Noemi Riccitelli – Argomentare di un film di Paolo Sorrentino non è mai semplice.
L’ispirazione del regista partenopeo è sempre così ricca e varia che si rischia di essere impreparati, oltre che banali.
Infatti, i soggetti “sorrentiniani” rappresentano un orizzonte artistico che riesce a sorprendere sempre, traendo spunto ora dalla realtà, ora da eccentriche fantasie, ma con un linguaggio e uno stile peculiare che sono diventati proverbiali.
Ben radicata nella contemporaneità è la sua ultima pellicola, La Grazia, film di apertura dell’82esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, in sala dal 15 gennaio.

Mariano De Santis (Toni Servillo) è un presidente della Repubblica in pieno semestre bianco.
Sta infatti per terminare il suo mandato, ma nonostante ciò, deve occuparsi di due questioni piuttosto delicate: la grazia da concedere a due persone e la firma del testo di legge sull’eutanasia.
Mosso da dubbi e incertezze sull’uno e l’altro caso, oltre che roso da un dilemma che lo affligge dal passato, Mariano De Santis viene affiancato dalla figlia e assistente Dorotea (Anna Ferzetti) e due storici amici, Coco Valori (Milvia Marigliano) e Ugo (Massimo Venturiello).
Per la scrittura di questo intreccio, Sorrentino ha dichiarato di aver preso spunto dalla notizia riguardo la concessione di una grazia, da parte del presidente Sergio Mattarella, ad un uomo condannato per aver ucciso la moglie malata di Alzheimer.
Uno spunto che però rimane tale, in quanto la vicenda del film segue un suo sviluppo autonomo, senza riferimenti di sorta.
E, così, La Grazia si presenta come un film che racconta l’umanità inedita che si cela dietro le istituzioni e i simboli di uno Stato, i sentimenti più comunemente mortali che sembrano ingentilire anche il formalismo dell’understatement.
È Toni Servillo, storico “divo” di Sorrentino, al centro di questa vicenda.
Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia, l’attore offre una performance superba, in cui si evidenzia la maturità artistica di un interprete fine e sempre pronto ad incarnare profili originali.
Il Mariano De Santis di Servillo è un uomo tutto d’un pezzo, “cemento armato”, come viene definito da amici e dai più, giurista, cattolico.

Eppure, oltre questa algida apparenza, il presidente porta dentro sé un grande dolore, unito ad un atroce tarlo che mette in discussione persino le sue più fedeli amicizie e le solide convinzioni di una vita.
È qui che si rivela la sua intimità, il suo punto debole, la breccia che scalfisce il suo essere figura sociale e politica, rivelando il vero sé.
Inoltre, il tempo che stringe sulle decisioni da prendere, diventa per De Santis una riflessione che abbraccia tutta la sua vita e il tempo vissuto e ancora da vivere: “di chi sono i nostri giorni?”.

La domanda profonda che Dorotea, una brillante Anna Ferzetti (al suo debutto con Sorrentino), porge al padre: questa sarà per lui l’epifania, lo squarcio del velo di Maya su quello che aveva sempre pensato di sapere e volere, svelando una dimensione di esitazione, dubbio, ma anche una inedita volontà di allontanarsi da tutto ed essere realmente “super partes”.
Se Servillo è il perno indiscusso della pellicola, una menzione più che dovuta va anche all’affascinante e unica Milvia Marigliano, fine interprete di teatro (e per il grande schermo questo fa sempre la differenza), che dà vita ad un personaggio a suo modo indispensabile per la trama del film, e Massimo Venturiello, nel ruolo di Ugo Romani: interpretazione efficace e viva.

Non mancano dei divertiti stimoli “alla Sorrentino”: infatti, salta all’occhio il profilo “sui generis” del pontefice presentato nella pellicola e il cameo di un famoso artista del panorama musicale rap italiano.
La Grazia è un film profondo e acuto, che coinvolge per la bellezza della confezione artistica, delle interpretazioni raffinate e il focus su temi contemporanei di rilievo, trattati con la giusta e appropriata enfasi.
