La delicatezza e l’essenza, la storia e la fede sono nelle 8 formelle in bronzo dedicate a San Sisto I e agli alifani sulla porta della Cappella fuori le Mura.
Siamo stati nel luogo, appena fuori dalla cinta muraria romana, lì dove nel 1132 la mula che traportava le reliquie di San Sisto I sostò dopo il viaggio partito da Roma con in groppa i resti di del “gran santo” che il Conte Rainulfo III Drengot aveva ottenuto da dall’antipapa Anacleto II per liberare la città di Alife dalla peste.
La tradizione popolare che ha fatto di quel racconto un monumento di fede, circa trenta anni fa – tra il 1990 e il 1993 – lo traduceva in un monumento artistico affidato al giovane artista alifano Giancarlo Offreda successivamente anche autore del busto raffigurante il Conte Rainulfo custodito nella cripta della Cattedrale e un tondo raffigurante la Vergine collocato al Santuario della Madonna delle Grazie.
Con lui abbiamo rievocato gli anni in cui nacque l’idea di una nuova porta che sostituisse quella ormai vecchia ed irriparabile di legno, e omaggiasse il Santo Patrono della Città e della diocesi di Alife-Caiazzo.
Alla vigilia della festa che si celebra il 10 e l’11 luglio Offreda ha letteralmente riportato alla luce i riquadri in bassorilievo scuriti dal tempo e impresso nuova vita a quei racconti “frutto della fede personale, prima ancora di lavoro puramente artistico”. Con la collaborazione del Comitato festeggiamenti in onore di San Sisto, Offreda per tre giorni è stato faccia a faccia con la sua opera, pulendo e ripulendo, questa volta aiutato dalla figlia Roberta che all’epoca non era ancora nata.
“Non ero interessato alla creazione di un manufatto in linea con il mio stile veloce, stilizzato, ma ciò che mi muoveva era la necessità di offrire alla comunità una storia leggibile, a portata di tutti, in cui gli alifani potessero rispecchiarsi e ritrovare i tratti distintivi della loro città”. E lui ci riesce. È il 1990 quando parte il progetto e i sacerdoti don Pasquale Bisceglia parroco della Cattedrale Santa Maria Assunta e don Enrico Piccioni canonico della Cattedrale e ideatore dell’opera, insieme ad una commissione ad hoc gli assegnano questa solenne responsabilità. Giancarlo Offreda interroga se stesso e la storia: interpella la fede e la devozione personale per il santo patrono; si mette alla ricerca dei fatti storici raccolti attraverso numerose iconografie e pagine storiche su abiti, armi, costruzioni, fortificazioni, viaggia in Sicilia alla ricerca di dettagli sulla storia normanna che lo possano collegare ancor di più akka famiglia normanna Querell Drengot di Rainulfo.
Ed ecco che le otto forme di bronzo spaziano tra la Roma del 1132 e gli scenari della città di Alife al tempo del normanno Rainulfo; per poi lasciare posto ad uno spaccato settecentesco quando le reliquie di San Sisto furono rinvenute dall’allora vescovo Porfirio nel 1716 e sottoposta ad una ricognizione medico-scientifica.
“Un gran coinvolgimento di persone, un bel clima di attesa, tanto interesse intorno all’opera”, ricorda Giancarlo Offreda ammirando il suo capolavoro.
Nel 1990 la proposta, e poi celermente le bozze del lavoro; seguirono i contatti con la Pontificia Fonderia Marinelli di Agnone, “ricordo in fonderia anche la fatica di comprenderci e trovare un’intesa sulle tecniche; lo specifico della loro fabbrica specifico era la fusione delle campane su un modellato diverso da quello che man mano predisponevo. Ma la volontà di portare a termine il lavoro, complice la vivacità che si addice alla giovane età, face sì di arrivare al traguardo sperato”. spiega l’artista Offreda.
Lavora la creta per circa 6 mesi tra il 1992 e il 1993 alternando anche qualche viaggio in fonderia ad Agnone, sollecitato dalla sua comunità a andare avanti.
Ricorda gli eventi, ma soprattutto le persone che presero parte direttamente o indirettamente al progetto: solo per citarne alcuni, i due sacerdoti Bisceglia e Piccioni, il falegname Ferrazzano “fu lui a convincere tutti che il vecchio portone di legno non avrebbe avuto molto futuro”; il fabbro Lucio Rapa “Andammo insieme a Napoli per acquistare l’ottone che avrebbe costituito il telaio”, poi continua “con lui conducemmo un attento studio per far sì che tutto si incastrasse alla perfezione”. Parole di riconoscenza e di stima nei confronti del Dott. Gaetano Fiorillo, all’epoca presidente della sezione alifana dell’Archeoclub, dei giovani sacerdoti don Emilio Salvatore e don Pasquale Rubino . E poi i tanti alifani anonimi che si unirono alle spese della Parrocchia offrendo poco o molto pur di esserci nella realizzazione di una foto collettiva dedicata alla devozione a San Sisto degli alifani. Menzione speciale al suo maestro Augusto Perez, docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli con cui si confronta in corso d’opera raccontando l’esperienza, mostrando alcuni lavori, accogliendo suggerimenti. Un po’ come a sottolineare che su quel portone ormai finito e lucidato, è passato prima di altri il parere di un illustre esponente dell’arte italiana del XX secolo.
“Lo rifarei ancora”, le parole di Giancarlo Offreda di fronte all’opera; e in un misto tra orgoglio e incredulità si chiede “ma come ho fatto per realizzare certi dettagli?”, chiedendosi la ragione di così impensabili particolari e rivelazioni. Aggiunge con voce quasi rotta, ma con certezza: “come ho già detto, è stata la fede”.
Negli ultimi anni, a dare visibilità all’opera di Offreda sono stati alcuni articoli apparsi su Clarus, ma anche dettagliate pagine nel volume San Sisto I scritto dal concittadino Filiberto Sasso, pubblicato nel 2016.
Come ogni artista che si rispetti, il portone non reca solo la firma di Offreda, apposta su ogni formella, ma anche un autoritratto, di profilo, nel frate francescano della prima formella dove si racconta l’epidemia di peste che colpì Alife nel 1132, prologo dell’intero ciclo narrativo.
Alle spalle della Cappella di San Sisto nel frattempo è tramontato il sole; ma la storia della fede alifana brilla sulla porta che guarda ad Est.