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Se fosse proprio andata così?

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L’editoriale di Clarus n.4-2011

di Gianfrancesco D’Andrea
Quindi ricapitoliamo: nei giorni scorsi abbiamo condannato un uomo che si era reso colpevole di un’eresia, quella di autoproclamarsi figlio di Dio. La vigliaccheria della giustizia e della politica, però, lo ha affidato all’affrettato giudizio del popolo, all’impulsività della piazza, che, abituata a pronunciarsi estemporaneamente e sull’onda emotiva di un attimo, ha chiesto la liberazione di un criminale e la condanna a morte di Gesù, detto il Nazareno. L’uomo è stato trucidato barbaramente, assieme a due malfattori, ma ancora le polemiche non sono sopite: innocentisti e colpevolisti, prima ancora che quella condanna a morte fosse eseguita, hanno dato il peggio di sé per il semplice gusto della contrapposizione mediatica, senza pronunciare una parola di verità sull’esperienza umana di Gesù, accanendosi, invece, soltanto sulla difesa dello status quo, sulla lotta di fazione, sulla parzialità delle reciproche posizioni. L’immagine di un uomo, per l’ennesima volta, è stata annullata dal giudizio immediato della folla senza che un giudice abbia pronunciato una sentenza definitiva e inappellabile su di una vicenda destinata a rimanere nella storia. Gesù come Gheddafi, come Saddam Hussein, come Ceausescu, come Osama bin Laden? Per le modalità con cui è avvenuto il massacro, sì. Con la differenza che, stavolta, potremmo aver ucciso un giusto. Uno che aveva speso parole mai dette sull’umanità e sul suo percorso futuro. Non vogliamo erigerci a difensori d’ufficio di Gesù detto il Nazareno, ma resta un fatto: l’uomo nato a Betlemme trentatré anni fa, lascia, che lo si voglia o no, un messaggio chiaro, una traccia indelebile: siate l’uno il servo dell’altro, rivendicate la vostra libertà di pensiero, amate il prossimo come se amaste voi stessi, siate gli ultimi perché è così che sarete i primi. Un chiaro monito al potere, che di arroganza e di prepotenza, di sopraffazione dei più deboli e di mortificazione dell’umano pensiero è, spesso, geloso detentore. Alcune donne, giorni fa, recandosi alla tomba del Nazareno, hanno raccontato la loro esperienza, a primo acchito inverosimile: esse si sarebbero addirittura trovate di fronte al compimento di un miracolo annunciato, quello della resurrezione. Il Nazareno, stando alla versione raccontata dalle donne in città, sarebbe effettivamente risorto, come era stato preannunciato, e ad oggi, in effetti, nessuno è ancora in grado di spiegare come quel pesante macigno possa essere stato rimosso, nell’arco di una sola notte, tra il sabato e la domenica, senza che alcuno abbia notato uno straordinario viavai di uomini. Non ne verremo a capo facilmente: impossibile, d’altronde, credere che decine e decine di uomini abbiano rimosso una pietra pesante centinaia di tonnellate, col rischio di essere arrestate. Del resto, dopo la morte di Gesù, temendo per la propria sorte, persino coloro che lo seguivano giorno e notte hanno fatto perdere le proprie tracce. Quella tomba vuota apre, adesso, uno scenario inquietante alla nostra ragione assoluta: impossibile è spiegare come quel corpo sia stato portato via da quel sepolcro, eppure, stavolta,  si ha la tangibile sensazione che la realtà abbia superato la più fervida fantasia. Il corpo di Gesù è stato trafugato? E chi avrebbe osato esporsi ad un rischio del genere? Trafugare le spoglie mortali di un uomo contro il quale il potere e la folla si sono scagliati con l’impulsività più bieca? Lo abbiamo prima crocifisso mediaticamente, instillando nell’opinione pubblica l’ombra del sospetto, poi lo abbiamo flagellato affibbiandogli etichette denigratorie, appartenenze pericolose, idee rivoluzionarie, pur in presenza di una sua fondamentale dichiarazione di fondo: date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio. E se fosse davvero andata così? Se questo nostro ostinato razionalismo, stavolta, avesse maledettamente torto? Siamo così distratti da tutto ciò che “è di Cesare” da non accorgerci che il tempo, e la storia, ci sfuggono di minuto in minuto. E siamo talmente assuefatti alla presenza dei mercanti nel tempio, a quella dei centurioni, dei demagoghi, dei truffaldini prestigiatori della parola, da non accorgerci più di quanto sia importante restare, anche solo per qualche secondo, a contemplare e a riflettere sul mistero avvenuto in quel sepolcro, nella notte tra il sette e l’otto aprile. Abbiamo già archiviato il mistero di quel passaggio, rimosso quel lutto, cancellato quella croce. Potremo sbagliare, eppure, questa volta, siamo convinti che quella croce orienterà, in un prossimo futuro, il nostro cammino. Al di là dei giochi di parte, al di là della ideologia politica, al di là di ogni ragionevole dubbio.

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