Dio ride. Non è una domanda. Il titolo del film è un’affermazione: chiara, trasparente, appagante.
Eppure, per troppo tempo, questo è stato l’interrogativo intorno a cui l’autorità religiosa ha esercitato la sua forza, reprimendo ogni possibilità di discussione a riguardo.
Presentato, Fuori concorso, come titolo di chiusura dell’83esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Dio ride è al cinema dal 29 ottobre, con la regia di Giovanni Veronesi e protagonisti Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando, Francesco Gheghi, Alma Noce e Carlo Cecchi. La pellicola è prima al box office italiano.

Nella Toscana del XVII secolo, Fra Leopoldo da Casamacchia (Pierfrancesco Favino) è un umile frate francescano dal carattere anticonvenzionale, che conquista le persone con il suo modo semplice, spontaneo e gioioso di raccontare il Vangelo. Le sue predicazioni, lontane dai rigidi formalismi della Chiesa, riscuotono un successo crescente, attirando fedeli e suscitando al tempo stesso sospetti e preoccupazioni nelle autorità ecclesiastiche.
Tra coloro che entrano in contatto con lui ci sono la giovane contessa Isabella Del Debbio (Alma Noce) e il fraticello Giacinto (Francesco Gheghi). La crescente popolarità di Leopoldo richiama l’attenzione del cardinale Vincenzo Maculani (Silvio Orlando), incaricato da papa Innocenzo X (Carlo Cecchi) di indagare sulle sue idee e sulla sua predicazione.

Intorno la stessa questione già Umberto Eco aveva imperniato il suo romanzo più noto, Il nome della rosa.
Se in quella celeberrima storia il risvolto è stato tragico, tra giallo e filosofia, qui il racconto di Giovanni Veronesi (sua la sceneggiatura insieme a Nicola Baldoni, Gianluca Bernardini, Nicola Deorsola, Jean Jacques Llunga, Paolo Portone) si fa ricco di emozioni in un quadro storico purtroppo crudele e veritiero.
Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando sono i due punti fermi della messa in scena: sentimento e ragione, fede pura e rigore indefesso.
Due diversi modi di intendere il credo religioso: quello della Chiesa, che nel ‘600 esercitava repressione e crudeltà in nome di una presunta rettitudine attenta alle formule e alle pose, ma vuota; e quella più vera, concreta, che si esprimeva (e dovrebbe ancora farlo) in azioni di condivisione, di amore e gioia.
Favino, con la sua straordinaria capacità interpretativa, si fa piccolo, e trasmette i Vangeli come storie di vita allegre, semplici, infondendo la gioia in esistenze misere che avevano bisogno di coraggio e sostegno morale.
Un ruolo commovente, che riesce a coinvolgere lo spettatore e ne gratifica il cuore.
Silvio Orlando, invece, non è nuovo al ruolo del cardinale (indimenticabile il cardinale Voiello di The New Pope) e anche in questa interpretazione, con disinvoltura e originalità riesce a lasciare il segno: il cardinale Maculani, anche se apparentemente algido e distaccato, rimane colpito dalla fermezza di Frate Leopoldo, mettendo in discussione le sue convinzioni radicate e la possibilità di un altro modo di vivere la fede.

Dio ride è una visione preziosa, non solo per il racconto che sa essere coinvolgente e viva testimonianza di un periodo storico, con le scenografie di Carmine Guarino e i bellissimi costumi di Carlo Poggioli, ma soprattutto per la riflessione profonda che propone riguardo al tema della fede e della possibilità di vivere la gioia come esperienza spirituale, anche da laici.
L’idea di un Dio vicino agli uomini, capace di condividere la loro felicità: un’espressione che oggi appare sopita, nascosta dalle sovrastrutture di una religione che spesso si fa solo cerimonia, apparenza, ego, soprattutto tra i suoi stessi rappresentanti.
Eppure, come dice lo stesso Leopoldo, «la prima persona a vedere Cristo è un capraro della Palestina che non sa chi ha davanti»:il pastore deve liberare una grotta dalle capre per permettere a una donna incinta di partorire, non sa di assistere a un evento divino, ma compie semplicemente un gesto di umanità.
Ecco, Dio ride è un bel film perché, al di là della proprie convinzioni, ricorda allo spettatore la necessità di recuperare la bontà e la vera misericordia, anche non prendendosi così sul serio.



