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    Home»Attualità»RIFLESSIONE / Omicidio studente a La Spezia: il desiderio senza limite non genera vita, servono adulti credibili
    Attualità

    RIFLESSIONE / Omicidio studente a La Spezia: il desiderio senza limite non genera vita, servono adulti credibili

    Redazione17 Gennaio 2026Nessun commento

    Riccardo Benotti – “La vita nasce dalla capacità di dare forma al desiderio e di consentirgli di esprimersi nei modi riconosciuti dalla convivenza sociale. Oggi questo è scomparso”. Mario Pollo, antropologo dell’educazione, già docente di sociologia e pedagogia all’Università Lumsa, riflette sull’ennesimo episodio di violenza giovanile dopo l’uccisione di Youssef Abanoub, 18 anni, accoltellato da un coetaneo all’istituto professionale Chiodo di La Spezia.

    Foto ANSA/SIR

    Da Milano a Napoli, dalla Calabria alla Sicilia, gli episodi di violenza tra giovani si moltiplicano. Qual è la radice di questo fenomeno?
    Nella società attuale il desiderio è diventato il motore dell’economia: le persone sono stimolate a desiderare senza limite. Le cose non si cercano più per la loro utilità o qualità, ma semplicemente perché desiderate. Fin dai primi pensatori greci sappiamo che la vita nasce dall’incontro tra desiderio e limite: se il desiderio non trova un argine che lo contiene, non produce vita ma distruzione. Oggi il senso del limite non è più oggetto dell’educazione. Quando si dice che i genitori non sanno più dire dei “no”, significa che non riescono a porsi come argine al desiderio dei figli.

    Lei parla anche di un individualismo “fasullo”…
    Sì, un individualismo che non favorisce la scoperta della propria unicità nella relazione con l’altro, ma che integra nello “sciame”: la persona crede di essere un individuo, mentre è solo una molecola di un aggregato più grande. A questo si aggiunge il dominio delle emozioni, diventate l’unico metro di valore, senza la capacità di educarle e trasformarle in sentimenti. Il sentimento è l’interpretazione simbolica dell’emozione: senza questa educazione si perde il dominio di sé.

    Che ruolo giocano i social network?
    Le nuove generazioni tendono a non riconoscere più la realtà come l’abbiamo sempre intesa, ma solo quella tessuta dai social. Questo accade perché il reale non riceve più valore da principi trascendenti, religiosi o anche solo umani. L’assenza di trascendenza indebolisce la percezione della realtà e facilita il dominio di quella illusoria. La ricerca di sé avviene nell’affermazione e nel dominio: faccio le cose per apparire importante in rete, non perché siano utili alla mia crescita. Così si nega la propria debolezza, mentre il riconoscimento della fragilità è fondamentale per crescere. San Paolo scriveva che che è nella debolezza che divento forte: oggi questa verità è stata rimossa.

    Cosa intende quando afferma che oggi il corpo è solo

    L’antropologo Mario Pollo. Foto ANSA/SIR

    immagine e non più luogo della vita?
    La nostra cultura sembra dare molta importanza al corpo, ma in realtà non gli riconosce alcun valore autentico. Il corpo non è più percepito come il luogo della vita, delle emozioni, dei sentimenti e del pensiero, ma come un simulacro, un’immagine da mostrare. Ciò che conta non è il corpo reale, ma la sua rappresentazione. Questo porta a una perdita del rispetto per sé e per l’altro: se il corpo è solo immagine, non è più sentito come ciò che custodisce la vita. E quando non si riconosce il valore del proprio corpo, diventa più facile non riconoscere nemmeno il valore della vita altrui

    Cosa manca, dunque, sul piano educativo?
    Manca una relazione autentica degli adulti con le nuove generazioni: una relazione che faccia sentire i ragazzi riconosciuti, curati, amati. Anche gli adulti, però, vivono spesso relazioni inautentiche. Non c’è più educazione all’interiorità, alla scoperta del proprio mondo interiore, alla consapevolezza che la vita trova senso solo se ancorata a qualcosa che la trascende: una fede o, per chi non crede, valori e ideali condivisi. Manca anche un modello d’uomo condiviso. In questo vuoto, la violenza diventa l’unico modo per affermare: “Io esisto, io conto”.

    Come uscirne?
    Ritengo che la modernità stia morendo: siamo in una crisi di passaggio verso una nuova epoca che non ha ancora un nome. Sono fiducioso perché se riprendiamo a educare qualcosa cambierà. Educare significa far scoprire il valore del limite: non reprimere il desiderio, ma orientarlo verso forme costruttive. Significa anche far comprendere che l’io è preceduto da un noi: ci si realizza solo contribuendo alla realizzazione degli altri.

    Qual è il compito degli adulti?
    Devono testimoniare i valori con la vita, non limitarvisi a predicarli. Le parole non servono a nulla se non sono accompagnate da una vita che dimostra il tentativo di essere fedeli agli ideali, con fallimenti e fragilità. Ogni giovane deve sentirsi accolto così com’è, con i suoi limiti e le sue zone d’ombra. Un’accoglienza incondizionata, ma anche esigente: “Tu puoi farcela, ti sarò vicino finché non ci riuscirai”.

    È anche una questione politica?
    L’uomo costruisce se stesso utilizzando i materiali simbolici che la cultura sociale gli mette a disposizione. Per cambiare occorre una svolta culturale: non cavalcare l’onda dominante, ma andare controcorrente. La domanda è: quale impegno mettono in campo il mondo adulto, la politica, l’economia per trasformare questa cultura e riscoprire i valori che favoriscono la piena realizzazione dell’umano?

    Fonte SIR

    educazione omicidio riflessione violenza giovanile

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