“Fino a sabato scorso non avrei mai immaginato di dover pianificare una possibile fuga nel deserto per tornare a casa, in Italia”.
Si apre così la lunga chiacchierata con Andrea Manzelli, 30 anni, originario di Alife, residente a Dubai da cinque anni per motivi di lavoro, la città come altre dell’area del Golfo Persico, protagoniste della guerra in atto tra Usa e Israele contro l’Iran. Le reazioni militari di quest’ultimo verso i Paesi islamici dell’area legati da amicizie con gli Usa hanno assunto i toni inaspettati di paura e distruzione: la stessa Dubai ha subito più di un attacco con missili e droni, tra gli ultimi quello al Consolato americano.

La storia di questo giovane avremmo voluto raccontarla come le altre già presenti nella rubrica “L’italia fuori dall’italia” con spazio soltanto alle ragioni della partenza dall’Italia, allo stile delle relazioni nel nuovo luogo di residenza, alla formazione universitaria e ai sogni per il futuro.
Andrea invece sogna al presente. Sogna che tutto finisca al più presto.
La guerra è arrivata e con essa un Allert sullo smartphone nella notte araba tra sabato e domenica in cui si chiedeva ai cittadini di Dubai di riorganizzarsi nelle proprie case in vista di un possibile attacco di droni o missili; così ha fatto anche lui cambiando la posizione del letto e garantendosi un presunto spazio sicuro distante dalle pareti esterne della abitazione. Perché Dubai bunker non ne ha.
Il tentativo di restare tranquilli
“Tutto sommato la prima notte è passata tranquilla. Dopo i primi due giorni di maggior preoccupazione anche le esplosioni si sono ridotte, ad eccezioni delle tensioni scaturite dal recente attacco al Consolato Statunitense”. Dall’abitazione in cui vive, Andrea intravede colonne di fumo, percepisce lontane esplosioni e cadute di frammenti di missili, non è mancata qualche onda d’urto, ma lui tiene la calma. “Fa parte di me provare a rimanere tranquillo e razionalizzare ogni situazione; ci sto riuscendo anche in questo momento seppur l’incertezza è stancante, e un po’ ti logora”. Abita nel quartiere finanziario della città, lontano dalla costa e dalle infrastrutture americane prese di mira dagli iraniani, condizione che in questo momento rassicura. “Ci sono scorte a sufficienza nei supermercati, altro aspetto che rende sopportabile e quasi normale la condizione che stiamo vivendo; meno traffico automobilistico ma comunque un gran movimento”. Lui stesso ha preso l’auto ed è uscito per rendersi conto di come stiano messe le cose.
Sono ancora centinaia gli italiani, per lo più turisti, bloccati nella metropoli per la chiusura degli spazi aerei; nella sola giornata di ieri (mercoledì 4 marzo), il Governo è riuscito a rimpatriarne oltre 1200, ed altri si spera entro i prossimi giorni. Tutti gli altri sono italiani residenti a Dubai per ragioni lavorative e qui hanno una vita, impegni, relazioni, importanti responsabilità (sono circa 15mila gli italiani residenti negli Emirati Arabi iscritti all’AIRE). “Organizzare una partenza non è facile” chiarisce Andrea, “dal momento che l’unico Paese della regione mediorientale da cui si alzerebbero più facilmente i voli è l’Oman. Per noi la Farnesina ha messo a disposizione qualche numero telefonico e un sistema giornaliero di transfert, ma il volo va organizzato in autonomia; l’alternativa sarebbe partire in auto, attraversare il deserto da soli, raggiungere la capitale Mascate con un dispendio di energie di almeno tre-quattro giorni. Resta un’ipotesi da non escludere se le cose dovessero mettersi al peggio”.
Dice di non pensarci più di tanto e di rimanere concentrato sul lavoro che tanto gli piace, che gli sta regalando importanti soddisfazioni, che lo ha fatto crescere. È arrivato a Dubai all’indomani della Laurea Magistrale alla Bocconi di Milano in Finanza d’Impresa. La tesi discussa nell’aprile 2020 in pieno Covid e subito dopo la spola tra Alife e Milano per alcuni colloqui di lavoro. Ma in realtà la formazione universitaria ricevuta lo ha preparato già a qualcosa di diverso: “Ho avuto il privilegio di formarmi fin da subito alle relazioni professionali in ambito internazionale; ho vissuto un graduale livellamento tra formazione accademica e approccio lavorativo pertanto fin dai primi anni universitari l’idea di proiettarmi fuori dall’Italia mi ha accompagnato. La partenza per Dubai seppur arrivata così presto non mi è sembrata uno strappo rispetto al mondo da cui provenivo”. Parla entusiasta della sua immersione nel mondo del lavoro in un Paese che lo stesso Andrea vede “ormai con una identità ben definita più di quando sono arrivato e con politiche attrattive ben più rafforzate”.
Il lavoro, la formazione universitaria, l’Italia
Il bagaglio formativo che ha presentato su Linkedin è tale da piacere alla Società che nel 2021 lo sceglie come manager della finanza con il compito di curare gli investimenti economici verso Europa ed USA di gruppi industriali dell’area del Golfo Persico. Una migrazione non forzata la sua, ma naturalmente maturata durante il percorso accademico e di vita, in linea con le nuove tendenze migratorie giovanili non per forza subordinate ad una angustiante sopravvivenza nel Paese di origine. Dato ampiamente affrontato e confermato nel Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes che ha ispirato la rubrica di Clarus “L’Italia fuori dall’Italia”.
Come è stato interagire con questo mondo? Cosa cambia dall’ambiente universitario a quello lavorativo in una delle centrali della nuova economia mondiale? Andrea è molto rispettoso del sistema accademico italiano: “Ho grande stima dei percorsi delle nostre Università ma – aldi là della mia positiva e personale esperienza – devo riconoscere che i giovani italiani terminano il loro ciclo accademico privi di esperienza concreta il che rischia di frenare l’iniziale immersione nel mondo del lavoro o di non prepararli abbastanza a quel contesto”. Parole che risuonano come un già sentito e confermano il collettivo pensiero sul valore dei nostri percorsi di studio.
Oggi Andrea si muove a proprio agio nel contesto lavorativo di respiro internazionale in cui si ritrova, ma ricorda il primo impatto di giovanissimo in un contesto di adulti: “A Dubai e nel mio settore in particolare si arriva con un bagaglio professionale già collaudato: non è stato così per me, ma come dicevo, ma nonostante l’età ero pronto a questo passo”. Alla domanda sulle relazioni, i legami con la Città e con Alife il paese di origine si apre un’ulteriore riflessione: “Dubai è la meno araba delle città degli Emirati Arabi Uniti e la presenza di così tanto turismo ti permette di cogliere ovunque sfumature di stampo occidentale, cosa che non mi ha mai creato troppi disagi di adattamento. Persino il periodo del Ramadan, come questo, sembra progressivamente livellare nei nella vita sociale le differenze tra musulmani e occidentali”. E qui riporta un particolare concreto che fa pensare come stiano cambiando certe abitudini o come il numero crescente degli europei nel piccolo Emirato arabo induce a cambiarle: “Appena sono arrivato, durante il Ramadan, le vetrine dei ristoranti venivano oscurate come a schermare il mondo interno da quello esterno affollato da arabi musulmani ed evitare il disagio reciproco tra chi potesse o meno consumare un pasto durante la giornata; adesso non è più così”.
Insomma, Andrea a Dubai sembra starci bene, indipendentemente dai missili e dalla crescente tensione internazionale di queste ore, tanto da non aver ancora prospettato un futuro lavorativo diverso da quello attuale. Eppure la parola Italia evoca qualche nostalgia: “Le montagne del Matese, quelle verdi” spiega senza pensarci troppo, e poi “tutta la vita all’aperto dove l’essenza della natura la percepisci diversamente da qui che tutto intorno è deserto”. Per lui, giovanissimo in un contesto dove lo scarto generazionale è alto, sono arrivate nuove amicizie anche fuori dal contesto lavorativo ma quelle dalla sua terra d’origine gli mancano un po’: “prima la permanenza a Milano, poi quella a Dubai hanno naturalmente rarefatto alcuni rapporti”. Sorpreso da questa domanda deve ammettere sì che qualcosa è sfuggito di mano e po’ dispiace, “è una cosa su cui riflettere”, aggiunge con tono grato verso chi probabilmente gli ha lanciato una inaspettata provocazione.
La rubrica “L’Italia fuori dall’Italia” nata durante le ultime festività natalizie con l’intento di portare vicinanza ai nostri giovani emigrati, di farli sentire nei pensieri di qualcuno in un periodo dell’anno dedicato più intensamente agli affetti familiari, di donare altrettanta vicinanza alle famiglie mai rassegnate all’idea di un figlio “oltre i confini”, in un pomeriggio di marzo è arrivata fino ad Andrea e gli ha portato compagnia mentre la notte araba si infittiva e riportava giustificata apprensione nel cuore. Perché stare vicini conta, mettersi in ascolto ancora di più.
“Andrea buonanotte”.
“Speriamo sia buona. Risentiamoci”.


