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Il dottore Bruno Di Maggio, presidente del CIO. Voto unanime tra gli ortopedici italiani. L’INTERVISTA

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Primario del reparto di Ortopedia a Piedimonte Matese, vanta migliaia di interventi con eccellenti risultati

Bruno-Di-Maggio ospedale piedimonte mateseLa Redazione – Riuniti a Sesto di Valpusteria i migliori ortopedici italiani hanno eletto all’unanimità il collega Bruno Di Maggio a presidente del CIO – Club Italiano di Osteosintesi, l’associazione scientifica che si occupa di questa branca della medicina. A Sesto, la relazione di Di Maggio ai colleghi ortopedici riuniti per i consueti aggiornamenti scientifici ha riguardato le fratture del femore e della tibia, su cui si è accesso un vivo dibattito tra gli esperti.
Direttore dell’Unità Operativa di Ortopedia e traumatologia dell’Ospedale civile AGP di Piedimonte Matese, il dott. Di Maggio ha idealmente condiviso con i colleghi di reparto questa vittoria, riconoscendo – nello stile semplice ed essenziale che gli è proprio – l’importanza del lavoro di squadra che ha permesso al reparto di ortopedia del presidio ospedaliero matesino di attestarsi negli ultimi anni tra i migliori della Campania.
Di fatto, il reparto vanta in questo momento ottima fama e da tutta la regione si comincia a bussare alla porta dell’ospedale locale proprio per necessità e urgenze ortopediche.

L’INTERVISTA AL DOTTORE BRUNO DI MAGGIO edita da www.orthoaccademy.it (a cura di Andrea Peren, Giornalista Tabloid di Ortopedia)

Dottor Di Maggio, sul trattamento delle fratture del femore e della tibia il dibattito tra esperti è molto vivo. Quali sono i punti fermi e quali i punti ancora da chiarire?
I punti fermi sono certamente i tempi: specialmente nelle fratture di femore nell’anziano si è oramai concordi per intervenire entro le 48 ore. Questa tempistica ha sicuramente il vantaggio di limitare le complicanze, migliorare la riabilitazione e il recupero funzionale del paziente.
Le strutture complesse di ortopedia sono valutate dalle loro amministrazioni su queste tempistiche e in particolare sugli standard suggeriti dall’Agenas, che prevedono che la percentuale di interventi su pazienti over 65 anni con frattura di femore entro le 48 ore sia pari al 70-80%. Non sempre però questo tipo di attività chirurgica può essere fatta nei tempi previsti da questo standard nazionale e purtroppo noi siamo valutati spesso senza considerare che abbiamo indisponibilità e carenza di personale.
I punti meno chiari, quelli sui quali ho voluto aprire un confronto tra esperti al congresso, sono le tecniche chirurgiche. Ci sono sempre più tecniche per affrontare queste fratture, che oramai sono un mare in piena e che riempiono i nostri reparti di degenti over 65 anni e anche di ottantenni se non addirittura novantenni. Io opero in una struttura ospedaliera in cui c’è una popolazione geriatrica molto numerosa e mi è capitato persino di operare dei centenari.
La fortuna è quella di avere a disposizione biotecnologie e tecniche chirurgiche che ci permettono di fare delle sintesi poco invasive e, nel campo della protesica, la possibilità di scegliere tra tanti modelli protesici a seconda della richiesta funzionale e delle caratteristiche del paziente.

Questa edizione del congresso Cio è stata organizzata con un format congressuale innovativo. Che modello organizzativo avete scelto e con quali obiettivi?
Il format del congresso è stato scelto proprio per permettere un confronto tra tecniche chirurgiche ed esperienze cliniche differenti. Per ogni argomento abbiamo invitato sul palco del congresso “due amici contro” per aprire una sorta di dibattito tra approcci differenti. Dopo questa “competizione” altri due amici presentano dei casi clinici a suffragio dell’una e dell’altra tecnica. Si apre poi una discussione che coinvolge non solo i relatori ma anche il pubblico in sala.
Questo confronto tra chirurghi che utilizzano tecniche differenti ci permette di vedere gli inevitabili pro e contro che ogni tecnica chirurgica presenta. Con questo nuovo modo di interpretare la relazione congressuale, il chirurgo deve motivare la scelta di quella specifica tecnica chirurgica, avendo anche l’onestà di riportarne gli svantaggi, perché sappiamo tutti che un prezzo, da una parte o dall’altra, lo paghi sempre.
Tutte le tecniche chirurgiche sono buone a patto che l’obiettivo – la guarigione del paziente – sia raggiunto e la scelta della tecnica è molto condizionata dall’esperienza del singolo chirurgo, che può propendere per una o per l’altra soluzione.
Siamo in un momento storico in cui le nuove tecniche si susseguono a un ritmo talmente incessante che a volte non è facile avere la freddezza e la serenità di continuare a fare quello che hai sempre fatto. Innovare, infatti, non significa sempre migliorare. Allo stesso tempo conoscere e avere un ventaglio di opzioni e possibilità tra cui scegliere sicuramente amplia molto le possibilità di far guarire i nostri pazienti.

Dottor Di Maggio, per quale motivo la letteratura non è ancora in grado di dirimere tra tecniche chirurgiche? Sono troppo operatore dipendente, e quindi non standardizzabili, oppure c’è un problema di scarsità di dati scientifici?
L’uno e l’altro. Le tecniche sono ben standardizzate e tutti noi sappiamo che in una frattura di femore laterale va fatta una sintesi e in una mediale va fatta una protesizzazione. È altrettanto vero però che in letteratura spesso i gruppi di studio e le tecniche messe a confronto non sono omogenei e così le ricerche a volte ci danno risposte non a suffragio di quello che pensiamo e che facciamo in sala operatoria.
Nelle fratture laterali del collo del femore, ad esempio, nonostante quasi in tutto il mondo preferiscano l’inchiodamento midollare, la letteratura ci dice che la sintesi interna porta a un miglioramento dell’outcome. In ogni caso talvolta, data la complessità della frattura e la contemporanea presenza di coxartrosi nell’anziano, si può propendere anche per una protesizzazione e non per una osteosintesi.
Un altro problema importante è l’inclassificabilità di alcune fratture, che non rientrano in nessun gruppo delle classificazioni standard che utilizziamo da quando abbiamo iniziato a fare i traumatologi. È evidente che anche questo amplia il ventaglio di scelta dell’ortopedico ed è per questo che l’esperienza del chirurgo è fondamentale.

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