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    Home»ArteSanta»“La Mia mano è tesa …sempre!”
    ArteSanta

    “La Mia mano è tesa …sempre!”

    Redazione27 Ottobre 2013Nessun commento

    “Cristo con i quattro grandi penitenti”, quadro di Pieter Paul Rubens, ben esemplifica il passo del Vangelo di oggi

     

    rubensdi Francesca Costantino – La seguente è di gran lunga l’affermazione più significativa di Gesù, eppure la meno comprensibile dal punto di vista propriamente umano:  “Perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.
    Sembra quasi un ossimoro. Se infatti cerchiamo di riflettere sul senso delle parole, la contraddizione è palese. Ci affanniamo , nella nostra falsa umanità, a raggiungere livelli altissimi di esaltazione personale in cui  potere, vanagloria, orgoglio ci spingono a sentirci autosufficienti, anzi “esemplari sostituti” della Divinità. Ciò che con assoluta semplicità, invece, ci viene richiesto, è solo di essere uomini autentici, il che equivale a dire “consapevoli” delle reali fragilità, delle debolezze, della condizione di “dipendenza” dal prossimo (ossia da Dio), così complicata da accettare.
    Nel leggere la Parola di oggi, ha preso forma nella mia mente un’immagine: la poco conosciuta tavola di Pieter Paul Rubens,  dal titolo “Cristo con i quattro grandi penitenti”, conservata all’Alte Pinakothek  di Monaco  e risalente  al 1617. Il soggetto è originalissimo e poco comune in pittura. Dinnanzi alla figura del Risorto, compaiono alcuni singolari peccatori: la Maddalena, il ladrone, il re Davide e San Pietro. Figure ben note della tradizione cristiana che, oltre ad incarnare una mancanza, un peccato, una caduta, evidenziano la loro rinascita attraverso il pentimento, l’umiltà e il riconoscimento del dono gratuito della vera umanità, quella di Cristo. rubens2Quest’ultima “offerta”  è espressa  in maniera efficace dal gesto di Gesù, che teneramente sembra dire: “La mia mano è tesa….sempre!  È aperta per te che rinunci agli inganni del lusso e ti prostri ai miei piedi, con l’umiltà di serva; per te, che la sete di possesso e l’avidità ha condotto alla croce, lo stesso legno che adesso abbracci, come a voler riconoscere ed affrontare le tue colpe; per te, che macchiato d’adulterio e di altri crimini, ora tieni lo sguardo fisso su di me, così da preservare l’amore dei comandamenti; per te, che neghi di conoscermi, eppure ora preghi, a mani giunte, nel mio nome”.
    È un dialogo che immagino rivolto non solo ai protagonisti del dipinto, ma ai diversi “io” della nostra coscienza, a quegli atteggiamenti che inducono a ritenerci uomini  peccatori, ma poco orientati verso l’esempio di Cristo, umano e umile di cuore: parole, quest’ultime, che hanno la stessa radice.

    arte

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