di Gabriele Biasi
La prima volta che ho visto Stand By Me era sedici anni fa e tutta un’altra serie di prime volte sono successe quel giorno. La prima volta che mi sono spalancati gli occhi, facendomi rendere conto che il cinema poteva essere anche un’altra cosa, questa cosa misteriosa che ti scuote le fondamenta del corpo e ti lascia con il cuore gonfio e tonto per settimane.
La prima volta che dopo aver finito un film, l’ho fatto ripartire dall’inizio. La prima volta che mi sono detto che questo potere segreto del cinema lo volevo anche io e che, nel bene o nel male, ne avrei fatto il mio mestiere.
Negli anni, credo sia il film che ho più rivisto nella mia vita. Chissà se questo può essere classificato nelle manie, ma è uno dei pochissimi film che, rivendendolo ogni volta, riesce sempre a darmi qualcosa in più: non qualcosa che avevo perso alla visione precedente, ma qualcosa oltre. Terzo film di Rob Reiner da regista (scomparso quest’anno), il film è tratto dalla novella Il Corpo di Stephen King.
È riuscito nelle sale la settimana scorsa per il suo quarantesimo anniversario. È la storia di quattro dodicenni che, sul finire dell’estate, vanno alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo, scomparso da alcuni giorni. All’inizio nessuno voleva fare il film, nel senso che due giorni prima delle riprese la casa di produzione che lo finanziava fu assorbita dalla Columbia Pictures che decise di tagliare il progetto, che venne poi completato solo grazie ad un investimento privato.
Nessuno di noi (lo spero vivamente) a dodici anni è partito per andare a cercare il corpo di suo un coetaneo, ma forse l’inizio della fine di tutte le nostre infanzie sta proprio nella domanda che Vern Tessio (Jerry O’Connell) fa ai suoi amici all’inizio del film: «ragazzi, volete vedere un cadavere?» (You guys want to go see a dead body?).
Il desiderio di voler essere grandi a tutti i costi si scontra con un mondo che improvvisamente non è più diviso nelle categorie semplici in cui credevamo: la prima volta che i grandi ci deludono, come la maestra che ruba i soldi del latte e dà la colpa a Chris Chambers (River Phoenix), che tanto viene da una famiglia di criminali e nessuno gli crederà se dirà la verità. Oppure, la prima volta che la morte entra nella nostra casa, come capita a Gordie Lachance (Wil Wheaton), che ha perso il fratello pochi mesi prima e si rende conto che la sua famiglia è a pezzi e non può fare niente. Sua madre è troppo sconvolta dal dolore e suo padre è incapace di dare voce al suo; tanto da far confessare a Gordie che sarebbe stato meglio se fosse morto lui al posto del fratello Danny, perché tanto, lui ne è certo, suo padre non lo ama.
Nessuno di noi è partito sui binari della propria stazione per andare a vedere un cadavere, però tutti siamo stati quei quattro ragazzi: credendo che i nostri genitori non ci amassero, oppure amandoli alla follia nonostante tutto, come Teddy Duchamp (Corey Feldman), che idolatra suo padre perché ha preso parte allo sbarco in Normandia, anche se gli ha bruciato un’orecchio sulla stufa in un accesso di ira. O ancora, combattendo con il giudizio di un paese che ha già deciso cosa saremo da grandi, che ci identifica sempre in relazione a qualcos’altro: tu sei fratello di, sei il figlio di… È sempre Chris a dire tra le lacrime che il suo unico desiderio è scappare in un posto dove nessuno lo conosce, perché solo così potrà dimostrare chi è davvero.
La forza di questo film sta proprio nel farci rendere conto che, in qualche modo, siamo stati tutte queste cose contemporaneamente. Dalle difficoltà di capire i grandi, al bellissimo rapporto tra Chris e Gordie, incapace di esprimere le proprie emozioni. Non eravamo così semplici come ci dipingevano gli adulti, perché sapevamo di possedere un potere segreto che, ora che siamo grandi a nostra volta, abbiamo irrimediabilmente perso.
Ora che ho avuto la fortuna di vedere Stand By Me al cinema per la prima volta (un’altra prima volta ancora), mi rendo conto di una cosa nuova: che questo film, più di tutti gli altri, è una pellicola che ci parla del Cinema stesso. Un film sul potere primordiale del racconto.
Per Raffaele Simongini (docente di Storia del Cinema in diverse università) mentre conversavamo dopo la proiezione, Stand By Me non è solo un film sul cinema, ma sulla poesia. In particolar modo ce lo dice la scena dove Gordie racconta ai suoi amici una storia che ha inventato mentre sono attorno ad un piccolo falò. Per lui, l’origine del cinema è tutta in quella scena: stare attorno al fuoco, a guardare le fiamme che si muovono e portarono le tribù antiche a raccontare storie (secondo Werner Herzog, questo permetteva alle pitture rupestri di “animarsi” grazie alla superficie irregolare delle caverne).
Un film pervaso anche dalla morte che ci insegna che il cinema, essendo l’unica arte che è riuscita a ritrarre il tempo, è l’unica capace di sconfiggere la morte, anche se solo per un paio d’ore. Gordie è disperato perché al funerale del fratello non è riuscito a piangere e quando finalmente vede il corpo di Ray Brower senza vita, si lascia andare in un pianto senza fine. Un film sull’assoluta purezza della catarsi e del cinema di fare transfert. Ray Brower è archetipo dei nostri fratelli, i nostri padri, i nostri amici che non ci sono più. Tutti i nostri morti.
Superare un lutto attraverso il mito, la favola, la poesia, è un modo per andare oltre la morte. In fin dei conti, a distanza di quarant’anni amiamo ancora Stand By Me e il Cinema per lo stesso motivo per cui amiamo la vita, ma allo stesso tempo il Cinema spesso dà senso alla nostra esistenza.


