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    Home»Attualità»Il perno di Pechino: le colpe di Putin, l’opportunismo transazionale di Trump e l’ordine policentrico di Xi Jinping
    Attualità

    Il perno di Pechino: le colpe di Putin, l’opportunismo transazionale di Trump e l’ordine policentrico di Xi Jinping

    Come cambiano le alleanze, e quale disegno di potere dietro al conflitto permanente tra Russia e Ucraina. L'analisi geopolitica di Yari Lepre Marrani
    Redazione3 Luglio 2026Nessun commento

    di Yari Lepre Marrani

    L’illusione della centralità eurocentrica e la frattura ucraina
    L’aggressione della Federazione Russa ai danni dell’Ucraina non rappresenta soltanto un rigurgito imperialista tardo-novecentesco, ma costituisce lo spartiacque geopolitico che ha accelerato la transizione verso un sistema internazionale post-occidentale. Al centro di questa faglia si collocano le precise responsabilità storiche e strategiche di Vladimir Putin. L’autocrate del Cremlino, muovendo una guerra d’attrito su vasta scala nel cuore dell’Europa, ha infranto i principi cardine dell’Atto finale di Helsinki del 1975 e della Carta di Parigi del 1990, svelando la fragilità dell’architettura di sicurezza collettiva.

    Tuttavia, ridurre il conflitto ucraino a una mera dinamica bipolare tra Mosca e l’asse euro-atlantico significa ignorare la complessa rete di interdipendenze e opportunismi che ne alimenta la persistenza. Le colpe del revisionismo russo si riverberano, infatti, su una costellazione di attori globali che hanno strumentalizzato, tollerato o attivamente capitalizzato la destabilizzazione dell’Europa orientale per scardinare l’egemonia globale statunitense.

    In questo scenario, la Repubblica Popolare Cinese (RPC) guidata da Xi Jinping e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca offrono due lenti simmetriche per comprendere come la politica internazionale sia stata corrotta dal pragmatismo transazionale e dalla vicinanza interessata a un criminale di guerra, finalizzati al perseguimento di agende radicalmente revisioniste.

    La corte dei tre poli: il quadrante diplomatico di Pechino (maggio-giugno 2026)
    Per comprendere la traiettoria della proiezione di potenza della Cina contemporanea, è necessario analizzare una eccezionale concentrazione di eventi diplomatici avvenuti nell’arco di meno di quattro settimane, tra il 14 maggio e il 9 giugno 2026. In questo ristretto lasso di tempo, Xi Jinping ha:

    • Ospitato il presidente statunitense Donald Trump a Pechino;
    • Accolto, sempre nella capitale cinese, il leader russo Vladimir Putin;
    • Compiuto una storica visita di Stato a Pyongyang per colloqui bilaterali con Kim Jong-un.

    Isolati dal loro contesto, questi tre summit potrebbero apparire come risposte a logiche settoriali: la gestione della competizione tariffaria e tecnologica con Washington, il consolidamento dell’approvvigionamento energetico e strategico con Mosca, e il controllo del dossier nucleare nella penisola coreana. Considerati nel loro insieme, tuttavia, essi rivelano la complessa architettura concettuale della politica estera cinese.

    La RPC non si configura più come una potenza regionale o come un attore d’appoggio in un sistema a guida altrui; Pechino agisce come il vero e proprio perno e centro di gravità di un sistema internazionale strutturalmente policentrico. La successione di questi incontri testimonia una dottrina strategica sedimentata da anni dalla leadership del Partito Comunista Cinese: il superamento definitivo dell’unipolarismo americano a favore di una configurazione multipolare, in cui la Cina esercita il ruolo di supremo moderatore e architetto dei pesi e contrappesi globali.

    La corruzione della politica e l’asse transazionale Trump-Putin-Xi
    Il nucleo profondo di questa transizione risiede nella progressiva erosione della dimensione normativa e valoriale delle relazioni internazionali, sostituita da un cinismo mercantilista. Sia Donald Trump sia Xi Jinping hanno, per ragioni diverse, esposto le rispettive linee politiche alla compromissione con il regime autocratico di Putin, normalizzando la condotta di uno Stato revisionista e militarmente aggressivo.

    L’approccio di Donald Trump
    Per il presidente statunitense, la postura nei confronti della Russia risponde a una logica di stretto isolazionismo e di calcolo transazionale, riassumibile nella dottrina dell’America First. Trump ha ripetutamente manifestato scetticismo verso l’utilità della NATO e il sostegno finanziario e militare a Kiev, interpretando l’alleanza atlantica non come una comunità di valori, bensì come un accordo di protezione commerciale sbilanciato.

    Nel suo realismo radicale, la vicinanza a Putin e il dialogo bilaterale avviato a Pechino nel maggio 2026 riflettono la volontà di liquidare il conflitto ucraino sacrificando l’integrità territoriale di Kiev in cambio di un alleggerimento dell’impegno strategico statunitense in Europa. Questo approccio non solo legittima ex post l’uso della forza nucleare e convenzionale come strumento di alterazione dei confini, ma corrompe il ruolo storico degli Stati Uniti quale garante dell’ordine liberale internazionale, riducendo la superpotenza a un attore egoista alla ricerca di vantaggi elettorali e commerciali a breve termine.

    La postura di Xi Jinping
    Sul fronte opposto, la complicità della Cina con la Russia putiniana si fonda su una profonda convergenza anti-egemonica. La dichiarazione congiunta sul partenariato “senza limiti” siglata alla vigilia dell’invasione del 2022 ha trovato continuità nel vertice di Pechino del 2026. Xi Jinping ha offerto a Putin una fondamentale ancora di salvezza economica e diplomatica, assorbendo le esportazioni di idrocarburi russi e fornendo tecnologie a duplice uso indispensabili per sostenere l’apparato industriale bellico del Cremlino.

    La leadership cinese ha deliberatamente ignorato i crimini di guerra commessi in Ucraina e i mandati di cattura internazionali, anteponendo l’obiettivo sistemico di logorare l’Occidente alla difesa del principio della sovranità statale — un tempo caposaldo della retorica diplomatica di Pechino (i Cinque Principi di Coesistenza Pacifica del 1954). In tal modo, la RPC ha accettato il rischio di una parziale compromissione delle proprie relazioni con l’Unione Europea pur di mantenere saldo l’alleato russo in funzione anti-statunitense.

    L’ordine policentrico e l’aspirazione all’egemonia globale
    La strategia di Xi Jinping non mira esclusivamente a preservare il regime di Putin, ma a iscriverlo all’interno di una cornice più ampia, in cui la Cina si propone come la prima e indiscussa superpotenza del XXI secolo. La triangolazione diplomatica della primavera del 2026 ne è la dimostrazione plastica.

    Nel momento in cui Xi riceve Trump, egli tratta da pari a pari con la prima economia del mondo, negoziando dossier critici come lo status di Taiwan e i flussi globali di semiconduttori. Pochi giorni dopo, accogliendo Putin, dimostra come la Federazione Russa — ridotta al rango di partner minore e fornitore di materie prime — dipenda strettamente dalle scelte di Pechino per la propria sopravvivenza economica. Infine, la visita a Pyongyang da Kim Jong-un riafferma il monopolio cinese sulla stabilità della sicurezza dell’Asia nord-orientale, proiettando l’immagine di una Cina capace di disciplinare e proteggere i propri Stati satellite.

    “Il mondo contemporaneo attraversa mutamenti epocali, mai visti negli ultimi cento anni.” — Xi Jinping, formula dottrinale del Partito Comunista Cinese.

    Questa massima riassume il convincimento profondo della dirigenza cinese: il declino relativo dell’Occidente e l’ascesa del “Global South”, di cui Pechino si elegge a guida naturale attraverso iniziative strutturali quali la Belt and Road Initiative, i BRICS ampliatisi e la Global Security Initiative.

    L’ordine policentrico promosso dalla Cina non è un sistema democratico di diffusa governance globale, bensì un disegno gerarchico multipolare in cui l’egemonia frammentata dell’Occidente viene sostituita da zone di influenza regionali ben delineate. In questo schema, Pechino si riserva il ruolo di vertice economico e tecnologico planetario, lasciando alla Russia il compito di agire come elemento perturbatore della sicurezza europea e alla Corea del Nord quello di deterrente nucleare in Asia.

    La responsabilità diffusa e la destrutturazione del sistema internazionale
    In ultima analisi, la guerra in Ucraina cessa di essere un evento isolato per divenire il sintomo catalizzatore di un disordine globale sistemico, le cui responsabilità ricadono, seppur con pesi specifici differenti, su tutte le grandi potenze.

    • Vladimir Putin detiene la colpa storica e giuridica di aver scatenato il conflitto, restaurando la guerra di aggressione come strumento legittimo di politica estera.
    • Donald Trump condivide la responsabilità di aver abdicato alla funzione di stabilità normativa dell’ordinamento internazionale, riducendo le alleanze storiche a transazioni mercantili e assecondando le ambizioni dei regimi autoritari in cambio di un precario disimpegno strategico.
    • Xi Jinping porta la responsabilità politica di aver fornito la copertura diplomatica e l’ossigeno economico necessari a perpetuare il conflitto, strumentalizzando la tragedia ucraina al fine di accelerare il logoramento dell’ordine occidentale e favorire l’avvento di un sistema policentrico a trazione cinese.

    Il ciclo di incontri della primavera del 2026 segna il passaggio dall’era dell’unipolarismo americano a un’epoca di multipolarità competitiva e instabile. In questo nuovo teatro, la sovranità delle nazioni minori rischia di essere sacrificata sull’altare degli accordi tra grandi poli di influenza, dimostrando come la ricerca dell’egemonia globale passi inevitabilmente attraverso la tolleranza della violenza geopolitica e la cinica rinegoziazione delle regole della convivenza internazionale.

    La complessità delle dinamiche sviluppatesi nella primavera del 2026 impone una riflessione che superi la mera cronaca diplomatica per addentrarsi nella filosofia della storia contemporanea. Il ciclo di incontri orchestrato da Pechino non ha semplicemente ridisegnato i rapporti di forza transitori, ma ha sancito la fine formale dell’illusione universalistica nata dalle ceneri della Guerra Fredda. L’ordine internazionale, inteso come un insieme di regole condivise e istituzioni sovranazionali capaci di arginare l’arbitrio della forza, cede il passo a un realismo radicale e frammentato, dove la sovranità dei popoli e il diritto internazionale vengono subordinati al calcolo geometrico delle grandi potenze.

    In questo scenario, la tragedia ucraina cessa di essere un evento circoscritto ai confini europei e si rivela come il detonatore consapevole di un nuovo assetto planetario. Le colpe di Vladimir Putin, per quanto imperdonabili sotto il profilo giuridico e umanitario, non si consumano nell’isolamento di una decisione autarchica, ma trovano una sponda sistemica nell’opportunismo dei suoi interlocutori globali. Il cinismo transazionale di Donald Trump, che baratta la stabilità dell’Europa e l’integrità di Kiev in nome di un pragmatismo isolazionista, si salda in modo speculare con la strategia di lungo periodo di Xi Jinping. La leadership cinese ha compreso che l’emorragia di credibilità e di risorse dell’Occidente, provocata dal prolungamento del conflitto, rappresenta il terreno più fertile per radicare la propria visione egemonica.

    Tuttavia, il policentrismo teorizzato da Pechino e assecondato dalle ambiguità di Washington e Mosca nasconde un’insidia profonda. Un mondo diviso in sfere d’influenza impermeabili, regolate esclusivamente da rapporti di forza commerciali e militari, è un mondo strutturalmente instabile. La normalizzazione della condotta russa e la legittimazione di regimi di fatto criminali creano un precedente pericoloso: l’idea che la stabilità globale non dipenda più dal rispetto dei trattati, ma dalla capacità dei singoli “poli” di disciplinare i propri spazi di competenza geopolitica. Xi Jinping si candida a essere l’architetto di questo equilibrio neo-imperiale, un sovrano globale che non impone un’ideologia universale, ma che gestisce le asimmetrie del potere mondiale proteggendo i propri satelliti e dialogando da una posizione di assoluta centralità con i propri avversari.

    La responsabilità diffusa di questa transizione risiede proprio nell’aver abdicato alla dimensione etica della politica estera. Quando le grandi democrazie accettano la logica del puro mercato politico e le autocrazie utilizzano la guerra d’attrito come strumento di ridefinizione dei confini, a essere sconfitto è il concetto stesso di comunità internazionale. L’eredità degli incontri del 2026 ci consegna una stabilità apparente, fondata sul cinismo e sulla spartizione, in cui la Cina emerge come l’indiscussa forza gravitazionale del secolo. Resta da capire se questo nuovo ordine policentrico sarà in grado di garantire la pace o se, al contrario, ponendo fine all’unipolarismo americano, non abbia fatto altro che inaugurare un’era di conflitti regionali permanenti, tollerati dai grandi poli in nome di una superiore, e spietata, armonia sistemica.

    Yari Lepre Marrani, scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico-giuridiche. Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG (Notizie Geopolitiche). Collabora con il quadrimestrale dell’AMI (Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani.

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