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    Home»Voci d'inverno»Tra distanziamento ed autolesionismo. La storia di Francesca, morta e poi rinata…
    Voci d'inverno

    Tra distanziamento ed autolesionismo. La storia di Francesca, morta e poi rinata…

    Redazione12 Febbraio 2021Nessun commento

    Dimmi tra lacrime esitanti,
    tra sorrisi titubanti,
    tra dolore e dolce vergogna,
    il segreto del tuo cuore! 

    Tagore

    di Rosaria De Angelis

    I solchi rossi
    Francesca (nome di fantasia), incede a passo lento, subito dopo la madre e il padre.
    La sua postura è ricurva su se stessa. Strofina continuamente le dita…una mano contro l’altra; un pollice che graffia l’altro… Della madre avverto anch’io una oppressione in crescendo durante il colloquio…e non la faccio smettere. Ho sentito il bisogno di capire “fin quando” è possibile resisterle.
    Riferita a Francesca parla di attacchi di panico, di ansia, di depressione, di confusione: è tutto così confuso e fluido. La presenza del padre non è palpabile. Se non fosse che lo avevo nel mio raggio visivo, non avrei percepito la sua presenza. Vacuità. Inconsistenza. Trasparenza. Questi gli unici aggettivi che mi vengono in mente pensando a lui.

    Francesca è figlia unica: è l’unica unicità che ha sperimentato finora nella sua vita. Francesca è poco più  che maggiorenne, frequenta il primo anno di università e non ha autonomia né gestionale né decisionale.

    Il compito affidatomi dalla famiglia è stato: “far di pezzi, uno!”  Francesca sembrava essere la carceriera di se stessa. Enigmatica. Claustrofobica. Evitante. Da qualche malore manifestato è passata, nel tempo, ad essere seguita da uno psichiatra “privatamente”. Quel privato, però, che sa di nascondimento. Di vergogna. Di silenzi. Lo sconforto che ha devastato Francesca è stato un crescendo che l’ha portata a tagliarsi, a ferirsi, a farsi del male. Ha raccontato il suo inferno e la voglia di uscirne.

    “Su cosa posso contare per una tua aderenza al trattamento psicoterapeutico?”
    “Ho fatto una scommessa con  me stessa: non voglio più vivere nell’inferno. Voglio scommettere su questo per ripartire”.

    RI-partire. Re-inventarsi. Sperimentarsi nuovamente. È anche questo il percorso della psicoterapia. L’obiettivo postomi con Francesca non è stata quello di giungere ad un cambiamento del suo pensiero. Ho puntato al cambiamento comportamentale; sganciarla da quegli automatismi lesivi che l’hanno tenuta intrappolata in un mondo in bianco e nero e con fiamme rosse. Ho scelto di condividere la storia di Francesca perché è una storia comune: l’autolesionismo è molto più diffuso di quanto si possa immaginare. E molte famiglie ignorano. Ignorano quando vedono i tagli sulle braccia dei figli. Ignorano quando sanno di non saper intervenire. Quell’ignorare che assume la pesantezza di lunghi silenzi. Sono dolori a intermittenza. Per tutti. E per ciascuno. Con Francesca siamo andate sempre più a fondo nei ricordi della sua vita…un capitombolo continuo, ma tenendola per mano.

    Il codice a barre
    Quali sono state le relazioni che Francesca ha instaurato nel corso del suo sviluppo?
    “I bambini vengono educati da quello che gli adulti sono e non dai loro discorsi” (Jung). Qual è stata e come è stata quell’impronta, quel marchio a fuoco sulla sua anima e nei suoi pensieri?! È proprio da quel marchio che tiriamo fuori pian piano la sua storia di vita. Sono quei codici a barre che hanno determinato i suoi sogni, i suoi obiettivi, i suoi desideri. Tutto ciò che è, che è stata e che vuole essere. La trascuratezza delle sue figure accudenti, ha verosimilmente inciso, insieme ad altre condizioni coesistenti, generando una situazione di natura traumatica che ha reso Francesca vulnerabile anche rispetto a certe dinamiche emotive.
    Francesca ad un certo punto del suo percorso è arrivata ad uno stop.
    Sua madre quell’intuito l’ha avuto: la frammentarietà. La sua richiesta: Far di pezzi, uno!
    Ma includerla nel processo di ricostruzione di “pezzi” è stato complicato tanto quanto portarla alla consapevolezza che anche lei è stato il pezzo mancante di quella famiglia.

    Spesso mi ritrovo di fronte famiglie, spesso ancora mamme, che mi “portano” i propri figli, quasi come fossero dei pacchi. Dei giochi da sistemare. Degli oggetti rotti o lesionati. “Questo figlio ha un  problema”. Il figlio. Di contro, spesso individuo anch’io “il  problema” di quel figlio: quel problema sono quei genitori. O meglio, l’incapacità di quei genitori di “incidere” positivamente nella vita dei propri figli.

    Torniamo a Francesca. Questo bellissimo “pezzo” da riparare. Con lei abbiamo lavorato sulle sue emozioni che erano disfunzionali. Ha dovuto imparare nel tempo a riconoscere i suoi stati emotivi. A dare loro un nome.
    Monitorare quello che si prova ci dà la possibilità di utilizzare emozioni che siano funzionali ad una crescita personale, al benessere, a tutto. E Francesca ha lavorato davvero tanto per tutto questo. Stavolta è lei a dare il passo alla sua famiglia. Anche quando entrano nello studio di terapia. Ho visto cambiare disposizione dei posti durante le terapie, nel tempo… mutare il sentire e trasportarlo nel mondo. Il timbro di voce poi!
    Mi capita, talvolta, di chiudere un attimo gli occhi. Ascoltare senza guardare. Amplifica il senso dell’udito e della ricezione del suono. Che bel timbro ha Francesca. Ha cambiato passo. È passata dall’imprimere segni sul suo corpo, nel tentativo esasperato di far uscire da essi la sua storia, dall’esasperato bisogno di provare a sentire emozioni, a liberare, finalmente, se stessa. “Liberava endorfine”, ma nel modo sbagliato.
    Ha lasciato cadere e morire ciò di cui doveva liberarsi, per prepararsi e preparare anche il suo corpo ad una rinascita.
    Si è allenata alla mancanza, per sperimentare la nascita.
    Per rinascere bisogna prima lasciar morire qualcosa.
    Ha imparato a dialogare senza usare il suo corpo per attirare l’attenzione e per procurare nell’altro una risposta magari accuditiva, magari persuasiva, o ancora aggressiva.
    Ad oggi Francesca vive sola per motivi di lavoro, ma torna ogni due settimane a casa. Ancora non è pronta, dice, per cercare un amore… Per trovare un amore bisogna fargli spazio nel proprio spazio intimo. Collocarlo. Dargli stabilità. Donargli un luogo.

    Attraverso sedute di psicoterapia si giungerà anche a questo. Si inizia, pian piano, a lavorare sulle relazioni. I suoi genitori seguono un percorso di terapia familiare insieme con lei. Con loro abbiamo lavorato innanzitutto sul concetto di delega…mi avevano portato il “pacco”.

    autolesionismo centro diocesano per la famiglia psicoterapia voci d'inverno

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