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    Home»Arte e Cultura»Il brigantaggio prima del brigantaggio. Né eroi, né criminali: la nuova ricerca dello storico Armando Pepe. La tesi del Dottorato diventa libro
    Arte e Cultura

    Il brigantaggio prima del brigantaggio. Né eroi, né criminali: la nuova ricerca dello storico Armando Pepe. La tesi del Dottorato diventa libro

    "Terra di Lavoro in guerra. Stato in armi e brigantaggio politico (1806-1825)" è il titolo del volume: un attento esame delle trasformazioni dello Stato e della società ancora prima dell'Unità d'Italia
    Grazia Biasi28 Settembre 2026Nessun commento

    Il brigantaggio meridionale dell’Ottocento continua a occupare uno spazio rilevante nella storiografia italiana, ma l’attenzione degli studiosi si è concentrata soprattutto sul «grande brigantaggio» successivo all’Unità. Meno sistematicamente indagata è stata invece la stagione precedente, e in particolare quella compresa tra l’occupazione francese del Regno di Napoli e la seconda Restaurazione borbonica. È precisamente in questo spazio cronologico che si colloca il volume di Armando Pepe, dedicato alla Terra di Lavoro tra il 1806 e il 1825.

    Il libro nasce dalla rielaborazione della tesi di dottorato Conflit civil et brigandage dans la Terre de Labour (1806-1825), discussa nel 2024 nell’ambito di una cotutela tra l’Université Grenoble Alpes e l’Università degli Studi di Salerno. La trasformazione della ricerca dottorale in monografia ha comportato una revisione complessiva dell’impianto e l’integrazione di nuove fonti documentarie.

    Il primo elemento che caratterizza il lavoro è l’ampiezza della ricerca archivistica. Pepe ha condotto le proprie indagini in quattordici istituzioni italiane, francesi e vaticane. Particolare rilievo assumono gli atti delle Commissioni militari di Castellone e Capua conservati presso l’Archivio di Stato di Caserta, integrati dalla documentazione dell’Archivio di Stato di Napoli e da quella proveniente, tra gli altri, dagli archivi di Frosinone e Campobasso.

    Questa pluralità documentaria consente all’autore di evitare una storia del brigantaggio costruita esclusivamente intorno alle figure più celebri. Fra Diavolo e gli altri capibanda occupano naturalmente un posto importante, ma sono inseriti all’interno di una trama molto più ampia fatta di comitive minori, manutengoli, informatori, disertori, amministratori, magistrati, militari e diplomatici. Il risultato è una ricostruzione nella quale il brigantaggio appare non come un fenomeno isolato rispetto alla società, ma come parte integrante dei conflitti politici, sociali e territoriali che attraversarono il Mezzogiorno durante la crisi dell’Antico Regime e l’età napoleonica.

    Uno dei meriti del volume consiste nella scelta di non ricondurre il brigante a una categoria interpretativa unica. Nella Terra di Lavoro studiata da Pepe, criminalità comune, insorgenza politica, fedeltà borbonica, strategie individuali di sopravvivenza e opportunismo possono sovrapporsi. Le stesse comitive possono modificare composizione, obiettivi e significato politico nel corso del tempo. L’autore evita così sia una lettura puramente criminale del fenomeno sia la sua trasformazione in una indistinta forma di resistenza politica.

    Particolarmente significativa, sotto questo profilo, è l’analisi della fase iniziale dell’occupazione francese. Nel 1806 il brigantaggio della parte settentrionale della provincia assume in alcuni casi i caratteri di una vera guerra politica: l’azione di Fra Diavolo, l’assedio di Sora, gli avvenimenti di Itri e l’intervento della marina britannica mostrano l’inserimento delle comitive in un conflitto di dimensione assai più ampia. Ma la documentazione processuale consente anche di mettere alla prova alcune immagini tradizionali del brigantaggio, compresa quella del «brigante buono»: le vittime delle comitive appartenevano frequentemente agli strati popolari delle comunità locali.

    Di notevole interesse è anche l’attenzione riservata agli strumenti della repressione. Le Commissioni militari non sono considerate soltanto come apparati giudiziari eccezionali, ma come osservatori privilegiati del rapporto tra costruzione dello Stato, guerra interna e controllo del territorio. Alla durezza delle condanne e all’uso pubblico ed esemplare della pena capitale si accompagnano infatti procedure giudiziarie che il volume ricostruisce attraverso la documentazione superstite. L’esposizione dei corpi e delle teste dei condannati nei luoghi d’origine o del delitto viene interpretata come parte di una precisa strategia intimidatoria e pedagogica della repressione.

    Forse la parte più originale del libro è però quella dedicata alla frontiera. La Terra di Lavoro non viene studiata come uno spazio amministrativo chiuso. La vicinanza dello Stato Pontificio, le enclavi, le montagne, le vie terrestri e marittime trasformavano il confine in una risorsa fondamentale per le comitive. Il brigante inseguito da una forza di polizia poteva attraversare una linea politica che, per le autorità, comportava invece problemi di sovranità, competenza e giurisdizione.

    Da questa prospettiva derivano alcune delle pagine più interessanti del volume, dedicate alle estradizioni e ai rapporti diplomatici tra Napoli e Roma. La documentazione mostra come le controversie tra autorità napoletane e pontificie non possano essere interpretate semplicemente come prova di una protezione accordata da Roma ai briganti borbonici. Il problema era spesso giuridico e politico: lo Stato Pontificio collaborava alla cattura dei ricercati, ma rivendicava contemporaneamente il rispetto della propria sovranità e delle proprie procedure. La repressione del brigantaggio diventa pertanto un osservatorio delle più generali relazioni diplomatiche tra Francia, Regno di Napoli e Stato Pontificio.

    Il confine, tuttavia, non separava soltanto gli Stati: metteva in comunicazione uomini, informazioni e pratiche repressive. Alla mobilità delle comitive corrispose progressivamente una mobilità delle informazioni. Ministri, intendenti, diplomatici, gendarmi e autorità locali costruirono reti di cooperazione capaci di seguire i ricercati oltre le rispettive giurisdizioni. È uno dei passaggi interpretativi più convincenti della ricerca: lo spazio del brigantaggio costrinse in qualche modo gli apparati statali ad adattarsi alla geografia dei propri avversari.

    La scelta di proseguire l’indagine oltre il 1815 permette inoltre di evitare una cesura troppo rigida tra Decennio francese e Restaurazione. Il ritorno dei Borboni non determinò la scomparsa delle comitive. Cambiò il contesto politico, ma continuarono a operare gruppi armati che sfruttavano le stesse caratteristiche territoriali e le medesime difficoltà di controllo delle periferie.

    Particolarmente utile risulta in questo senso l’analisi delle liste di fuorbando del 1816-1819. Gli ottantadue individui iscritti nelle quattro liste restituiscono un brigantaggio assai meno statico di quanto potrebbe suggerire una storia concentrata esclusivamente sui grandi capibanda. I protagonisti cambiano rapidamente; prevalgono uomini provenienti dalla stessa Terra di Lavoro e dunque profondamente inseriti negli spazi nei quali agiscono. Il radicamento territoriale costituisce uno degli elementi essenziali per comprendere la capacità delle comitive di sopravvivere, trovare rifugi e mantenere rapporti con le popolazioni.

    Altrettanto significativa è la ricostruzione della cooperazione tra Regno delle Due Sicilie e Stato Pontificio dopo la Restaurazione. Le convenzioni del 1816 e del 1818 inserirono la collaborazione antibrigantesca in un quadro normativo più definito. Le estradizioni documentate negli anni successivi mostrano concretamente l’intreccio fra polizia, diplomazia e giustizia: la frontiera rimaneva porosa per i briganti, ma diventava progressivamente meno impermeabile per gli apparati incaricati di inseguirli.

    Il principale risultato storiografico del volume emerge nelle conclusioni. Tra il brigantaggio dell’età napoleonica, quello della Restaurazione e quello che caratterizzerà successivamente il Mezzogiorno esistono indubbiamente elementi di continuità: la struttura della comitiva, il ruolo del capobanda, la conoscenza del territorio, i manutengoli, l’intimidazione delle comunità, la rapina, il sequestro e la possibilità di collegarsi a più ampi progetti politici. Tuttavia la continuità delle forme non equivale alla continuità dei significati. Contesti politici differenti attribuiscono alle medesime pratiche funzioni differenti.

    È probabilmente questo il punto interpretativo più importante del libro. Il brigantaggio di Terra di Lavoro non può essere definito esclusivamente come criminalità, né esclusivamente come ribellione politica. Fu entrambe le cose in momenti diversi e, talvolta, contemporaneamente. Poté essere controrivoluzione e strumento della monarchia borbonica, senza cessare di costituire per alcuni dei suoi protagonisti un mezzo di arricchimento o sopravvivenza; poté contare sulla solidarietà delle comunità e nello stesso tempo esercitare violenza sulle medesime popolazioni.

    Il volume finisce così per raccontare qualcosa di più della storia dei briganti. Attraverso le comitive si osserva la progressiva trasformazione dello Stato: il tentativo di conoscere più precisamente il territorio, raccogliere informazioni sugli abitanti, controllare le frontiere, coordinare magistratura e forze militari e stabilire rapporti di cooperazione con gli Stati confinanti. Il brigantaggio diventa pertanto anche una lente attraverso la quale studiare la formazione e il perfezionamento degli apparati amministrativi e repressivi nel Mezzogiorno del primo Ottocento.

    L’ampiezza cronologica e documentaria costituisce al tempo stesso la maggiore ricchezza e uno dei possibili limiti del lavoro. La quantità di episodi, personaggi, processi e itinerari ricostruiti è considerevole e richiede al lettore una certa familiarità con la geografia e con le complesse trasformazioni istituzionali del Mezzogiorno napoleonico. Proprio questa densità, tuttavia, consente al volume di restituire al brigantaggio la sua dimensione concreta e territoriale, evitando generalizzazioni non sostenute dalla documentazione.

    Terra di Lavoro in guerra propone dunque una lettura del brigantaggio preunitario che tiene insieme storia politica, storia sociale, storia militare, storia della giustizia e storia delle relazioni internazionali. La scelta di seguire il fenomeno dal 1806 al 1825 permette soprattutto di coglierne trasformazioni e persistenze attraverso tre differenti regimi politici. In questa prospettiva il brigante non è né un eroe romantico né semplicemente un criminale: è un attore di una società attraversata dalla guerra, dalla crisi delle fedeltà tradizionali e dalla progressiva affermazione di nuovi strumenti statali di controllo.

    Il contributo più significativo della ricerca consiste forse proprio nello spostamento dello sguardo dai briganti al sistema del brigantaggio: comitive, comunità, territorio, frontiere, giustizia, diplomazia e apparati statali vengono osservati come elementi di una stessa storia. Ne emerge una Terra di Lavoro che, lungi dall’essere una periferia immobile del Regno, appare come uno spazio di frontiera nel quale alcune delle grandi trasformazioni politiche e istituzionali dell’Europa napoleonica e postnapoleonica possono essere osservate da una prospettiva locale.

    E’ disponibile online qui.

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