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    Home»Attualità»Sport. il portiere Giovanni Galli a YouTopic: “Formare persone, non solo campioni. Lo sport sia palestra di umanità”
    Attualità Sport

    Sport. il portiere Giovanni Galli a YouTopic: “Formare persone, non solo campioni. Lo sport sia palestra di umanità”

    Alla vigilia del Mondiale di Calcio la riflessione con l'Ex Nazionale campione del mondo 1982
    Redazione5 Giugno 2026Nessun commento

    di Daniele Rocchi

    Con la marcia “In cammino per la pace” ha preso il via ieri, 4 giugno, YouTopic Fest 2026, il Festival internazionale sul conflitto che ogni anno si svolge a Rondine Cittadella della Pace (Arezzo). Il tema di quest’anno è “Inquietudine. Come custodire la scintilla dell’umano?”. Di inquietudine si è parlato anche nel panel “Il limite è un punto di partenza: l’inquietudine nello sport”, ambito in cui ciascuno sperimenta il limite e il suo superamento. Sostenuto dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale e realizzato in collaborazione con il Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa, l’incontro ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Giada Rossi, campionessa paralimpica di tennis tavolo, il generale Roberto Como, il maresciallo maggiore Mattia Dal Pastro e il capo di 2ª classe Andrea Quarta, campioni paralimpici, Amedeo Carboni, ex nazionale di calcio, e Giovanni Galli, campione del mondo nel 1982. Il Sir ha incontrato Galli a margine dell’evento.

    Galli, lei ha vissuto il calcio ai massimi livelli: quali valori le ha lasciato questa esperienza, valori che ancora oggi sente attuali?
    Io sono cresciuto in uno spogliatoio: sono andato via di casa a neanche 14 anni. Tutto ciò che ho imparato, oltre all’educazione ricevuta dai miei genitori, l’ho appreso lì dentro: rispetto, amicizia, condivisione. Sono valori che mi porto dietro ancora oggi. La persona che sono diventato, nel bene e nel male, è il frutto di quello che ho vissuto nello spogliatoio.

    Nella sua carriera e nella sua vita, quanto hanno contato disciplina e responsabilità?
    Il calcio è stato la mia grande passione, poi diventata un lavoro. Ho sempre cercato di essere un professionista serio, con la convinzione di dover migliorare continuamente, non solo per me stesso ma anche per la società e per i tifosi. Quando segui davvero la tua passione, i sacrifici non li avverti come tali.

    Per un giocatore del suo livello, quanto pesano fallimenti e sconfitte? A cosa servono?
    Non è stato sempre tutto facile. L’esperienza più importante per un professionista è vestire la maglia della Nazionale e giocare un Mondiale. Io ho vinto quello del 1982, ma ho vissuto anche l’eliminazione nel 1986. Dopo quel Mondiale ho attraversato mesi difficili: provavo vergogna, sentivo di non essere stato all’altezza delle aspettative. Probabilmente non lo era la squadra nel suo insieme. Le delusioni fanno parte del percorso. Nel mio caso, quelle difficoltà sono state in parte compensate dalle vittorie successive, come lo scudetto e le Coppe dei Campioni con il Milan. Ma quella ferita, devo dire, è rimasta.

    Giovanni Galli, foto Rondine

    A un ragazzo che vuole intraprendere la carriera calcistica, che cosa consiglierebbe?
    Innanzitutto, direi ai genitori di lasciare divertire i propri figli. Non bisogna avere fretta: non è scritto da nessuna parte che a 16 anni si debba già giocare in Serie A. Ognuno ha i suoi tempi. L’importante è mantenere passione, divertimento e voglia di migliorarsi.
    Quando avevo una scuola calcio, ai genitori consigliavo di non accelerare troppo i passaggi verso il professionismo. Spesso, invece, vedevo ragazzi messi di fronte a pressioni e aspettative per cui non erano pronti. Questo può portarli a fallire al primo vero ostacolo. I giovani hanno bisogno di crescere con serenità. Le ambizioni dei genitori non devono diventare il peso dei figli. Molti credono che il figlio calciatore sia il loro ‘gratta e vinci’.

    Vita sportiva e personale sono intrecciate. La sua storia la rende un esempio per molti giovani: come si costruisce questa testimonianza?
    Con i miei figli ho parlato molto, ma soprattutto ho cercato di dare l’esempio nella vita quotidiana. Le parole servono a poco se non sono accompagnate dai comportamenti e dai fatti. Mi auguro che ciò che ho fatto sia stato più significativo di ciò che ho vinto.

    Come si affronta una perdita come quella di un figlio, come nel suo caso, di Niccolò?
    La famiglia è fondamentale, soprattutto quando ti trovi davanti a un dolore così grande.

    In quei momenti devi scegliere: o resti schiacciato o provi a rialzarti. Non ci sono alternative.

    Per noi sono stati fondamentali sia la famiglia sia la fede. La vita di Niccolò è iniziata il 22 maggio 1983 e si è interrotta il 9 febbraio 2001. La fede mi aiuta a convivere con questo dolore. Quando arriverà il mio momento, so che qualcuno mi aspetta.

    Fra pochi giorni inizia il Mondiale, senza l’Italia per la terza volta consecutiva. Come se lo spiega?
    Credo che ci siamo adagiati sugli allori. Le quattro stelle sulla maglia non sono cadute dal cielo: sono frutto di lavoro e sacrificio. Ma il calcio è cambiato, mentre noi abbiamo pensato di essere sempre migliori degli altri. In realtà gli altri sono cresciuti, copiando e migliorando i modelli. Oggi in Italia ci sono troppi soggetti che guidano il calcio, Governo, Coni, Federazione e Lega, e non sempre hanno obiettivi comuni. Senza una visione condivisa è difficile recuperare terreno. Ricordo che dopo il Mondiale 2006 la federazione tedesca dichiarò che la squadra più importante del Paese era la Nazionale. Se torniamo a mettere la Nazionale al centro, potremo tornare protagonisti.

    Al Mondiale vedremo anche squadre di Paesi in preda a tensioni, instabilità e conflitti, come l’Iran, l’Iraq, la Repubblica Democratica del Congo, la Bosnia, il Qatar, l’Arabia Saudita. Secondo lei, il calcio, ma in generale tutto lo sport, può diventare uno strumento ‘neutrale’, capace di attenuare tutte queste crisi?
    Lo sport dovrebbe esserlo. Pensiamo al tennis: a Roland Garros ogni giocatore ha la propria bandiera accanto al nome. Fa effetto vedere atleti come Rublev e Medvedev senza bandiera. Possiamo discutere della politica, ma gli atleti non devono essere identificati con essa. Lo sport può essere uno strumento per riconoscere la dignità dell’altro. Se non partiamo da qui, diventa tutto più difficile.

    Fonte SIR

    guerre Mondiale di Calcio pace

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