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Rifiuti in Campania. La versione di Fer.ol.met, una delle ditte accusate di aver sversato in regione

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Mai un solo chilogrammo sversato a Pianura“. Sono le prime parole di Gherardo Galletti, titolare di Fer.ol.met Spa con sede a San Giuliano Milanese, una delle aziende del Nord accusate di aver trasferito illegalmente rifiuti tossici in Campania

La Redazione – Ormai da un paio di mesi sul web si rincorrono i nomi delle ditte dell’Italia settentrionale messe all’indice per aver inviato in Campania i peggiori scarti tossici della produzione industriale del Paese. Sono i nomi che lo scrittore Roberto Saviano chiamava in causa già alcuni anni fa, su cui la stampa nazionale ha abbondantemente riversato fiumi di inchiostro, alla ricerca del colpevole.
Abbiamo raggiunto al telefono la Fer.ol.met che si occupa di operazioni di recupero, ricondizionamento e deposito preliminare di diverse tipologie di rifiuti derivanti da attività artigianali e industriali, con speciale attenzione al recupero degli stessi. L’Azienda ci ha prontamente informati della polemica mediatica con cui l’Azienda fa i conti ormai da alcuni anni: “La nostra funzionale esperienza trentennale – precisa Galletti – è la risposta alle polemiche degli ultimi tempi: mai avuto a che fare con la vicenda campana, che tra l’altro è di una portata enorme, così come spiega chiaramente il rapporto Legambiente: un danno che va ben oltre le misure e i quantitativi imputabili agli sversamenti attribuiti alle nostre aziende”.
serbatoiE’ tanto tempo ormai che la Ditta avanza tra smentite, comunicati, presentando puntualmente la documentazione necessaria a scagionarla da ogni accusa: “Ciò che ci sorprende, come uomini e cittadini di questa Italia, è che pur conoscendo da anni i gravi danni che la Campania ha subìto, solo da qualche mese l’opinione pubblica si è giustamente accesa intorno al problema. Perché averlo taciuto per  così lungo tempo?”.
E’ la domanda che si pone una Nazione intera. Ma anche la domanda che si impone all’opinione pubblica campana che ha sempre saputo, visto e udito l’illecito dilagare nelle proprie terre: movimenti notturni di mezzi pesanti, cave aperte, utilizzate e prontamente chiuse; operai che hanno taciuto e continuano a tacere il lavoro nero di poche giornate su un camion o un’escavatrice utile a compiere l’orribile delitto.
“I conferimenti che ci vengono contestati, apparsi ormai tempo fa sul Mattino di Napoli – ci spiega ancora Galletti – vanno dal 1988 al 1992, periodo in cui Fer.ol.met non esisteva in San Giuliano Milanese e non esisteva nemmeno l’immobile in cui invece lavoriamo oggi”. 
A questo punto è doveroso ricostruire la vicenda e la precisa collocazione dell’Azienda in quegli anni.
La Fer.ol.met, dal 1980 al 1997 ha operato in via Corelli a Milano. Solo nel 1995 la Fer.ol.met acquista il terreno in San Giuliano (dove attualmente lavora) e partire con l’attività nel 1997.
Fin qui sembrerebbe tutto normale, ma la domanda è: come è finito il nome di Fer.ol.met sui giornali di tutta Italia? “Fer.ol.met Srl, in quegli anni aveva un immobile di proprietà in San Giuliano Milanese, per l’esattezza in via Lombradia, e non Via della Pace dove ci siamo trasferiti nel 1997. L’immobile di via Lombardia fu dato in affitto proprio nel 1988 ad una società che non avendo autorizzazione a smaltire rifiuti prese in affitto il ramo d’azienda e l’autorizzazione a smaltire per i suoi primi 4 mesi di attività a nome della Fer.ol.met “. 
Si trattava della Assodocks Srl, la ditta che per alcuni anni ha continuato, in un capannone di proprietà della Fer.ol.met, per proprio conto a smaltire rifiuti tossici, dichiarando poi fallimento, costituendosi con un nuovo nome, e continuando a lavorare nel settore. Ad avallare l’estraneità tra le attività delle due aziende vi è inoltre un documento pubblicato per conto dell’avvocato della Fer.ol.met, Mario Natale, in cui il legale fa riferimento allo sfratto per morosità che Fer.ol.met ha intimato alla Assodocks.
Galletti attribuisce le accuse fatte alla sua azienda ad una “ricerca affrettata e superficiale” dei colpevoli, in quanto i registri di carico e scarico (di quei famosi primi 4 mesi di attività) o altro materiale ad uso della Azienda affittuaria quasi sicuramente portavano il nome della Fer.ol.met.
La cronaca dei fatti, che Galletti è disposto a provare – così come tenta di fare da anni – aiuta a guardare con più lucidità al problema, ma inevitabilmente pone domande ancora più inquietanti e imbarazzanti se ci si ferma a pensare che molte altre aziende del Nord, inviando i loro rifiuti in Campania hanno ottenuto regolari certificazioni relative all’avvenuto smaltimento dei rifiuti tossici qui inviati.
Accordi di entrambe le parti? Aziende “prese in giro” da certificazioni false? Chi ha preso in giro chi? E per quanto tempo?
Gherardo Galletti, ci invita a tener presente l’intero funzionamento del mercato che regola lo smaltimento dei rifiuti nocivi. Questi infatti – a seconda della tipologia – vanno distrutti o rigenerati: un processo che  chiede di verificare quali siano le aziende legalmente preposte a questo servizio e di conseguenza a verificare il costo più conveniente per il lavoro. Se la pratica dello smaltimento comporta come conseguenza immediata la certificazione della regolarità delle operazioni, allora c’è da chiedersi perché (eventualmente) il proprietario di un tale impianto per anni sia stato al gioco di quelle organizzazione criminali che hanno gestito – con il suo felice consenso – il “prezioso” traffico.

Sul prossimo numero di Clarus mensile ritroveremo Gherado Galletti, e con il suo, nuovi interventi.

 

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