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Diocesi. Mons. Giacomo Cirulli, “il mio Covid e la fiducia nel Signore”

Condividiamo l'esperienza del Covid vissuta da mons. Giacomo Cirulli, vescovo della diocesi di Alife-Caiazzo, una testimonianza di fede e umiltà

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Giovanna CorsaleL’esperienza della pandemia ha stravolto le nostre vite, modificando il nostro modo di pensare e le nostre abitudini, ma ci ha anche avvicinato nella fragilità. Oggi condividiamo l’esperienza del Covid vissuta da mons. Giacomo Cirulli, vescovo della diocesi di Alife-Caiazzo, anche lui tra gli oltre 2 milioni di italiani che hanno contratto il Virus. Smarrimento e confusione hanno accompagnato il Pastore nelle varie fasi della malattia, piombata nella sua vita inaspettatamente, come per tantissime altre persone, ma che nemmeno per un attimo ha scalfito la sua certezza di non essere solo. E non si tratta della certezza scientifica propria del medico, ma della granitica verità che solo dalla fede e dal totale affidamento al Signore può scaturire. “Un’esperienza che ha arricchito il mio modo di vivere la fede“, in cui è riuscito a trovare ristoro nella preghiera soprattutto nei momenti di maggiore solitudine. E noi accogliamo la testimonianza del Pastore, che ci permette di entrare in contatto con la sua spiritualità, ma soprattutto con il suo lato ‘più umano’.

Pubblichiamo l’intervista integrale a mons. Giacomo Cirulli vescovo di Teano-Calvi, a cura di don Alessio Leggiero

Eccellenza, innanzitutto, ringraziamo il Signore per la sua guarigione. In questo periodo di smarrimento e di confusione abbiamo bisogno di testimonianze e di testimonianza credente. Come ha vissuto la sua malattia?
Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché Tu sei con me (Sal 22,4). Il salmo 22, “Il Signore è il mio Pastore”, mi ha accompagnato costantemente nel cammino della vita, proprio perché in esso si esprime una fiducia incondizionata come quella dell’orante, come quella del popolo fedele d’Israele, come quella della Chiesa intera e di sempre. Fiducia incondizionata nella presenza costante del Signore, unica guida veramente affidabile sui sentieri, alcune volte veramente pericolosi, dell’esistenza umana. Sentieri che in alcuni momenti sono così impervi e oscuri da avvicinarti al buio della morte: “anche se vado per la valle più oscura”. Ecco, io ho percorso questo sentiero, in questo caso quello del covid19, ed ho sperimentato sulla mia pelle la completa verità di ciò che per tante volte ho spiegato e predicato, anche il giorno della mia ordinazione episcopale: sì, carissimi fratelli e sorelle, il Signore veramente è con me e mi ha portato al di là della valle della più grande oscurità. Grazie al Signore sono guarito! Faccio ancora i conti, a tre mesi dall’infezione, con qualche piccolo strascico nel fisico. Ho vissuto la crisi mondiale del covid19 con la consapevolezza scientifica del medico e ho compreso fin da subito la sua pericolosità. Ho seguito con scrupolo le regole profilattiche, però, lo confesso, non immaginavo di ammalarmi. Era quasi come se, a livello inconscio, mi ripetessi: «non capiterà a me, non incrocerò faccia a faccia “il mostro invisibile”».

Una forma di negazionismo?
No, non l’ho mai teorizzato, sarebbe assurdo, anzi doppiamente assurdo per un laureato in medicina. Se tu, a settembre o a ottobre, mi avessi chiesto: «ha paura di ammalarsi?» Forse, avrei risposto di no. Eppure, quando ho cominciato ad avere i primi sintomi ho fatto di tutto per negare a me stesso che ci potesse essere la pur minima possibilità che “il mostro” mi stesse affrontando. Questa sensazione è durata almeno due o tre giorni. Avevo piccoli bruciori alla gola e, francamente, credevo fosse il solito fastidio autunnale che affligge chi parla spesso in pubblico. Mi stavo dicendo delle bugie, pur sapendo che la verità potesse essere un’altra. Credo che il negazionismo ideologico faccia leva su questa paura endemica di ammalarsi e rischiare di morire. Forse anche tu avresti potuto reagire in questo modo, non trovi? Il negazionismo, a suo modo, è un virus, anzi è il covid19 travestito da ideologia, le cui conseguenze sono incontrollabili, lo abbiamo potuto constatare recentemente a Washington.

Quando, invece, ha percepito con chiarezza di essersi realmente ammalato?
Durante una notte ho avvertito, per circa cinque minuti, dolori fortissimi agli arti inferiori. Mi sono svegliato dal “sonno” e ho capito che ero stato contagiato. In quel momento il medico che è in me mi ha imposto di non temporeggiare più. Ho cercato di accelerare i tempi del tampone, che avevo già prenotato privatamente e, nello stesso giorno, ho ricevuto l’esito: «Eccellenza – così mi hanno detto al telefono – lei è fortemente positivo!» Era cominciato il confronto corpo a corpo con il virus. Faccio fatica ad esprimere con le parole le mie sensazioni. Dopo un primo momento di smarrimento, pur avendo chiara la serietà dell’infezione, ho provato un certo ottimismo. Sono entrato nella fase più pericolosa della malattia con fiducia, confortato dall’aiuto dei mei tre fratelli medici che mi seguivano a distanza, del dottor Mario Cataldo mio medico personale a Teano, di Tonino Caliendo, mio factotum, e di Antonio Boragine l’infermiere che mi ha somministrato per tutto il periodo della mia permanenza in episcopio le terapie ordinate. Solo questi ultimi due, utilizzando le protezioni necessarie, hanno provveduto a tutti i miei bisogni. Sono state le uniche due persone che ho incontrato in nove giorni.

Ha avuto paura?
Durante l’isolamento, fino due giorni prima del ricovero al Gemelli, no. Ho aspettato, con una certa tranquillità, che passassero i giorni necessari a negativizzarmi. Mi sono confrontato quotidianamente con i mei medici, perché non potevamo vederci di persona. Eravamo, infatti, in zona rossa. Pesava un po’ la quarantena, ma ero convito che tutto passasse presto. Ho fatto una lastra toracica – è venuto un radiologo da Napoli – e sembrava che non ci fosse nulla di preoccupante. All’ottavo giorno, visto che non avevo grossi sintomi, ero convinto di essere in via di guarigione: non avevo febbre, non avevo anosmia e disgeusia, avevo solamente una tosse episodica e lievi disturbi gastrointestinali. I miei fratelli hanno insistito perché ripetessi la lastra, forzando il mio parere contrario. Ho, allora, ripetuto la lastra con la speranza che l’esito fosse positivo, purtroppo il referto parlava chiaro: avevo un inizio di polmonite interstiziale. Il quadro clinico stava peggiorando velocemente. Durante la notte la tosse era aumentata, era comparsa la febbre e avvertivo molta spossatezza. Il mattino, seguente, mi è stata palesata la necessità del ricovero immediato. In quel momento ho avuto un po’ paura e non di mi vergogno di confessare di aver anche pianto. Davvero avevo sempre sperato che il ricovero non diventasse necessario. D’altronde nella mia vita non ho mai avuto bisogno di ricoveri in ospedale. Nell’ambulanza che mi trasportava a Roma il quadro clinico è velocemente precipitato. “Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento ala mia preghiera. Sull’orlo dell’abisso io ti invoco, mentre sento che il cuore mi manca: guidami Tu sulla rupe per me troppo alta (Sal 61, 2-3). Nella solitudine e nella sofferenza del viaggio, solo il Signore mi ha sostenuto e mi ha dato coraggio.

Quindi è stato ospedalizzato. Come mai a Roma?
Durante la quarantena in episcopio ricevetti una telefonata da una mia ex parrocchiana, la dottoressa Rossella Cianci, medico al Gemelli. Era stata una ragazza del gruppo giovani della prima parrocchia affidatami come parroco in Cerignola. Ragazza molto intelligente, precisa, a volte puntigliosa, seriamente studiosa. Mi disse: «Don Giacomo, Nicola (uno dei giovani di quel gruppo) mi ha detto che sei malato di covid19, tu in passato mi sei stato molto vicino, ora potrei esserti io vicina. Se hai bisogno sono al Gemelli nel reparto covid19». La ringraziai rispondendole che ero paucisintomatico e che speravo di guarire in fretta. Rossella conosce anche i miei fratelli e anche a loro ha comunicato la disponibilità a ricoverarmi qualora la situazione fosse precipitata. Non ho approfittato, perciò, di corsie preferenziali istituzionali – ammesso che ce ne siano –, sono stato aiutato, provvidenzialmente, da una mia ex parrocchiana. È stato un regalo del Signore! Faccio notare, a proposito, che il Policlinico Gemelli è università cattolica, i cui primi soci collaboratori – anche dal punto di vista economico – sono la Santa Sede, i Vescovi e le Diocesi d’Italia. Detto questo, devo anche precisare che nel reparto in cui sono stato ricoverato, come in tutti gli altri reparti, ci sono pazienti di ogni ceto e di ogni età, essendo l’ospedale convenzionato con la sanità pubblica. Ciò significa che ogni paziente covid19, trasportato al Gemelli, viene subito ricoverato. L’unica condizione, come in tutti questi reparti in Italia, è che ci siano posti letto a disposizione. Sono stato ricoverato al primo piano del Complesso Columbus, mentre il quadro clinico continuava a peggiorare. Il giorno seguente mi hanno sottoposto alla TAC e immediatamente mi hanno dato l’ossigeno, aumentando il flusso progressivamente. Nel giro di due giorni è cominciato il momento più critico. Ero in ipossiemia, cioè era ridotta la quantità di ossigeno disponibile nel sangue. Mi hanno messo su un fianco e hanno portato l’ossigeno al massimo. Sono stato per cento ore in quella situazione di altissimo rischio. “… La mia vita è sull’orlo dello Sheol. Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa, sono come un uomo ormai senza forza. Ma io, Signore, a te grido aiuto … perché mi nascondi il tuo volto … O Dio vieni a salvarmi, Signore vieni presto in mio aiuto” (dai Salmi 88 e 70).

Molti sacerdoti e vescovi ospedalizzati per COVID19 hanno parlato di abbandono fiducioso, di percezione della prossimità di Dio. Anche per lei è stato così?
Certamente sì! Non ricordo come siano passate quelle cento ore; percepivo che la situazione era molto grave, ma ero consapevole che il Signore era lì, sicuramente al mio fianco. “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”(Rm 8, 35. 38-39). Vorrei, tuttavia, spendere qualche parola di più sulla bellissima esperienza del legame spirituale vissuto con tutti quelli che hanno pregato per me. Tantissime persone che il Signore mi ha donato di incontrare durante l’arco della mia vita hanno realmente pregato per me. Di questo ho avuto precisa contezza quando sono migliorato, ma nella fase più acuta della malattia l’ho avvertito con forza e quelle preghiere mi hanno tenuto legato al Signore. Non ho potuto celebrare messa e non ho potuto pregare la Liturgia delle Ore, ma ho pregato tramite le preghiere di chi lo ha fatto al mio posto. In verità, penso di aver stretto la corona del Rosario per tutto il tempo e ho sentito forte la presenza di Maria: “O Rosario benedetto di Maria, Catena dolce che ci rannodi a Dio, vincolo di amore che ci unisci agli Angeli, torre di salvezza negli assalti dell’inferno, porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più” (dalla Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei). Ero in una condizione di orazione continua, che mi faceva sentire protetto, nonostante il corpo fosse gravato ed era in bilico come quella pallina da tennis che, nel film Match Point di Woody Allen, colpisce il nastro della rete e rimane sospesa in aria: può andare di là o può venire di qua. Ho sempre creduto nella potenza della preghiera, ma questa esperienza limite ha rafforzato la convinzione del reale legame tra Terra e Cielo. È stata una esperienza di salvezza mediata dalla cooperazione dei credenti attraverso la preghiera di supplica e di intercessione e dalla preghiera di Maria, del mio patrono S. Giuseppe Moscati e di tutti coloro che intercedono per noi alla presenza di Dio.

Ha pensato di poter morire?
Sì ho pensato di poter morire, ma non è stata una percezione drammatica. La mia razionalità era come sospesa, ma ero con tutto me stesso in una condizione di grande affidamento. Sono stato veramente di fronte alla morte, di questo mi ha dato conferma qualche giorno fa la dottoressa Rossella. Lei mi ha raccontato cosa ho vissuto clinicamente durante quelle cento ore e per la prima volta qualcuno ha usato la parola morte. I medici non sapevano più cosa fare, l’ossigeno era al massimo, non si poteva andare oltre. Rossella mi ha detto: «siamo stati vicinissimi alla morte, faccia a faccia, le abbiamo stretto la mano e siamo andati via».

“Solo in Dio riposa l’anima mia: da lui la mia salvezza. Lui solo è mia roccia e mia salvezza, mia difesa: mai potrò vacillare… Solo in Dio riposa l’anima mia, da lui la mia speranza … in Dio è la mia salvezza … il mio riparo sicuro, il mio rifugio è in Dio” (dal Salmo 62).

Il suo modo di vivere la fede è cambiato?
La fede non è statica, cresce e, purtroppo, può anche diminuire. Oggi ho maggiore consapevolezza della fragilità della vita umana – “L’uomo: come l’erba sono i suoi giorni!
Come un fiore di campo, così egli fiorisce
” (Sal 103, 15) – e dell’importanza salvifica della relazione con il Signore Crocifisso e Risorto. La speranza nella risurrezione dei morti e nella vita che non muore mai è il desiderio che ciascun credente porta nel cuore e, quotidianamente, aiuta a superare le prove, le sofferenze della vita e a vincere la paura dell’ostacolo più grande: la morte.

Mi pare abbia sottolineato il valore esistenziale della Comunione dei Santi.
Forse quest’ultima è una realtà trascurata nella nostra vita di credenti. “Si tratta di una verità tra le più consolanti della nostra fede – disse Papa Francesco durante udienza generale del 30 ottobre 2013 – poiché ci ricorda che non siamo soli, ma esiste una comunione di vita tra tutti coloro che appartengono a Cristo. Una comunione che nasce dalla fede”.  Espressione di questa esperienza di comunione è la preghiera di intercessione. Il Catechismo scrive che tale preghiera è “prerogativa di un cuore in sintonia con la misericordia di Dio” (n. 2635). Molte volte diciamo con leggerezza “prego per te”, quasi dimenticando la forza spirituale dell’intercessione, capace di sorreggere il mondo e di preservare la fratellanza umana. “Se la preghiera – ha sottolineato Papa Francesco nell’udienza generale dello scorso 16 dicembre – non raccoglie le gioie e i dolori, le speranze e le angosce dell’umanità, diventa un’attività ‘decorativa’, un atteggiamento superficiale, da teatro, un atteggiamento intimistico”. In passato, ho pregato per gli altri con fede, non ho mai messo in dubbio l’importanza dell’intercessione, ma oggi desidero testimoniare con più forza perché ho vissuto l’esperienza di una debolezza estrema, di un corpo indifeso in balia di un virus e la prossimità del Signore e delle vostre preghiere a difendermi e salvarmi. Questo essere insieme del Padre e dei figli – voi miei fratelli e sorelle nella fede – è una esperienza che ha arricchito il mio modo di vivere la fede. Quando dirò “prego per te”, lo farò con uno slancio spirituale maggiore perché in prima persona ho sperimentato la potenza della preghiera e ho fatto esperienza della sintonia dei fratelli e delle sorelle con la misericordia di Dio.

Papa Francesco nel Messaggio per la XXIX Giornata Mondiale del Malato ha scritto: “L’esperienza della malattia ci fa sentire la nostra vulnerabilità e, nel contempo, il bisogno innato dell’altro”. Vuole rivolgere anche in questa occasione una parola ai malati della nostra diocesi?
Voglio esprimere la mia sincera e fraterna solidarietà a quanti in questo momento vivono il tempo della malattia e mi rivolgo specialmente a coloro che sperimentano la solitudine o l’incomprensione, a coloro che lottano contro il cancro o altre malattie gravi durante l’attuale pandemia, agli anziani, ai più deboli, a coloro che faticano ad accedere alle cure. Nella sofferenza non sono stato spettatore e ho capito quanto sia importante condividere anche dal punto di vista esistenziale i dolori di chi soffre. Se vogliamo veramente aiutare qualcuno, dobbiamo essere disposti a lasciarci “ferire” e imparare la cura dell’altro nella sua condizione unica e irripetibile. Invito tutti a non ignorare i bisogni delle persone malate, offrendo loro il balsamo della vicinanza. Tutti siamo chiamati a riscoprire creativamente – viste le vigenti restrizioni agli spostamenti – la prossimità cristiana.

Carissimo don Alessio, in conclusione di questa testimonianza, vorrei approfittare di questa occasione per ringraziare gli “angeli” che il Signore mi ha messo vicino per la lotta contro questo perfido “mostro”. Ho già citato, e adesso ringrazio con grande affetto, tutti quelli che mi hanno assistito quando ero in casa mia a Teano. Ringrazio anche don Davide, per tutto il supporto di aiuto dato all’esterno in quei giorni. Adesso voglio ricordare e ringraziare la dott.ssa Rossella Cianci, tutta l’equipe medica e il personale sanitario (infermieri, fisioterapisti, tecnici) del Primo Piano del Columbus, Reparto Covid al Gemelli, che con grande competenza, professionalità e amicizia mi hanno assistito e curato come meglio non si poteva fare. Il Signore li benedica, li protegga e dia sempre loro la stessa forza e coraggio che ho potuto sperimentare io e tutti gli altri malati ricoverati in quel reparto in quei giorni drammatici.

Un grande grazie e tanta riconoscenza a don Telesforo, Cappellano del Gemelli, che con grande coraggio, dopo la fase acuta della malattia, mi ha visitato e, soprattutto, ha portato a me e ai malati che lo richiedevano ogni giorno Gesù Eucaristia, mia grande consolazione e forza in quei momenti così difficili della mia vita. Don Telesforo mi ha dato una grande testimonianza di ministero sacerdotale.

Che cosa renderò al Signore per tutti i benefici che mi ha fatto? Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore. (Sal 115, 12-13)

Fonte labuonanotizia.cloud

1 COMMENTO

  1. Il Signore Ti protegga sempre, bella testimonianza ed è già un miracolo averla raccontata, in virtù della Santa protezione

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