Venti anni tondi dall’uscita del film che ha rappresentato un’epoca, un intero settore e anche un modo di fare cinema, cristallizzando figure, battute e momenti iconici, impressi nell’immaginario collettivo.
Venti anni in cui il film è stato riproposto innumerevoli volte in TV (registrando sempre alti ascolti) e poi ancora sui social, contribuendo a definirne lo status di vero fenomeno sociale e collettivo.
Tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Weisberger, David Frankel firma nuovamente la regia del Diavolo veste Prada 2 (The devil wears Prada 2) dirigendo i quattro storici protagonisti, di cui questo film ha contribuito a lanciare e/o rafforzare la carriera artistica: Anne Hathaway, Meryl Streep, Stanley Tucci e Emily Blunt.

New York, 2026. Andy Sachs (Anne Hathaway) è ormai una giornalista di successo, con una carriera solida alle spalle, tra esperienze all’estero e pezzi di inchiesta.
Tuttavia, per una triste serie di avvenimenti, in circostanze poco limpide e professionali, lei e altri suoi colleghi si ritrovano ad essere licenziati dal giornale per cui lavoravano.
In un momento di evidente debolezza, in modo del tutto inaspettato, ad Andy viene proposto di tornare a lavorare come caporedattrice a Runway, la rivista di moda nella quale aveva iniziato la sua carriera.
Ritrova, così, Miranda Priestly (Meryl Streep), Nigel (Stanley Tucci) e, alla fine, anche Emily (Emily Blunt) in un ruolo molto diverso rispetto a quello in cui l’aveva lasciata.
È cambiato tutto a New York, e nel mondo, dal 2006: una recessione, il Covid, presidenti, la rivoluzione del digitale.
La moda continua a segnare il ritmo sulle passerelle, ma la sua fruizione è cambiata: non più menabò, set fotografici e articoli di approfondimento, ma spazio al digitale e al virtuale.
La rivista Runway è ora social e app e fa i conti con le conseguenze della crisi dell’editoria, i tagli alla carta stampata, una nuova visione dell’informazione e della creazione.
La sceneggiatura (di Aline Brosh McKenna) del Diavolo veste Prada 2, in tal senso, colloca la nuova trama in un frangente storico cogente e vivo, dando una continuità valida al precedente intreccio.
Anche le dinamiche interne alla redazione della rivista più patinata della Grande Mela sono cambiate: le risorse umane e il politically correct sembrano aver imbrigliato il “diavolo” in persona, Miranda Priestly, che appare quasi confusa da tutte le novità, ma resiste, bluffa, è il lavoro che ama, non potrebbe fare altro.

È questa la cornice in cui si muovono i protagonisti: il cast storico è brillante, una piacevole conferma che appaga gli spettatori, anche se la freschezza del primo capitolo risulta opacizzata (questo aspetto, nella versione italiana, è probabilmente dovuto anche al ritmo della narrazione che appare più tiepido per il doppiaggio che sembra frenare alcune sequenze e coprire battute il cui senso risulta, quindi, smorzato).
La moda, che faceva da perno al primo film, è ancora parte importante della storia, ma ripensata: non più senso dell’assoluto che pervade le vite di chi se ne occupa fino ad annientarla (questa la narrazione della tossicità dell’ambiente nel primo capitolo), ma espressione di una cultura più ampia, e umana (lo dice proprio Miranda nella sequenza ambientata a Milano, davanti al Cenacolo di Leonardo).
Un messaggio che va colto ed è apprezzato, che segna il cambiamento dei tempi, e la necessità e la rilevanza della specialità tutta umana: nella moda, nell’arte, nella scrittura, in ogni attività dove l’uomo metta la sua firma.

Tuttavia, la pellicola risente di qualche ridondanza di troppo che nulla aggiunge alla trama: che dire di Kenneth Branagh messo lì un po’ in disparte, una spalla solitaria fine a sé stessa? E la storia di amore che coinvolge Andy, non sarebbe stato più interessante riprendere le fila del famigerato Nate e sviluppare una linea in questo senso?
Nel complesso, comunque, Il diavolo veste Prada 2 è una visione che riesce, nei contenuti, ad essere attuale, senza cedere alla lusinga della nostalgia, con temi interessanti e validi, ma la grande e trepidante attesa (preparata anche da un merchandising ad hoc) non si accompagna ad una grande resa cinematografica, non reggendo, di fatto, il confronto con il predecessore.



