al più vero ordine delle cose: “quando tutto va a rotoli, colpiscili con la verità”.

Tom Cruise non ha bisogno di presentazioni, porta sulle spalle una parte importante di storia del cinema: è bravo, incisivo, e naturalmente a suo agio, anche con qualche chilo in più di trucco prostetico (nel team trucco anche l’italiano Alessandro Bertolazzi, già Oscar per Suicide Squad nel 2017).
Non so se riuscirà nella nomination agli Academy come Miglior attore, ma una buona probabilità è da tenere in considerazione. Con lui, il premio Oscar Riz Ahmed, John Goodman, la candidata all’Oscar Sandra Hüller, Michael Stuhlbarg e il candidato all’Oscar Jesse Plemons, i quali costituiscono un ensemble che dà il giusto tono al film.
Dal punto di vista visivo, Iñárritu ha deciso di girare in VistaVision, un formato degli anni ’50 in cui la pellicola scorre in orizzontale anziché in verticale.
In questo modo, sfruttando la pellicola di lato, lo spazio per ogni singola immagine raddoppia.
Il risultato è una fotografia (del premio Oscar Emmanuel Lubezki) più che notevole, con un’immagine larghissima, nitida e ricca di dettagli, che rende molto bene la grandezza dei paesaggi distrutti, ma anche le frequenti inquadrature dal basso permettono di caratterizzare maggiormente le immagini in senso grottesco e teatrale, in linea con la narrazione.
Digger è una visione intelligente, unica, in cui il paradosso riesce incredibilmente ad interpretare una realtà che, ormai, forse solo così può essere rappresentata: per eccesso ed enfasi.


